Viaggio d'istruzione - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini
Gruppo di Arcade

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Viaggio d'istruzione

Tutte le edizioni > Edizione20
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XX EDIZIONE - Treviso, 4 Gennaio 2015
Premio speciale
"Trofeo Cav. Ugo Bettiol"

Viaggio d'istruzione

di Katia Tormen - Trichiana (BL)



“Mamma mia che due palle mi sta tirando questa! Va bene che sempre meglio essere qui che a scuola, però veramente è una noia mortale!”. Il ragazzo sbuffa guardandosi in giro, poi fa una smorfia schifata in direzione dell’amico.
“Taci va… Fa pure freddo! Ma non potevano portarci che ne so a Venezia, a Trieste… a Gardaland magari!” “Già, magari proprio…”.
La ragazza davanti si volta portandosi un dito sulle labbra ad indicare di fare silenzio. Non appena gira le spalle, uno dei due alza il dito medio. “Capra smorfiosa!”
“Allora la dietro! La vogliamo finire! Pietro e Michele… sempre voi due! Vi ricordo che questa gita sarà oggetto di verifica!”
I due amici abbassano la testa, alcuni loro compagni sghignazzano. La comitiva si rimette in cammino.
“La prof Latorre è una rompiballe di prima categoria! A chi cavolo vuoi che interessino ste cose successe un secolo fa! E poi qua non c’è niente da vedere, solo erba e sassi!”
“Ma veramente! Per di più questi accidenti di scarponi mi fanno un male cane! Ma tu pensa… tutti vanno in gita a Praga, a Barcellona, a Londra e noi in spedizione punitiva su questa cazzo di montagna! Liceo Petrarca sempre il migliore!”
Per qualche minuto il gruppo procede in silenzio, un passo dopo l’altro, il respiro affannato di chi è poco abituato a camminare per sentieri. La loro guida è un uomo sulla sessantina che sembra uscito dalla pubblicità di una birra: pantaloni di velluto, calzettoni rossi, scarponi di cuoio e camicia a scacchi. A completare il tutto, uno zaino di tipo militare e un cappello da alpino ornato da una grande penna nera.
Da tre giorni li sta accompagnando in quello che la professoressa di storia, Livia Latorre appunto, ha definito “ il viaggio di istruzione che cambierà il vostro modo di vedere il mondo”.
In quale modo Pietro e Michele non riescono proprio a capirlo.
La marcia subisce un brusco arresto. Qualche metro più avanti, un loro compagno sta scattando alcune foto col telefonino non si capisce bene a cosa. C’è ben poco di fotogenico in quei luoghi…
All’orizzonte la foschia lascia solo immaginare la laguna veneta la cui visione spettacolare era stata tanto decantata dalla prof durante il viaggio in corriera. Dall’altra parte alcune nubi basse e dispettose celano le montagne quelle vere, le Dolomiti, guglie di roccia e non cocuzzoli ricoperti di erba bruciata dal sole come questa collina sfregiata da quell’enorme colata di cemento che qui chiamano santuario anzi no, sacrario!
“Si tratta di un luogo cui va tributato il dovuto rispetto, niente schiamazzi, niente gesti volgari! Dovete dimostrare la vostra maturità, in fin dei conti siete all’ultimo anno!”
Già, per la seconda volta, nel loro caso.
Il Preside aveva impartito alla classe una bella ramanzina prima della partenza, calcando la mano sull’alto valore di quella visita di istruzione e sul sacrificio che quei soldati avevano fatto per garantire loro il mondo di agi, privilegi e libertà in cui vivevano ora. Mezz’ora di sommo sbattimento durante la quale il suo sguardo ammonitore aveva indugiato sovente su loro due, colpevoli del reato di essere ripetenti e quindi di dedicarsi spesso e volentieri ad attività alternative anziché ascoltare in classe cose già sentite.
Il cammino riprende, l’unico rumore è quello dei loro passi sulla terra battuta del sentiero. Resti di filo spinato arrugginito segnano la via che in alcuni tratti procede all’interno di una specie di fossato che l’alpino ha detto chiamarsi trincea. Ad un certo punto il percorso finisce sottoterra e il gruppo si ritrova in una galleria. La fila si blocca di nuovo. Un poco alla volta, tra uno spintone e l’altro, la scolaresca si trova riunita in uno slargo ricavato in parte scavando la roccia e la terra in parte costruendo con le pietre un muro nel quale si apre una specie di piccola finestra. A turno i ragazzi si avvicinano per osservare. Una volta che anche gli ultimi del gruppo hanno gettato un’occhiata distratta, la guida fa cenno di proseguire. “Le spiegazioni ve le darò una volta all’aperto altrimenti qui rischiamo di essere d’intralcio ad altri eventuali visitatori”.
“Chi cavolo vuoi che venga a vedere ste cose! Solo sfigati come noi!”. Michele scuote la testa sbuffando mentre si appresta a seguire gli altri. Fatti pochi passi però lo zaino s’impiglia in qualche cosa interrompendo il suo cammino. Solo quando tenta di voltarsi all’indietro si rende conto che è l’amico a trattenerlo. “Ma che…” L’altro gli fa cenno di tacere e con un movimento della testa gli indica un buio cunicolo laterale che sembra quasi perdersi nelle viscere della terra. I due vi s’infilano lasciando che i loro occhi si abituino alla mancanza di luce.
“Che dici… ho un po’ di roba buona… io ne ho piene le palle di ascoltare ste cazzate, ci facciamo un paio di tiri e poi li raggiungiamo, tanto quelli nemmeno se ne accorgono che manchiamo!”
“Pietro ti adoro! Mi ci vuole proprio qualcosa per sopportare questo supplizio! Aspetta , ti faccio un po’ di luce col telefonino!”
Pietro si toglie lo zaino dalle spalle e vi fruga all’interno estraendone una piccola pallina di carta stagnola. La apre delicatamente e la avvicina al naso dell’amico.
“Senti qua, l’ho pagata un botto ma credimi che ne vale la pena, il marocchino stavolta aveva roba di prima qualità!”
Il compagno annusa e approva facendo schioccare la lingua.
Pietro, con la perizia di chi è abituato a fare certe cose, non ci mette molto ad approntare il diversivo. Tenendolo tra le labbra, avvicina l’accendino e non appena nel buio spicca il rosso della brace accesa, passa la canna a Michele.
“A te l’onore, ne hai bisogno! Buon viaggio, compare!”
Il ragazzo chiude gli occhi e aspira avidamente. Poi lascia uscire lentamente il fumo dal naso e porge, come da rituale, la sigaretta all’amico che lo imita.
Wow, da sballo davvero stavolta! Michele già dopo il secondo tiro si sente più leggero, le gambe molli. Appoggiato alla roccia, si lascia scivolare fino a sedersi a terra, gli occhi chiusi che apre solo quando sente il tocco dell’amico sulla spalla che gli indica che è il suo turno.
Quando ormai non rimane altro che un mozzicone impossibile da tenere tra le dita, i due, sebbene a pochi centimetri di distanza, si trovano ormai su due mondi separati.
Dopo un tempo indefinito-minuti? Ore? – Michele apre gli occhi e fissa il vuoto nella semioscurità senza riuscire a ricordare bene dove si trova.
“Tu chi sei?”
Il suono della voce lo fa trasalire. Solo allora si accorge di una sagoma indistinta accucciata poco distante da lui.
“Pietro, sei tu?”
“Mi chiamo Tommaso, non Pietro. Te lo chiedo per l’ultima volta: tu chi sei?”
Scatto metallico.
“Ma che cavolo…”
Oddio…. È la canna di un fucile quella davanti al suo naso?
“Michele, mi chiamo Michele! Non ho fatto niente, scusa, ora me ne vado subito!”

Il ragazzo tenta di alzarsi ma le gambe non gli rispondono. Accidenti a Pietro, chissà con cosa era tagliata quella roba! A proposito, ma dov’è? Si guarda intorno ma non riesce a scorgerlo, che se ne sia andato lasciandolo lì da solo?
“Tu non vai da nessuna parte! Non ne saresti comunque in grado…”
“Tu invece chi diavolo sei? Da dove salti fuori?”
Col telefonino, il ragazzo illumina per un istante l’uomo che gli sta di fronte. Solo allora si avvede che è pure lui un ragazzo. E’ in uniforme militare piuttosto malconcia e in testa indossa un cappello come quello della loro guida. “Sei un alpino…”
Con un bip bip che decreta la fine della batteria, la luce si spegne.
“Alpino Tommaso Zanet, classe 1896, battaglione Feltre!”
“Come classe 1896…impossibile!”
“Perché impossibile? Ti sembro troppo giovane per giocare alla guerra?” Il soldato tace per un attimo, poi, con la voce un poco rotta, aggiunge: ”l’ha detto anche mia madre quando sono partito…”
Michele si pizzica un braccio, quella dev’essere sicuramente un’allucinazione, non ci sono altre spiegazioni, ma il dolore è reale, non sta sognando, quel tizio è proprio lì davanti sta proprio parlando con lui. Il cervello, ancora sotto l’effetto della droga, si rifiuta di elaborare le informazioni.
“Senti, Tommaso, starei volentieri qui con te a fare quattro chiacchiere ma i miei compagni mi staranno aspettando e…”
“La verità è che non te ne frega niente!”
La voce adesso è un ruggito. Nella semioscurità Michele intuisce, più che vedere, il volto dell’alpino indurirsi, la canna del fucile torna di nuovo vicina ai suoi occhi.
“Non ti interessa la mia storia, ne quelle dei ragazzi come me e come te che sono morti qui. Non ti interessa sapere come vivevamo, le nostre paure, le nostre speranze, cosa facevamo prima che la Patria pretendesse il nostro sacrificio…”
“Morti? Fammi capire…Quindi tu saresti un fantasma o qualcosa del genere?”
“Io sono un soldato. Un uomo, un ragazzo. Sono un alpino. Ho patito la fame e la sete. Il caldo e il freddo. Sono stato divorato dai pidocchi. Ho visto amici morire di fianco a me. Ho combattuto, ho ferito e ho ucciso. Non ne vado fiero, ma si trattava di salvare la mia vita e quella dei miei commilitoni. Si trattava di tornare a casa. Dalla famiglia, dai miei cari… E invece a casa di me non è tornato nulla. Il mio corpo è ancora su questa montagna, fatto a pezzi da un proiettile di mortaio esploso proprio in questa trincea. Tutto questo per cosa? Perché tu e quelli come te possiate passare di qui e usare questi luoghi come fossero latrine o immondezzai? Posti in cui baciarsi appassionatamente o bruciarsi il cervello come tu e il tuo socio? In che modo? Con un cannone… ironico, no? Qui, ragazzi come te hanno visto sfiorire la loro giovinezza. Qui hanno pianto, gridato, bestemmiato, forse anche riso, qualche volta! Qui tanti di loro sono morti!”
Michele non sa cosa replicare, si sente avvampare per la vergogna ed è felice che il buio celi il suo viso. Si sente infinitamente stupido.
“Sono mortificato Tommaso, davvero, mi devi credere. Non abbiamo scusanti. Potrei dirti che siamo ragazzi, ma tu sei la dimostrazione che cento anni fa ci avrebbero detto che eravamo uomini… Vorrei poter fare qualcosa…”
“Tu puoi, anzi devi fare qualcosa! Devi capire, non solo ascoltare. E devi vedere, non solo guardare!”
Trascorrono lunghi secondi di silenzio. Ci vuole un po’ prima che Michele trovi il coraggio di alzare gli occhi per incontrare quelli accusatori del soldato, ma quando lo fa, quella che si trova davanti è solo la roccia scavata del cunicolo.
“Tommaso… Ci sei ancora? Tommaso…”
“Chi accidenti stai chiamando? Hai fatto amicizia con un ratto per caso?”
La voce di Pietro lo coglie alla sprovvista facendolo trasalire.
“Lo hai visto anche tu?”
“Chi… il sorcio? Io non ho visto niente…”
“Ma no, il soldato! L’alpino…era qui davanti a me e…”
“A te sta roba ti ha fatto male proprio… dai muoviti andiamo se non vuoi che la prof faccia scoppiare la terza di guerra mondiale!”
Prima di riprendere il sentiero principale, Michele si getta ancora un’occhiata alle spalle. Eppure…
“Ma quanto ci siamo rimasti lì dentro?”
“Cinque minuti, anche meno… cosa c’è, ci volevi pernottare in quel buco?”
Bah, forse davvero è stato solo effetto della canna… però le parole del soldato gli ronzano in testa. Il malessere che sente non è fisico.
Camminano con passo spedito.
Quando raggiungono il gruppo, nessuno fortunatamente sembra aver notato la loro assenza, complice il fatto che paiono tutti rapiti dalle parole della loro guida.
L’uomo, in piedi, la schiena appoggiata ad un masso e le braccia conserte, parla con lo sguardo fisso a terra. “…Mio padre non lo ha mai conosciuto. Quando il prete e la guardia Comunale arrivarono a comunicarle la triste notizia, la pancia di mia nonna ancora non si notava nemmeno sotto i vestiti. Eppure, mi raccontava sempre che subito dopo, mentre piangeva disperata, aveva sentito il bambino muoversi dentro di lei, come se avesse voluto dirle che lui c’era, che doveva farsi forza per lui. Infatti lo ha chiamato Donato, perché per lei mio padre è stato un dono del cielo.
Mio nonno aveva solo ventidue anni. Morì proprio qui, pressappoco dove ci troviamo adesso, centrato da un colpo partito da quel colle laggiù.”
Si voltò ad indicare col dito un rilievo al di là della valle.
“Si chiamava Tommaso, lo stesso nome che porto io in suo ricordo.”
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