Terra di nessuno - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini


Vai ai contenuti

Terra di nessuno

Tutte le edizioni > Edizione26
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XXVI EDIZIONE - Arcade, 13 Giugno 2021
Premio speciale
“Trofeo Cav. Ugo Bettiol”

Terra di nessuno

di Giovanni Scanavacca – Lendinara (RO)


È notte.
Piove e ciò mi rende più triste.
Il tergicristallo va su e giù ritmico misurando un tempo indefinito su strade ignote. Il mio compagno tace concentrato sul percorso e assorto nei suoi pensieri.
C'è poco traffico, il Paese sembra addormentato chiuso com’è in un terrificante coprifuoco.
Sul cruscotto dell'ACTL le penne nere dei nostri cappelli oscillano piano nella penombra.
Pochi centimetri più in là, fuori, gocce di pioggia modificano i contorni e trasformano il paesaggio.
Di quando in quando i miei pensieri si scontrano con la realtà: sarà vero? O forse sto vivendo un incubo?
Ho provato ad affrontare l’argomento con il mio compagno di viaggio. Ne ho ricavato soltanto un allargare di braccia e uno scuotere di testa che non hanno contribuito a chiarire i miei dubbi.
Non mi resta che riflettere riorganizzando ricordi che credevo di non avere e tentare di mettere in fila pensieri e dubbi sulla vita e sulla morte e sul senso di entrambe.
Dubbi e pensieri sull'agire mio in quanto uomo che è parte di una comunità.
Ricerca del senso delle azioni e delle loro motivazioni.
E scoperta che queste, quasi sempre intime, sono difficili da trovare e soprattutto da esprimere.
In questa ricerca del senso, del perché profondo, ho due possibilità: o perdermi in elucubrazioni infinite e inutili, o cercare nella memoria una traccia, un orientamento, una guida.
Opto per la seconda e mi affido ai ricordi in questa notte triste che vorrei fosse sogno, magari incubo e, come tale, non reale e fugace.
Riscopro ricordi che credevo dimenticati, storie antiche mi balzano davanti attuali come non mai.
Storie di uomini e pericoli, di vita e di morte, di contrasti e affinità.
Racconti antichi, figli di un tempo lontano d’improvviso si fanno attuali.
Storie di montagna, di luoghi impervi, da amare e conquistare, capaci di stupirti e di ucciderti, di cullarti nel vento leggero di primavera e di congelarti nella tormenta dell'inverno.
E scopro che, se montagne reali delimitano paesaggi, cime inviolate abitano nella mente.
Su difficoltà rifletto.
Su ostacoli indugia il mio pensiero in questa notte strana, in questa atmosfera sospesa e maledetta.
Ricordo di avere incontrato un giorno su un sentiero difficile un anziano e di essermene meravigliato. Non mi pareva quello luogo per anziani.
Il mio stupore crebbe quando quello cominciò a parlare come se avesse letto i miei pensieri e ci conoscessimo da sempre.
"Non fare quella faccia. Ti sembrerò vecchio, ma so ancora andare in montagna. Sono anni che vengo da queste parti." Al mio sguardo perplesso rispose continuando il discorso come se nulla fosse: "Siamo in quella che per tanto tempo è stata la 'terra di nessuno'."
Scossi la testa senza capire a cosa alludesse.
"Voi giovani…"
Poi mi indicò la macchia ai lati del sentiero: "Qui il bosco si è ripreso il territorio, ed è giusto così, ma durante la guerra, la Grande Guerra, qui c'erano le trincee. Vedi quel terrapieno? E quell'avvallamento? Sono i resti delle trincee e noi siamo a metà strada fra le due linee. La 'terra di nessuno' era dove stiamo camminando, qui si consumava la battaglia, questa era la vera prima linea. All'epoca non c'erano gli alberi e le linee correvano seguendo un andamento a zig-zag dalle due parti. Ti sembra impossibile vero? Eppure su questa fetta di monte sono morti in tanti per andare avanti di qualche metro che il giorno successivo sarebbe andato perduto. L'hanno chiamata Grande Guerra anche per questo, io l'avrei chiamata grande carneficina."
Non potei fare a meno di porre una domanda: "Dici che vieni qui da tanti anni, perché?"
"Non c'è una risposta precisa. La più banale è: per non dimenticare, ma non è la sola.
Venni tanti anni fa a cercare di dare sepoltura degna a chi era rimasto qui abbandonato.
Eravamo in molti, allora. Gli alberi non erano ancora ricresciuti e quelli che c'erano erano più piccoli. Le trincee si vedevano chiaramente, non come oggi che sono quasi tutte franate. Doveva essere un'esperienza limitata nel tempo, invece non si concluse."
"Cosa vuoi dirmi?"
"Che questa montagna mi è entrata dentro e che quando torno in questo bosco ho l'impressione di sentire le voci di quelli che qui hanno terminato il loro percorso. No, non sono pazzo, credimi. Se ti fermi ad ascoltare in silenzio sembrerà anche a te di sentirle."
Decisi di non contraddirlo convincendomi di avere a che fare con una persona con dei problemi. Il mio interlocutore probabilmente capì il mio stato d'animo e tacque, ma mi fece cenno di seguirlo. Mi accompagnò per il sentiero per un tratto poi mi mostrò un percorso appena accennato che non saprei definire sentiero né mulattiera, ma su quello mi convinse ad avventurarmi.
"Qui siamo proprio a metà strada fra le due trincee." Con la piccozza spostò i rovi e cominciò a scavare lentamente. Quasi subito si fermò: "E questo è quello che resta del reticolato. Rimuoverlo tutto è stato impossibile sicché in gran parte è ancora qui. La montagna lo ha nascosto e se lo sta mangiando poco a poco."
"Perché mi stai raccontando queste cose?"
"Perché sei giovane e ti voglio far riflettere.
Nella vita ti capiterà di trovarti nella terra di nessuno e forse anche di impigliarti in una rete."
"Per fortuna non siamo più in guerra."
"Certamente, ma le difficoltà ci saranno sempre e con quella la guerra è perpetua."
Mi riavviai verso il sentiero principale.
Il vecchio mi seguì: "Ne abbiamo trovati tanti lungo quel reticolato e li abbiamo portati a valle."
Probabilmente lo guardai con aria strana, fu involontario, ma accadde.
"Scusa se ti ho importunato, ti vedo perplesso. Per questo ti voglio regalare una storia che nasce da queste parti. Vieni con me."
Mi condusse giù per il fianco del monte fino a un piccolo spiazzo, una specie di terrazza a ridosso della roccia. Con la piccozza ripulì dai rovi un tratto di parete e fu evidente che era stato costruito un muro a chiudere un pertugio.
"Se getti un sasso all'interno attraverso quel foro là in cima lo sentirai cadere dentro. C'è una caverna abbastanza profonda, l'avevano adibita a ricovero e probabilmente l'avevano allargata a suon di esplosivo. Sta di fatto che là dentro abbiamo trovato delle lettighe e anche dei ferri chirurgici. Probabilmente era un posto di primo soccorso. Abbiamo chiuso tutto per sicurezza."
"Perché mi hai portato fin qua?"
"Di sicuro non per farti vedere un muro. O meglio: anche per farti vedere un muro.
Rifletti: nella vita capita di trovarsi in situazioni difficili o di essere testimoni di cose che non si vorrebbero vedere. Allora si costruiscono i muri, quelli fisici, come quello che vedi, che chiude lo sguardo e impedisce di andar oltre, ma anche quelli psicologici che chiudono la mente e impediscono di ragionare e di pensare.
Però non basta costruire muri per eliminare il male, quello resta.
Puoi subirlo, combatterlo, esorcizzarlo, ma devi aver ben chiaro che non riuscirai mai a eliminarlo del tutto. Con lui vincerai una battaglia, ma resterai sempre in guerra."
"Continuo a porti la stessa domanda: perché mi dici tutto questo?"
Davvero non capivo dove volesse arrivare con i suoi discorsi. Avrei potuto far finta di nulla, in fondo si trattava di uno sconosciuto, ma, ormai, mi aveva incuriosito.
Per tutta risposta si tolse il cappello e cominciò rovistarci dentro.
"Vedi, venni qui pensando di fare un'esperienza temporanea. Ne ho ricavato un cambiamento del mio pensiero e credo di non sbagliare se dico anche della mia vita. Prima di venire qui mai mi era successo di pensare al senso della vita, all'eternità, al tempo. Adesso so cos'è il soffio eterno che è la vita.
E lo so perché ho toccato con mano la morte.
E lo so perché dal mondo dei morti ho ricevuto messaggi di vita.
E tu non lo sai perché sei fortunato a non avere ancora incontrato la signora delle tenebre.
Quella ci fa paura perché noi siamo frammenti di eternità, piccoli respiri dell'universo. Di solito ce ne accorgiamo troppo tardi perché siamo prigionieri del tempo che ci trascina verso un futuro ignoto."
Ero sempre più perplesso, lo sconosciuto sembrava aver voglia di fare il filosofo o solo di stupirmi.
"Ho preso appunti venendo da queste parti."
E mi mostrò il foglio che aveva estratto dal cappello.
"Lo tengo nel cappello perché è un pensiero, anzi una raccolta di pensieri. Li voglio tenere vicini alla mente.
Nella grotta che ti ho indicato, al di là del muro che abbiamo costruito c'era sì un posto di primo soccorso, ma anche tante piastrine di riconoscimento a testimoniare altrettante vite interrotte. La cosa mi colpì allora, ma non quanto un pensiero scritto con il gesso su una lavagna rudimentale che probabilmente serviva per tener nota dei nomi di quelli che là erano soccorsi: "Amor vo cercando." Mi parve un pensiero dissonante, stonato in quel luogo.
Impiegai molto tempo per capire. Da quel momento mi mossi cercando sì memoria delle persone, ma, soprattutto, traccia dei loro pensieri.
Fu nel contesto della morte che trovai l'eternità."
"Confesso che faccio fatica a seguire il tuo ragionamento."
"Capisco, ma è meno astruso di quel che sembra. Ho raccolto ciò che restava di persone stroncate da una violenza che non avevano immaginato, eppure anche in quell’inferno c'era chi non aveva smesso di pensare e, ciò che più conta, di affidare alla carta il suo pensiero.
Partii da poche parole scritte con il gesso su una lavagna fatta di tavole inchiodate in fretta e finii raccogliendo pensieri scritti sul retro di foto o di cartoline, di cartellini di riconoscimento o brandelli di incarti di tutti i tipi. Erano messaggi fatti anche di una sola parola, di un verso poetico e perfino qualche lettera. Pensieri capaci di sopravvivere ai loro autori.
Fu allora che mi convinsi che l'eternità abita in noi come noi abitiamo in essa.
Per tante di quelle testimonianze riuscii a trovare un destinatario, un indirizzo al quale recapitarle. Altrettante rimasero frammenti di pensieri, resti di emozioni.
Attimi di eterno da allora vagano su questo paesaggio e abitano la mia mente."
"È per questo che torni qui?"
"Anche, ma non solo. È il mio modo di ricordare."
"Spiegami."
"Non essendo riuscito a trovare i destinatari, io sono rimasto l'ultimo ricevente, una specie di superstite, quello che deve dar voce alla memoria."
"E come?"
"Ho raccolto i pensieri e li ho messi in fila. Sorprendentemente ne è venuto fuori un discorso di senso compiuto, un ragionamento che fila come se fosse stato scritto dallo stesso autore. Ho concluso convincendomi di aver traccia di voce di coro, di concerto d'anime."
Fu allora che dispiegò il foglietto e lesse alzando di quando in quando gli occhi per guardarmi e per spiegare, ma ebbi forte il sospetto che andasse a memoria.
- “Amore” - era scritto sul retro di una piccola foto, ritratto di una ragazza sorridente.
- “Amore aspettami” - era su un brandello di lettera trovato in una tasca di uno sconosciuto.
- “E ti venni a cercare per dar senso alla mia vita. Per poterti pensare la mattina quando mi sveglio, la sera quando cerco di dormire, quando corro e quando mi riposo, quando sono triste e quando vorrei essere allegro perché il nostro amore sarà per sempre” - era scarabocchiato su quella che doveva essere stata la cartolina di precetto.
Quante volte trovai parole d’amore e mi parvero fuori contesto, poi ragionai: proprio su un campo di battaglia, regno dell'odio, aveva senso la ricerca dell'amore.
Potrei continuare a lungo, ma ciò che mi interessa sta in quello che riuscii a malapena a decifrare su un foglio di quaderno piegato in quattro che uno di quei ragazzi stringeva ancora in mano quando lo trovammo:
- “Se vederti è stata la più bella sorpresa della mia vita, conoscerti è stata un'esperienza capace di dar senso al mio essere.
Sei tu la mia lei, la mia metà.
Hai guidato il mio passo e te vorrei al mio fianco per sempre. Stiamo per trasformarci da coppia in famiglia. Vorrei che tu guidassi la nostra nave, che tu ne reggessi il timone.
Se dovessi farlo da sola ricorda che la nostra stella polare è sempre stata una: amore cercammo il primo giorno e tutti i successivi.
Amore costruimmo, in amore ci rifugiammo.
Se anche dovessi navigare da sola sarò con te ad aiutarti a tenere quella rotta fino a quando assieme affronteremo l'eternità e insieme rinasceremo. Questo dovrai dire a nostro figlio. E, se sarà una figlia, chiamala Anastasia che significa resurrezione.
Insegnale che ogni tempesta finisce, che nessuna notte è eterna e che anche il buio più fitto può essere vinto dalla forza semplice di una candela.
Insegnale che l'eternità è fatta di attimi.
Spiegale che in ognuno di noi sta uno di quegli attimi e che tutti insieme formiamo l'infinito.”
Non rividi più quello sconosciuto al quale, me ne resi conto in seguito, non avevo neppure chiesto il nome. Per questo non potei neppure cercarlo efficacemente. Provai a parlarne con delle persone del luogo, ma nessuno seppe darmi indizi utili.
Se non fossi uomo del terzo millennio potrei forse dire di avere incontrato un messaggero, forse uno spirito, forse un angelo o semplicemente un uomo.
Sta di fatto che la sua storia, anzi le sue storie, mi balzano davanti in questa notte infinita fatta di un tempo scandito dall'andare e venire di un tergicristallo.
In questa strana guerra contro un nemico invisibile d'improvviso capisco che stavolta tocca a me scalare la montagna. Ora sono io che devo raccogliere attimi di eterno di esistenze di miei simili che non ho mai conosciuto.
E mi accorgo di avere ancora meno di quel che il mio ignoto interlocutore era riuscito a raccogliere.
Ho solo delle foto con dei nomi sulle bare.
Le consegnerò a dei parenti costretti a lasciar nella solitudine i propri congiunti perfino nel momento peggiore.
Solo quello potrò fare anche se li vorrei abbracciare ad uno ad uno come fossero miei fratelli.
Potrei perdermi dentro le gocce di pioggia che imperlano il cristallo di questo grosso camion come le lacrime che mi accorgo sgorgare dai miei occhi.
C'è solo un pensiero che mi accompagna e mi sorregge.
Da qualche parte ci sarà un bambino, ci saranno nuove esistenze.
Ci sarà il tempo di Anastasia che vuol dire resurrezione.
Torna ai contenuti