Super Santos - Gruppo Alpini Arcade

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Super Santos

Albo d'Oro del Premio > Tutte le edizioni > Edizione23
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XXIII EDIZIONE - Vittorio Veneto, 7 Gennaio 2018
Premio speciale
Trofeo Cav. Ugo Bettiol

Super Santos

di Kristine Maria Rapino - Chieti



Esiste una regola nella tradizione della montagna: sui sentieri ci si saluta sempre. Quelle stesse persone sei libero di non salutarle quando sei in paese. È lecito perfino disprezzarle, dimenticarle, ignorarle. Finche si riesce. Ma possono diventare troppe, per continuare a far finta di niente. Un’eventualità che va messa in conto.
Gambia, Senegal, Nigeria.
Ragazzoni alti, muscolosi, che a vederli sugli schermi sarebbero sembrati tutti campioni di pallacanestro, o di qualche altro sport nel quale i neri, per ragioni che ancora stenti a comprendere, eccellono più di chiunque altro. Ma quelli mandati da voi non sono atleti a cui chiedere autografi.
Sono neri e basta.
In montagna, prima d’ora, non ne avevi visti. Sulle spiagge, sì. A vendere accendini, occhiali da sole, copridivano kitsch, aquiloni. C’erano sempre. Alla peggio, con qualche euro te li levavi di torno. Poi ve ne tornavate a casa con l’ultimo treno del pomeriggio. Tua figlia allacciata ai giocattoli, lo spago dell’aquilone attorno al polso. E tua moglie. Lei, col paio di orecchini appena acquistati, che te l’avrà detto mille volte, sei il solito criticone, sul golfino blu ci staranno benissimo.
Tornavi alla tua vita. Al resto, alla lunga scia di sudore, a quella loro andatura sbilenca sulla sabbia, chi ci pensava più.
E adesso eccoli lì, i neri. A casa tua. Sulle tue strade, sui tuoi passi. Dentro alla tua storia, una solitudine imposta che fatichi a far accettare perfino a te stesso. Ovunque in paese, fra quelle anime dalla pelle chiara, abituate al cambiamento in piccole dosi.
Un’improbabile mistura cromatica: il nuovo popolo della neve.
Hanno preso d’assedio gli alberghi dal mobilio anni ’70 e i poster dell’Italia di Scirea. Senza wi-fi, senza tv satellitare, senza ascensore. Quelli per turisti rurali, da zaino in spalla. Perché qui, ormai, a parte loro non ci viene più nessuno.
Quest’anno l’autunno è arrivato senza preavviso. Scialbo, col suo retrogusto di quotidianità. Per qualche mese il caldo aveva indugiato in salotto, poi, aveva desistito. Ti aveva costretto a dormire in cucina, la zona più fresca. La camera da letto è afosa. E comunque, non ci entri da tempo. Non più.
Ormai il sole è arrendevole. La notte arriva presto e senza sorprese, come una cena leggera. Ti avvii in bagno e porti avanti il rito. Ti lavi i denti, ti spogli. Infili il pigiama. Per un po’ tieni la luce spenta e la finestra aperta per vedere l’avanzo del giorno sulle cime. L’aria ti entra dentro. Ti raschia la gola. Lei te lo diceva sempre, quella raucedine non guarirà mai. Poi la richiudi. Il sonno arriverà.
Ami la montagna, il tuo paese di vecchi e la loro solida mappa del mondo, fatta di strade tutte miracolosamente simili, di sedie davanti alle porte, di tornei di carte nei bar, di consonanti masticate come noci. Un coagulo di case sulla roccia, con una sola pensilina per gli autobus e un insolito punto per le biciclette elettriche, che nessuno ha mai usato. Un nido di fango chiuso. L’edificio comunale con l’orologio rotto, il tricolore al vento, la piazza deserta.
Si era svuotata all’improvviso. Uno giorno era arrivata la vita, con le sue solite complicazioni. E aveva spettinato tutto. I giovani avevano preso il largo, inseguendo pubblicità di un avvenire prodigioso, di libertà interminabili. Ci aveva pensato il tempo, a gettare sale sulla neve: quella gente, quella storia, non sarebbe cambiata mai. Quanto si sbagliavano.
La piscina comunale è una carcassa d’elefante. Distrutta dopo un incendio, ha solo le travi del soffitto. Nere, ammutolite. È lì che si riuniscono, i neri. Una involontaria assonanza con quel senso di comune devastazione.
Nelle orecchie, le cuffie e una miscela di note americane. I piedi puntati contro il muretto, lo sguardo limaccioso. A guardare sul cellulare la foto di madri nere, sorelle nere, mogli nere precipitate nel crepuscolo. Abbandonate alla guerra, chissà dove.
Ogni mattina esci e passi in mezzo a quegli occhi. Tentano di trascinarsi fuori dal labirinto. Di allacciarsi al tuo mondo. Ma tu prosegui, li ignori ancora.
Da qualche giorno li vedi girare più spesso, con appena un maglioncino addosso e un berretto da baseball dei New York Yankees, che non sai da dove l’abbiano preso. L’aria di adolescenti diretti da nessuna parte. E per un attimo ti chiedi se abbiano freddo. È montagna. Tu sei abituato a quel clima, loro no.
Ma poi te ne dimentichi, finché non te li ritrovi di nuovo per strada a innaffiare le piante di un bar, a passare la scopa davanti a un negozio, a trasportare inferriate da un punto all’altro del paese. E di nuovo, quel senso di disgusto. Non ti abituerai mai.
Torni a casa e ti siedi di fronte al telefono.
- Pa’, sei sicuro di stare bene?
- Sì, sto bene.
- La piccola ha bisogno di te.
- Lo so.
- Anch’io ho bisogno di te.
- So anche questo.
- Pa’, vieni a stare da noi.
- Perché?
- Perché ci manchi.
Il pomeriggio riposi sulla poltrona all’ingresso, vicino ai libri. Poi lavori in giardino per un paio d’ore, esci in bicicletta. Vai al cimitero. A fine giornata, per una consuetudine che a tratti s’infila nel ridicolo, vai in chiesa. Ti siedi ai banchi in fondo. In silenzio. In quel luogo di rette parallele che dura da cinque anni.
E li incontri perfino lì, i neri.
Qualcuno si affaccia timidamente, incolla gli occhi a una croce che non gli appartiene. Fa casa intorno a quel corpo. Ti viene voglia di gridare: lasciate stare questo luogo, lasciate stare questa fede. Il Signore non è mio. Il Signore non è neppure nostro.
Poi ci ripensi. Lei non avrebbe voluto. Esci senza guardarli.
Li hanno sbarcati negli hotel più lontani. Per arrivare in centro devono percorrere un paio di chilometri. E passano di fronte casa tua, tutte le volte.
A lei sarebbe piaciuto vederli andare avanti e indietro con le biciclette. Ci si sarebbe divertita, a guardarli. Li avrebbe invitati per un caffè, ne sei convinto. Ti fa rabbia sapere che potresti averli trovati in salotto, insieme, seduti sul tuo divano, a chiacchierare. Ti fa ancora più rabbia sapere che non li troverai. Nessuno di loro.
Stamattina cammini un po’ meglio. Il tempo di fare la spesa e tornare a casa. A piedi. È da allora che non prendi la macchina.
Vorresti farcela, non chiedere aiuto a nessuno. Dopo l’incidente, quel ginocchio spesso ti fa male, soprattutto quando fa freddo, o quando sta per cambiare il tempo. Come un tarlo, lavora costantemente per ricordarti che tu sei ancora vivo. Mentre il dolore entra ed esce indisturbato dalla cucina, dalla camera da letto, dalla dispensa che lei aveva impiegato mesi a sistemare. Percorre i luoghi dell’assenza come se niente fosse.
Ti sforzi di avere una coordinazione accettabile. O in un attimo, qualcuno lo noterebbe e farebbe arrivare la voce a Roma. E poi la solita telefonata delle otto, a irrompere in quella disperazione ordinata.
- Non mi va che stai lì da solo.
- È casa mia.
- Ma non mi va che stai lì.
- Sto qui.
- Pa’, non è stata colpa tua.
- …
- Pa’…
Decidi di non passare per la strada della piscina. Sai che li troverai. Raggiungi la piazza da un’altra via. E sono tutti intorno alla fontana, i neri. A riempire d’acqua i secchi, a fare commenti in quella lingua scivolosa. Puzzano. Sudore agliato, da togliere il respiro.
Li oltrepassi. Quando esci dall’alimentari sono ancora lì.
Uno di loro ti si avvicina con passo energico. Agita le mani. Ti parla.
Ti senti frugato da capo a piedi. È la prima volta che glielo consenti. Sei stanco, hai abbassato la guardia. Hai troppi pensieri per la testa.
Non capisci una parola di quello che dice. È l’Italiano dei permessi di soggiorno: verbi all’infinito, denti bianchi. Potrebbe averti detto qualsiasi cosa, ma è probabile che ti stia chiedendo dei soldi. Appari seccato. Lui lo intuisce e ti spiega, come può, che vorrebbe aiutarti a portare le buste della spesa. Tu lo allontani.
Riprendi in mano i sacchetti, ti avvii verso casa. Ma non ce la fai, il ginocchio ti fa male e ti costringe a fermarti alla prima panchina.
Resti lì per un po’, sul bordo delle cose. Dal bar, ti arrivano i rumori. Bicchieri, televisori accesi, voci, porte spalancate all’improvviso. Qualche bambino gioca con le castagne matte cadute dagli ippocastani. Qualche anziano le raccoglie e se le mette in tasca, contro il raffreddore. Resti immobile, assorbi i dettagli. Quand’è che questo posto ha smesso di appartenerti?
Finché non noti un paio di ragazzi neri accostarsi alla vetrina della tabaccheria. Accanto, un enorme cesto con i palloni di plastica, la rete intorno. Ne sollevano uno. Se lo rigirano fra le mani. Se lo lanciano fra di loro. Lo riconosci, l’entusiasmo delle piccole cose.
È un pallone arancione con le bande nere. Il classico. In plastica leggera, di quelli che si bucano alla prima caduta.
Non ci sono dubbi: è il tuo. Lo stesso che avevi da ragazzo. Quello delle cinquecento lire meglio spese. Delle ginocchia sbucciate, delle partite a palla a muro, quando eri troppo timido per raggiungere gli altri al campetto. Quello dei lunedì di Pasqua e dei tentativi di tua figlia di fingersi un maschiaccio solo per compiacerti.
Eccolo. Ha l’aspetto di sempre. Ti corre incontro col suo carico di ricordi. Ti trova cambiato.
I ragazzi lo lanciano in aria. Il pallone conquista a fatica un pezzo di cielo, ricade. Il tabaccaio esce di corsa, li scaccia. Ritirata.
Uno di loro sembra più deluso degli altri. Torna verso la fontana, da solo. Lo osservi. Avrà più o meno vent’anni. Ha le spalle larghe, i muscoli tonici. È un bel tipo. Chissà, anche a lui, quale storia quel pallone deve aver raccontato. Quale abisso deve aver varcato.
Non sai spiegarti perché ma ti alzi, percorri la breve distanza che ti separa dalla piazza, afferri dal cesto un pallone ed entri nella tabaccheria. Quando riesci, trovi il ragazzo e glielo lanci.
Tieni, gli dici.
Lui s’illumina. Scalpita, strappa la rete, corre verso il prato.
Si mettono tutti a giocare. Lontani dall’Africa, lontani dal mare. In quel posto fatto solo di presente e di giorni a cui dare un nome.
Li osservi: ragazzi a rincorrere un pallone. Poi torni a casa.
Qualche giorno dopo l’avresti rincontrato. Gli avresti permesso di accompagnarti, e avresti scoperto che anche lui ha perso la moglie. Proprio in quel viaggio. Proprio in mare.
Qualche settimana dopo li avresti fatti entrare tutti per offrigli un caffè.
Qualche mese dopo, ti avrebbero chiesto di guidarli in montagna. Una volta, era il tuo mestiere. Lungo la strada, ti avrebbero chiesto il significato di quelle piccole costruzioni fatte con le pietre accatastate, torri malferme che si ergono ai lati del sentiero.
- Sono gli omini di pietra. Servono a far ritrovare la strada di casa.
Gli avresti spiegato. Allora ti avrebbero chiesto di aiutarli a costruirne uno.
E sareste tornati. Felici.
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