Sui campi - Gruppo Alpini Arcade

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Sezione di Treviso
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Sui campi

Albo d'Oro del Premio > Tutte le edizioni > Edizione03
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

III EDIZIONE - Arcade, 5 Gennaio 1998
Primo classificato

Sui campi

di Paolo Venti - Pordenone



“Il sudore è il succo dell'uomo, Toni!; se lo spremi, un uomo, se spremi i dolori e le fatiche, ti resta una damigiana di sudore.” “E Il sangue?” chiese Toni assecondando quel tono di sapienza profonda e scherzosa ad un tempo. L'amico drizzò un attimo la schiena e stette con la falce in mano, come per riflettere su quella domanda: “Il sangue... è del parto, della guerra, di Dio ma qua, sulla terra, è sudore, Toni, è tutto sudore.” Si chinò di nuovo e tacque qualche secondo riprendendo a mietere: senza alzare gli occhi, con tono diverso, riprese: “Tua moglie, a proposito, non l'ho vista oggi.” Toni fece una smorfia, storse le labbra un po' rovinate dal sole e scuotendo la testa non rispose.
Erano mesi ormai che la Caterina era più a letto che in piedi e ora, poi, erano tre giorni che non ce la faceva più nemmeno ad alzarsi per mangiare. Fino a che aveva potuto si era sforzata di alzarsi per cucinare, ma non le restavano più le forze. Diceva che le gambe non la reggevano, e doveva essere vero a vedere come si erano ridotte, gonfie che quasi non si conosceva più la caviglia.
La ricordava nel giorno del matrimonio, sei anni prima. Ricordava spesso i capelli lunghi e i boccoli, una bella ragazza prosperosa che lo aveva fatto impazzire da quando era un bambinotto. Aveva ventiquattro anni quando si erano sposati ma manteneva tutta la bellezza dei sedici anni unita ad un'aria di maturità che la rendeva ancora più desiderabile. Avevano aspettato a lungo perché Toni voleva farsi la casa, mettersi a posto ed era andato a fare le stagioni su in Germania. Ricordava il giorno delle nozze, quando l'aveva vista sulla scalinata della chiesa con il vestito bianco di cotone, da poveri s'intende, le era parsa la Madonna con le guance rosse di sole, in quel sorriso misto di pudore e felicità che la rendeva ancora più bella. Così lui l'aveva sempre voluta. così l'aveva desiderata.
Chissà, forse l'aveva indebolita il parto, o qualche malattia... Ormai erano mesi che davanti ai suoi occhi si rovinava di giorno in giorno. Il corpo si era appesantito e aveva perso pian piano tutte le sue forma. Il rossore del viso che prima era segno di salute, di lavoro, era diventato il colore della malattia: un rossore lucente, la pelle sempre sudata, come di chi ha la febbre. I capelli neri non erano più ricci ma pendevano attaccati alle tempie. La bellezza perduta restava intatta nel sorriso e negli occhi, ma questo era ancora più doloroso per Toni, quel ricordo sempre presente dei tempi passati. Anche la bambina ricordava la Caterina da giovane, con quegli occhioni grandi e quei capelli ricci che formavano dei bei boccoli sulle spalle, ma aveva un'aria più triste, forse perché la madre non riusciva più a starle dietro e dovevano lasciarla con i nonni. Monica l'avevano chiamata, perché era il nome della bisnonna paterna.
La vita era cambiata del tutto adesso che la moglie era stesa a letto tutto il giorno. Stava sotto le coperte quasi senza muoversi, solo con gli occhi che si muovevano di tanto in tanto qua e là, come quando cercava per la casa i lavori da fare, gli angoli da pulire: e lo sguardo si fermava alla fine fisso e rassegnato sul soffitto, le braccia abbandonate inerti lungo il corpo. Aveva solo qualche linea di febbre ma sembrava bruciare dentro. Era in un bagno di sudore e ci voleva sempre uno accanto a lei a rinfrescarle il viso e la fronte. Ansimava in un modo sommesso chi, faceva pena e non faceva pensare nulla di buono. Il dottor era venuto si, due o tre volte, ma non sapeva nemmeno lui cosa dirle e quelle scatole di pastiglie che le aveva lasciato erano più che altro un modo per fare il proprio dovere in mancanza di meglio, per dare una speranza, se altro non poteva. Di giovamento non ne era venuto nessuno eccetto un forte odore di medicina che stagnava nella camera da letto. E pensare che fino all'anno prima era così fresca e piena d’aria buona (ci teneva tanto lei e apriva tutte le finestre nella nelle ore di sole, metteva i mazzetti di lavanda fra le lenzuola nell’armadio come le avevano insegnato fin da bambina ... ) Meno male che sua madre poteva assisterla, portarle qualcosa da mangiare, farle i lavori di casa, perché nella stagione della mietitura Toni era preso per il collo. Con i due cavalli da tiro e il carro, dopo aver lavorato il suo, cercava qua e là di guadagnare qualcosa negli altri poderi.
Era robusto e ben fatto, abbronzato dal sole. I capelli neri corti e i baffetti completavano la sua figura: era un bell'uomo, certo, e non sfigurava affatto accanto alla Caterina, una volta. volta. La domenica soprattutto, quando si metteva Il vestito nero da festa con il gilè di raso che gli aveva cucito la Caterina, l'orologio vecchio di suo padre con la catena che pendeva nel taschino, la camicia pulita e il cappello di feltro In testa, bè... la Caterina ne era orgogliosa e scendevano in paese, sottobraccio, alla messa.
Ma dopo la malattia della moglie, a dire il vero, il Toni si era un po' incupito, non aveva più quella voglia di ridere che lo rendeva amico di tutti. Alle sagre del paese non mancava mai: magari stanco per il lavoro di tutta una giornata, dopo aver munto le mucche andava giù con la Caterina e ballavano fino a tardi al suono di una fisarmonica, con tutti gli amici; quella del ballo era una passione che avevano sempre avuto tutti e due. Era stato proprio a una festa di quelle che aveva parlato per la prima volta di loro due alla Caterina, mentre stavano ballando: a sentirla così vicina, con quel capelli che facevano ora un tutt'uno con i suoi baffi non aveva saputo attendere più. Ma ora non c'era più ballo da tempo. A casa, la sera, cercava di essere un po' allegro per tirare su la moglie ma non sempre ci riusciva, lui, ad essere allegro. Ci provava, magari con un paio di bicchieri buttati giù apposta, ma la Caterina lo capiva e se ancora non usciva per le osterie a ubriacarsi forse fra qualche mese lo avrebbe fatto. Lui tornava la sera stanco e sporco e di là, dalla cucina, mentre si dava una risciacquata nell'acqua dei catino cominciava a raccontarle qualcosa pensando di farla contenta, di farla sentire ancora al centro dei lavori. della mietitura. Ma ancora di più lei si sentiva morire, li a letto a trent'anni, inutile. Qualche volta il Toni tornava a casa con dei fiori di campo, quel fiordalisi che le piacevano e che raccoglieva sempre prima di lasciare il lavoro. Poi cenava quel po' di cibo che la suocera, buona, gli faceva trovare sul tavolo, ma era sempre un mangiare da solo, da scapolo o da vedovo. E il letto era solo per la fatica, ormai. per togliere di dosso un po' di quella spossatezza che viene dopo un giorno intero passato a mietere sotto il sole: là, fra quell'odore di medicina e con la Caterina che quasi faceva fatica a parlare, non gli dava più gioia.
Del desiderio ardente di pochi mesi prima ora restava soltanto un amore fatto di tristezza, di pietà, quasi, per quegli occhi neri e scavati che parlavano tanto, che dicevano tutta la loro disperazione. E solo gli dava gioia ora, ma gioia di un attimo, Il sentirla parlare, quel poco, il sentirla nel sonno chiamare il suo nome, e piangeva allora pensando a quando era nata la piccola Nica, la Monica; ormai sono tre giorni che non la vedo , sta bene coi nonni ma qui in casa, noi tre chissà quando... E guardava a lungo il soffitto allora, nella poca luce della luna, quel soffitto bianco, pensava, che lei per tutto il giorno aveva fissato. La sentiva ansimare al suo fìanco con un gemito dentro al petto, come un affanno dell'anima.
Tornare là nel podere dei Roccoli non gli era di peso, anzi, e partì la mattina col carro fischiettando, per la prima volta dopo tante mattine: sul carro aveva caricato i due secchi di latte appena munto da lasciare in latteria prima di andare alla mietitura e un pezzo di polenta avvolto In un panno pulito per il pranzo. Non sapeva bene perché ma più volte nella mente aveva rivisto la Manuela, anche sul soffitto bianco della camera gli era sembrato di vedere il suo viso quella notte. Aveva lavorato con loro il giorno prima per guadagnare qualche lira, come faceva ogni tanto di qua e di là. Era orfana fin da quando era piccola ed era cresciuta con una zia mezza paralizzata, in un buco di casa su alla frazione Lazzarini. La gente la chiamava “stramba” delle volte, perché la gente se la deve prendere sempre un po' con chi non ha nessuno, magari solo per dire, senza cattiveria; in fondo tutti le volevano bene, così piena di vita com'era, che pareva dovesse compensare tutte le sofferenze e le privazioni che la vita le aveva dato.
Lei sola in tutto il paese teneva i capelli corti, corti e ispidi come il crine fra le corna di un vitello, e sempre portava di grandi cappelli di paglia o dei fiocchi, dei fiori dietro un orecchio, fra i ricci biondi. Nessuno più si meravigliava di quel suo modo di tenersi, anzi, sorridevano di un sorriso buono ogni volta che la vedevano arrivare.
Era bella, alta un po' più della Caterina e di qualche anno più giovane: il viso pienotto con quelle due fossette nelle guance quando rideva mostrando la corona perfetta di denti, talora con delle risate sonore che davano la gioia a chi le stava vicino. Si vestiva come poteva con quei vestiti che qualcuno le regalava, larghi camicioni, maglioni troppo grandi e certe volte camicie da uomo. Il corpo si perdeva dentro quei panni ma i seni formati da vent'anni, la curva robusta delle reni e le gambe così lunghe e forti come colonne si scorgevano talora, quando senza alcuna malizia si chinava sui solchi a tagliare il grano o quando si tendeva In tutta la sua altezza per gettare sul carro un fascio di spighe. C'avevano provato in tanti e sembrava una preda facile, così sola e così bisognosa di aiuto. Qualcuno c'aveva provato così, tanto per passarci una serata, divertirsi un po', ma c'era stato anche chi le aveva fatto la corte per più di due anni: durante il servizio militare tornava quasi solo per vedere lei, e se ne ripartiva sempre più rassegnato. Ma la Manuela non aveva voluto sentirne parlare, né di lui né degli altri. No!: lei diceva no ad ogni proposta, dalla più sfrontata, alla più innocente, alla più seria, senza distinzione, tanto che la maggior parte degli uomini ormai non ci pensava quasi più.
Se lo ricordavano tutti quando due anni prima lei, proprio in mezzo a tutti, era scoppiata a piangere ed era scappata via di corsa, lei che era sempre così di buonumore. Era scappata via fra i solchi appena arati dove stava lavorando. Gino, il nipote del padrone, aveva provato a baciarla tirandola dietro un trattore, così, senza idea di far nulla di male, come fanno sempre i giovani di quell'età. E lei, senza gridare, era solo scappata piangendo e per due giorni non si era fatta vedere. E se lo ricordavano tutti anche il vecchio Giobatta, il nonno del Gino, che si era avvicinato al nipote e con tutto che aveva quasi settantacinque anni gli aveva rifilato una sberla da farlo cadere all'indietro sul covone: aveva chiamato la Lina e le aveva detto di andare a vedere della Manuela, poveretta. Nessuno le aveva chiesto nulla, nemmeno quando era ritornata a lavorare come se non fosse capitato niente, con il solito modo di fare e la solita voglia di allegria, senza un'ombra di rancore neanche verso il Gino. Chissà, qualcosa forse era successo, forse da bambina sballottata per anni da un parente all'altro, e si sa come sono i parenti delle volte. Amiche ne aveva, sì, tante, la Lina, la Tullia, coetanee con cui era cresciuta, ma non sapevano nulla, non avevano mai parlato di quelle cose e chissà, forse nemmeno la Manuela sapeva nulla. O forse il suo era solo un modo per difendersi, un'istintiva protezione contro quello che gli uomini cercavano da lei, senza padre o fratelli a proteggerla.
”Come sta la povera Caterina?" Gli aveva chiesto un po' incerta Il giorno prima, mentre lui caricava sul carro i fascetti di grano che lei si era lasciata dietro dopo averli legati. Non aveva nella voce la consueta allegria e spensieratezza giovanile, aveva quasi un'ansia e una serietà da adulta. E là appoggiata sul bordo del carro si erano fermati un po' a parlare, così, della febbre della Caterina, dei cavalli che, poveretti, pativano sotto il sole, dei capelli biondi della Manuela, perché non se li lasciava crescere, e dei baffi di lui e perché non se li tagliava. Avevano ricominciato a lavorare e non avevano parlato più, ma nel pomeriggio ogni volta che lui passava accanto alla Manuela a raccogliere i fasci si guardavano negli occhi, senza farlo di proposito, e lei sorrideva un po' come se avessero un segreto fra loro, una complicità che in tutti gli altri sorrisi la Manuela non metteva. Era un sorridere più mesto del solito quello, come vergognoso, pensava il Toni, ed era proprio quel sorridere così tenue così diverso dal ridere allegro della Manuela che quella notte gli era ritornato in mente tante volte.
Ma quel giorno la Manuela non lo guardò quasi, chinando il capo sui solchi quando le era vicino. Solo il pomeriggio lui le parlò un attimo, le chiese se volesse del vino, che era caldo là sul campo tutto il giorno. Non ne voleva, no, non beveva mai, ma gli sorrise di nuovo un po' e fu contenta che lui le avesse parlato, si capiva. Parlarono altre volte nei giorni che vennero fino a che il lavoro su quel podere finì. Niente, solo qualche parola, ma chissà, erano parole e sorrisi che gli davano gioia, lo facevano sentire importante, unico forse, almeno nel sorriso della Manuela.
La vide andare via l'ultimo giorno con quei fiori sull'orecchio, tutta sudata e ridente. mentre parlava con la Lina mostrandole la manica della camicia tutta strappata. Si guardarono ancora una volta e lei smise di ridere, alzò solo un poco una mano e lo salutò così, da lontano, mentre lui se ne andava coi cavalli, non disse nulla alla Caterina, non ebbe tempo di rimorsi, perché non aveva nulla da rimproverarsi, ma fu lei la prima a capire: lo capì dal buonumore con cui era rientrato quella sera, dalla cura con cui si tagliava i baffi la mattina sul catino prima di uscire. Ma non gli chiese nulla. Erano mesi ormai, forse era bene così... Ma pianse lo stesso, pianse da sola prima ancora che accadesse qualcosa, prima che lui stesso capisse quello che stava provando.
Rivide la Manuela alla sagra del paese, in ottobre. La Caterina aveva voluto che ci andasse, aveva insistito e si era alzata perfino per sistemargli la camicia. Era rimasto fermo un bel po' parlando con gli amici sul bordo dello spiazzo dove si ballava al suono dell'orchestrina. Ragazze ce n'erano e dopo un po' seguendo gli altri iniziò anche lui a ballare con qualcuna. Anche la Lina c'era, e con lei c'era anche la Manuela, là sedute che chiacchieravano e ridevano. Si avvicinò con il Giulio, non sapeva nemmeno lui perché, e sorridendo fece ceno alla Manuela per invitarla a ballare. Lei non sapeva ma poi la Lina si alzò, andò via col Giulio in mezzo alla pista e anche lei dovette andare. Non sorrise, andò così, come costretta. Ballava bene ma sembrava aver paura; non si lasciava andare e stava lontana da lui. Finì un ballo e ne iniziò un altro. Ecco, dopo un po' la senti avvicinarsi e sentì che appoggiava la sua fronte sul suo petto nel valzer che suonava l'orchestrina. E rimase così, muovendosi piano piano finché la musica cessò. Rimase ancora così, incollata al suo petto e lui si accorse allora che piangeva. Si accostò al lato dello spiazzo dove c'era meno gente e le sollevò un po' il mento. Aveva Il viso bagnato di lacrime e anche il suo gilè era bagnato: lo guardò negli occhi e sorrise come gli aveva sorriso nel campo. Poi scappò via e lui non la trovò più quella sera. Non ballò con nessun'altra: dopo averla cercata a lungo ritornò a casa, felice e triste allo stesso tempo.
Avvenne in maggio l'anno dopo, al primo taglio dell'erba. L'aveva rivista qualche volta, di sfuggita e si erano solamente sorrisi, da lontano. La gente. le amiche di lei ... ; non avevano più parlato assieme, nemmeno di quella sera, alla sagra. Avvenne là nel campi dei Lazzari; l'avevano chiamata per una settimana a girare il fieno con altre ragazze e quel giorno c'era anche il Toni col carro, che il fieno era secco e dove- vano caricarlo. Fu lì che parlarono ancora. Lui le andò vicino e le parlò come la prima volta, dei cavalli, del fieno, senza chiederle perché quella sera era scappata così, perché lo avesse evitato per tutto quel tempo: lei accettò la polenta che lui aveva portato per pranzo, gli chiese ancora della Caterina, parlarono di come era bella quella giornata. Le accarezzò i capelli mentre parlavano per sentire quei riccioli crespi, era meglio se non li aveva fatti crescere, erano così... Lei sorrise e non abbassò il viso, continuò a parlare. Era sudata, le sentiva con la mano il viso umido e caldo per il sole e la fatica. Come piccole perle brillavano delle goccioline di sudore sulla fronte. Le braccia anche erano sudate e il vestito era quasi bagnato sulla schiena. Le labbra erano umide. Non lo cacciò via quando la baciò, lievemente prima, poi più forte, ma gli si strinse addosso. La baciò di nuovo e lei pianse. Le scendevano lacrime e sorrideva. Lo abbracciò ancora più stretto e rimasero così, lui che la stringeva con un braccio e le accarezzava i capelli; sentiva il suo viso sudato e accaldato pieno di vita, il cuore che batteva. Sentiva l'odore della sua pelle, del suo corpo bagnato per il lavoro e il caldo, il suo profumo di fieno. Lei alzò gli occhi e gli disse piano, sorridendo: 'Sei il primo...", quasi vergognandosi che fosse così.
Un'estate durò, fino a settembre. Tre mesi di caldo, di lavoro e di felicità. Non ebbe bisogno di parlare con la Caterina perché non fu quasi un tradirla, o forse perché lei già sapeva. Non sapeva chi fosse, chi desse gioia a suo marito, ma quasi aveva verso quella donna sconosciuta una riconoscenza dolorosa. Imparò a conoscerla da lontano, attraverso quel mazzi di fiori di campo che talora il marito le portava, ben curati questa volta. legati con grazia. Le poche volte che riuscirono a vedersi in quei tre mesi era la Manuela che insisteva perché si fermassero a raccogliere i fiori insieme, con una cura che era in sé un segno di rispetto, di un qualcosa che a voce, ecco, non sapeva dire, di quel sentimento così difficile che sentiva verso la Caterina. Voleva essere lei a legare i fiori. Il Toni non capiva le prime volte, voleva continuare a baciarla in quel pochi minuti che avevano ancora ed un po' gli sembrava brutto pensare alla Caterina in quel momento. Ma la lasciò fare; qualcosa forse capì quando vide che la Manuela aggiungeva al mazzo anche il fiore che portava fra i capelli. Non aveva rimorso per sua moglie, non un rimorso vero, cioè. L'amava, l'amava coma prima ma, ecco, vi era posto nella sua vita anche per la Manuela e non credeva di togliere nulla alla Caterina, non credeva di togliere nulla a nessuno. Era tutto così naturale in quelle sere in cui tornando dal lavoro riusciva a vedere la Manuela, di nascosto, per poco tempo, allungando un po' la strada per tornare a casa; era tutto così naturale e gliene restava solo una grande serenità che gli faceva amare di più anche la Caterina. Qualcuno capì, si incuriosì per quel carro del Toni che non si poteva certo nascondere. Qualcuno capì, ma sapeva la gente della povera Caterina e la voce non si sparse, non divenne pettegolezzo crudele. Anche per loro, forse, era normale che andasse così, era giusto quasi.
Con la fine di questa seconda estate la Caterina sentì pian piano tornare in lei le forze perdute e iniziò ad alzarsi a poco a poco, per qualche ora il mattino. Era rimasta un po' gonfia nelle gambe ma il sorriso le tornava più vivo sulle labbra. Poche ore ma intanto sentiva che la vita tornava, riusciva a godersi di più la piccola Monica che passava la mattina a casa con lei e tornava dai nonni quasi solo per dormire, ormai. Le riempiva la giornata imitando i lavori che vedeva fare alla mamma e alla nonna, come una brava donnina. Si aggrappava di quando in quando al grembiule della Caterina quasi volesse essere sicura che adesso la mamma stava bene e la tempestava di domande su tutto, per recuperare il tempo perduto. E anche il cuore di Caterina si riempiva di vita.
Non erano dieci, forse quindici giorni da quando la Caterina si alzava dal letto, sempre più a lungo; sempre con più speranza, era un giorno caldo di fine settembre quando il Toni andò a fare erba sulla costa, con la gerla sulle spalle, la falce e il fagotto con il formaggio, come sempre. Era un pezzetto di prato fra i boschi che gli dava un po' di fieno per le sue bestie: l'aveva avuto a poco perché era lontano, scomodo sul fianco della montagna. Partì la mattina presto e salutò la Caterina che era già in piedi a preparargli la colazione, con una manata affettuosa sul sedere. Così faceva sempre prima di uscire, sussurrandogli: “Fa' la brava!” come le diceva quando erano fidanzata e come aveva ripreso a fare da quando lei si era alzata. Prese fra le braccia forti la Nica e la sollevò in alto facendola ridere, fingendo di lasciarla cadere per vederla ridere di più. Zoppicava un poco ma fece in modo che la moglie non se ne accorgesse. Era un bel taglio sì, sul polpaccio destro. Se lo era fatto due giorni prima là, sulla costa scivolando su un ceppo tagliato di acacia. Si era quasi messo a ridere da solo per quella caduta goffa ma nell'alzarsi aveva sentito un dolore forte. Si era fatto un lungo taglio, poco sotto il ginocchio; si erano strappati i calzoni di panno e una scheggia di legno era rimasta piantata sotto la pelle. Non era certo la prima volta che gli succedeva, è facile su nel bosco. Senza farci troppo caso aveva tolto il canovaccio dentro cui era avvolta la polenta e si era fasciato come aveva potuto, dopo aver tolto con le dita il pezzetto di legno; si era bagnato con un po' di vino (dicevano che disinfettava), poi aveva continuato a falciare fino al pomeriggio. La sera non aveva detto nulla alla Caterina; un po' se ne era dimenticato, un po' per non farla preoccupare inutilmente. Il giorno dopo lo stesso, era salito sulla costa, ma non riusciva quasi ad appoggiarsi su quella gamba e c'era un grande alone scuro quasi su tutto il polpaccio. Quella mattina era caldo, era una giornata di sole ma là, mentre falciava sudato per la fatica sentiva un freddo nelle ossa, sempre più forte, una difficoltà a muovere le braccia che non aveva mai provato. Ogni tanto doveva fermarsi e sedersi su un sasso, appoggiarsi alla falce perché vedeva il bosco e l'erba annebbiarsi. La ferita era chiusa ma sentiva un dolore fortissimo per tutta la gamba. Non riuscì a mangiare nulla; lasciò la polenta e il formaggio e bevve solo un bel sorso di vino. Sentiva la gola secca e le tempie che pulsavano forte. Riprovò a rimettersi a lavorare ma cadde quasi per terra dopo due o tre colpi con la falce. Rimase lì dov'era pensando che in qualche minuto gli sarebbe passato. Bevve ancora ma non riusciva quasi ad aprire la bocca, metà dei vino gli scivolò ai lati e sentì il sudore che gli colava dalla fronte. Era un sudore gelido che usciva dalla pelle portando con sé tutte le forze, con dolore quasi. La gamba era come paralizzata e sentiva il sangue pulsare forte sul fianco, sulla schiena mentre brividi di freddo gli bloccavano di quando in quando il respiro. Il sole batteva forte, era proprio sopra di lui e lui guardava in su, vedeva le cime degli alberi che giravano intorno a lui in una nebbia sempre più scura, sentiva le cicale e i merli con i loro sibili acuti sempre più lontani e sentiva il sudore che bagnava i capelli, le spalle con i vestiti che si attaccavano sulla pelle e i brividi di freddo. Rimase così un'ora o più, fra poco sarebbe passato, forse era il vino che faceva quello scherzo, senza mangiare nulla, lo diceva sempre anche la Caterina. Cercò di alzarsi per tornare a casa ma non gli riuscì di muoversi. Sentiva solo un fuoco dentro, nella testa e il sudore che lo svuotava della vita.
Lo trovarono così la sera tardi; lo avevano cercato quasi al buio dopo che la Caterina aveva chiamato aiuto non vedendolo tornare. Lo portarono giù su una slitta, freddo ormai, avvolto in un lenzuolo. Lo posero sul tavolo, in casa, senza che la Caterina riuscisse a parlare, là, ritta sulla porta con la casa piena di gente che parlava, che cercava di consolarla. Rimasero con lei le donne, tutta la notte, venne anche il prete, il medico del paese; tetano disse ma lei non capiva nulla, nemmeno perché il Toni fosse lì sulla tavola con il lenzuolo sul viso, immobile. Insistettero perché dormisse un po' a attorno tutte parlavano, cercavano di consolarla: si stese sul letto e la lasciarono sola, credendo che dormisse. Spensero la luce e lei pensò dentro di sé che suo marito era morto, non era più, non lo aveva nemmeno visto morire; e pianse in silenzio guardando il soffitto come aveva fatto per mesi.
La mattina fu tutto un andare e venire di gente che voleva farle le condoglianze: fino a mezzogiorno non ebbe tempo di piangere da sola e di pensare, poi tutti andarono via a mangiare e rimasero sole lei e la madre. Bussò qualcuno alla porta verso mezzogiorno e mezzo quando neppure per le strade c'era più gente. Aprì sua madre ed era la Manuela, timorosa, con un mazzo di margherite bianche e un velo nero da cui sporgevano sulla fronte dei ciuffi biondi di capelli. Chiese se poteva entrare ed entrò nella stanza dove era la Caterina. Si guardarono e subito la Caterina capì che era lei, era la Manuela che Il Toni nei mesi che era stata malata... Fu contenta nel suo cuore e la guardò. La Manuela chiese di nuovo, alla Caterina questa volta, se poteva vedere il Toni. Annuì e l'accompagnò verso il tavolo. Non volle vederlo in viso, solo posò i fiori sul lenzuolo bianco e piangendo disse una preghiera. La Caterina le prese una mano fra le sue e sentì che tremava, restò lì in piedi finché smisero di scendere lacrime dal suoi occhi. Alzò il viso, la Manuela, e asciugandosi gli occhi con il dorso della mano disse sottovoce, con una voce da bambina: “Non glielo avevo detto al Toni che aspettavo... Non lo sapevo ancora...” E ricominciò a piangere mentre Caterina trovò ancora delle lacrime nel suo cuore, non per il Toni questa volta, ma per quella ragazza che adesso le pareva così giovane e lei forse doveva dirle qualcosa e non sapeva cosa dirle. Ma la Manuela andò via subito, quasi scappò continuando a piangere e chiedendo scusa senza che lei riuscisse a trattenerla e a dirle ciò che neppure lei sapeva.
Nacque in aprile ed era maschio, Antonio lo chiamò. E dicono che nella miseria lo tirò su sano e forte e che di quando in quando qualche pezzo di formaggio o qualche chilo di farina la Caterina li dava alla Nica, che era cresciuta adesso; “Va', portali su al Tonino, che mangi qualcosa anche lui, va'.” Andava la piccola Nica anche se non sapeva perché dovesse portare fin su dalla Manuela quelle cose, e se era primavera tornava portando un mazzetto di fiordalisi alla mamma, e neppure questo sapeva. perché la Manuela le desse quei fiori, e perché alla mamma ogni volta venisse da piangere e perché sorridesse ad un tempo fra le lacrime.
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