Segnalato 5 28 - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini


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Segnalato 5 28

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna:  le sue genti, le storie di ieri e di oggi”

XXVIII EDIZIONE Arcade, 5 gennaio 2023
Segnalato

SPERANZA IN UN FUTURO

di Sisana Antonio
Valdisotto (SO)

Tornare al paese natio è sempre un’esperienza emozionante. Tornarci dopo alcuni anni particolari come questi ultimi è stato ancora più incisivo.
Me n’ero andato tempo addietro, prima per studiare all’università, poi per lavoro ed infine per scelta di vita, in città; nei luoghi del traffico, degli aeroporti, del cemento e dell’asfalto mi sono costruito una posizione, un’attività, una famiglia. Ero tornato ancora al paese, per firmare alcuni atti, per qualche funerale, per trovare qualche parente, più per dovere che per piacere. Ed ogni volta vi era qualcosa in me, nel profondo, che si risvegliava, che tornava in vita, che mi faceva provare emozioni viscerali, ma che poi preferivo lasciar nascosto, soffocato, non ascoltato più di tanto. Non mi curavo tanto di questo sentire, come del resto neanche del vivere dei paesani, sempre alle prese con il cercare di tirare a campare tra lavoro agricolo, allevamento ed un turismo che richiama persone, ma “snatura la valle”, come dicono in molti. Ogni volta qualche casa veniva rimodernata, qualche locale aveva chiuso ed altri avevano aperto, le cime delle montagne sempre alte e possenti, i sentieri per raggiungerle, alcuni più ampi, altri lasciati alla ripresa della vegetazione.
Erano anni che non tornavo, prima perché l’attività lavorativa mi assorbiva molto, così tanto da far fallire il matrimonio, perdere amici, svaghi e piaceri; poi la pandemia, la malattia ed il fallimento della ditta, la perdita del lavoro, la difficoltà economica, la necessità di ritrovare un filo, un impiego, un senso. In città questi ultimi anni erano stati un delirio, una serie infinita di problemi, la difficoltà a riprendersi ed ora la situazione non si presentava certo rosea.
Questa volta tornavo al paese natio, nella mia valle, tra le montagne che mi avevano visto nascere e crescere, non più da vincitore, da chi ha fatto fortuna e ricchezza, ma da perdente, da chi ha fallito nel lavoro, nella famiglia, nel non sentire più uno scopo ed una spinta a vivere davvero. Non avevo fretta di tornare alla città ed al lavoro, non avevo nulla da raccontare per fare colpo sui paesani, non c’era niente che mi rubava dallo stare tra le vie di porfido del borgo.
Questa volta avevo riaperto il vecchio appartamento di mio nonno materno: due vani ancora buoni, uno cucina e soggiorno con la stufa economica ancora funzionante, e l’altro una camera con un letto ad una piazza e mezza, una madia ed un armadio con vecchie coperte di lana ancora presenti, di quelle scartate dall’esercito alla chiusura del servizio militare. Un piccolo bagno ed un giardinetto rimasto incolto ed il ricordo di un vecchio orto completavano la proprietà che mi apparteneva in eredità. Non era il caso, questa volta, di andare all’albergo “Bellavista”, occorreva arrangiarsi e, soprattutto risparmiare.
Il paese non pareva molto cambiato dall’ultima volta che vi avevo soggiornato: qualche bottega in meno, qualche casa ridipinta, qualche opera pubblica risistemata, qualche anziano in meno, qualche bambino in più. Ma anche per le vie del borgo si respirava aria di mestizia, di tempi duri, della necessità di trovare modi per riadattarsi a questi rapidi cambiamenti.
“Ci han tolto tutto quello che andava bene e ci serviva quelli di Roma e della regione!” tuonò Carburo dal tavolino più nascosto del bar Centrale una mattina d’inizio luglio. Come sempre se ne stava seduto a bersi con calma il suo caffè leggendosi il giornale. Nel bar si parlava di come stessero chiudendo reparti nell’ospedale più vicino, nella valle, e pure la scuola elementare e media l’avessero tolte da qualche anno.
“L’ospedale funzionava, non mancava nulla, medici, infermieri e tutto quanto. Taglia di qua, taglia di là ed alla fine ci ritroviamo un presidio ove si fanno qualche visita con i medici più scalcagnati che son rimasti. I medici di base vanno in pensione e non arriva nessuno nuovo e poi l’ufficio postale apre solo due giorni a settimana, le scuole non ci sono più ed i ragazzi devono prendere il pulmino e fare mezz’ora di viaggio ad andare e tanto uguale al ritorno. Altro che ripresa, altro che turismo, altro che attenzione per la montagna!. Parole, parole, parole!” finì di tuonare Carburo uscendo dal bar e sbattendo sul tavolo il giornale. Lui, figlio dello storico capo degli alpini della valle, aveva ereditato il soprannome proprio dal padre, reduce della guerra, sergente capace di superare montagne e battaglie con ardore e forza. Era stato pure sindaco del paese ed ora non poteva tollerare questo lasciar andare la montagna, togliere gran parte del servizio pubblico in valle.
“Ha ragione anche Carburo, ma non serve a nulla sbattere il giornale sul tavolo del bar!” prese parola un giovane che non conoscevo. “Occorre darsi da fare, trovare nuove strade, uscire dal sistema. Non ci ascoltano quelli della politica, dobbiamo far loro capire che a cambiare saremo noi, che non ci piangiamo addosso, che non ci fanno paura, ma che siamo più forti noi di loro!” concluse.
“Cosa intendi con questo Gianni?” chiese il barista al giovane.
“Intendo quello che stiamo già facendo. Giù alla piana del Lindo abbiamo ripreso in mano i campi, segale, grano saraceno, ed anche del mais. Aumenta il prezzo del grano? Ce lo produciamo noi se il buon Dio e la natura ci dà una mano! Una volta i nostri nonni facevano così, ed ora tocca a noi riprendere attrezzi e fiducia nella terra. Non hai visto che gli orti si sono triplicati sia di numero che di grandezza? Questa estate si rimetterà in piedi la preparazione di fermentati, passate di pomodori, pelati, verdure sottolio e sottaceto. Abbiamo ancora chi ha le ricette delle nostre vecchie e anche chi ha studiato nuovi metodi per fare provviste e agricoltura” rispose il Gianni, un poco più rosso in viso.
Sentendolo parlare mi ricordai di lui, un ragazzino sveglio e spregiudicato tempo addietro, figlio dell’Albina, sua madre esperta in erbe come la nonna Amelia, detta “Erba Uga” dall’amaro curativo che preparava un tempo.
“Bravi, bravi, voi i soliti sovversivi anti regime!” disse con tono di sfida il barista.
“Al diavolo te ed i tuoi amici del governo! Si siamo sovversivi, contro questo sistema che globalizza, che fa chiudere botteghe, che ci fa mangiare frutta e verdura che viene da lontano e ci vuole far morir di fame e freddo!. Siamo sovversivi, ma intanto non ci fa paura quel che deve arrivare. Abbiamo ancora fiducia nella terra, nella natura, in noi stessi e nelle nostre tradizioni. Non ce l’abbiamo più in questa politica legata al soldo e questa scienza legata agli interessi di pochi. Il sistema non ci cambia e noi cambiamo il sistema!” concluse ancora urlando Gianni.
Il barista non volle infierire, conoscendo il giovane e la sua convinzione non disse altro, ma ci pensò una donna di mezza età, seduta ad un tavolino a chiedere qualche chiarimento. Non era del posto, forse una turista, oppure di passaggio.
“Ma quindi avete ripreso a coltivare i campi?” chiese la donna.
Gianni non rispose, per lui prese parola una ragazza, la sua compagna, una bella donna, formosa, cotta dal sole, dagli occhi azzurri come il cielo.
“Si signora, siamo un gruppo di persone che hanno ripreso a coltivare i vecchi campi, a raccogliere le erbe spontanee ed i prodotti del bosco, ad allevare qualche animale come galline, mucche da latte, capre. Abbiamo creato una scuola nel bosco per alcuni dei nostri figli, ripreso a stare assieme, a condividere e scambiarci prodotti, arte e utensili come una volta. Vogliamo ritornare ad essere più autonomi possibili e solidali tra noi, ridare fiducia alla nostra terra, al territorio, alla gente. Questa è la nostra tradizione, la nostra gente. La gente di montagna deve tornare ad essere padrona della sua vita!” rispose la ragazza senza timore, con la stessa forza e luce negli occhi di Gianni.
Non disse più nulla la signora a parte fare i complimenti alla coppia giovane che stava seduta al bancone sorseggiando una tisana.
Io feci finta di nulla e dopo aver pagato il mio caffè uscii dal bar Centrale per incamminarmi verso la strada che portava proprio alla piana del Lindo, una zona appena fuori dal paese ricca di prati a pascolo e da qualche anno tornata ad avere ampi spazi adibiti a campi di segale, grano saraceno, mais e altro. Me n’ero già reso conto giorni prima come era cambiata rispetto all’ultima volta che  ero tornato, come del resto raccontava Gianni al bar qualche minuto prima.
Mi sorprendeva la forza e la caparbietà di loro e di alcuni giovani del posto capaci di sfidare la contingenza, la globalizzazione, la solitudine per costruire qualcosa assieme partendo dal passato per un futuro migliore, una nuova comunità.
Nei giorni seguenti potei rendermi conto di alcune novità che c’erano nel paese: Alfio, nipote del vecchio calzolaio aveva riaperto la bottega del nonno, ove oltre a riparare scarpe, le risuolava e creava moderni plantari oltre che vecchie calzature in legno tradizionali. Con lui in negozio vi era anche il padre che aveva ereditato dal nonno la conoscenza e le attrezzature e stava ritrovando la manualità assieme al figlio.
Antonio, dopo la laurea in biologia, era tornato in paese ed aveva aperto una piccola rivendita di latte crudo, yogurt artigianale e formaggi particolari, ampliando ed affiancando il lavoro dei suoi parenti che hanno mucche e capre da generazioni.
Pietro aveva frequentato e superato un corso di guida di mezza montagna ed organizzava camminate nel bosco, risalite del fiume ed incontri su flora e fauna locale, molto apprezzati da turisti attenti all’ambiente.
Albertina aveva trasformato l’antica cantina dei suoi in un piccolo negozio di prodotti erboristici, medicinali, ed artigianato legato al legno ed al bosco. Gente dalla valle veniva da lei a comprare oppure acquistava tramite internet. Fu proprio nel suo negozietto che conobbi Michelangelo, mio cugino di secondo grado, che mi raccontò come una parte di giovani e meno giovani del paese avessero costituito una piccola associazione ove si cercava di riprendere antiche tradizioni, lavorazioni, aspetti legati alla storia della valle ed all’artigianalità affiancando tecniche moderne, al web, alle opportunità di oggi per ridare forza e valenza alla vita del paese.
Si ritrovavano ogni settimana, spesso all’aperto in cerchio attorno ad un fuoco, per parlare, discutere, proporre, chiedersi e cooperare e questo ha risvegliato molta gente, anche anziana che piano piano si è aggiunta ed ha ritrovato ascolto, speranza, modo per trasmettere quanto l’esperienza ha insegnato.
Mi unii anch’io un giorno in uno di questi incontri e mi piacque sentire e vedere come lentamente una parte degli abitanti del paese si stessero ritrovando, riattivando, aiutando. Giovani ed anziani assieme, donne e uomini, bambini e bambine, desiderose di tornare ad essere protagoniste della loro vita.
“Un tempo molti, come tu stesso, avete scelto la città, l’abbandono della terra, delle tradizioni, delle montagne. Altri sono restati ed hanno cercato nel turismo, nella modernità, nella cementificazione un futuro. Oggi questo non c’è più e noi vogliamo tornare a noi stessi, alla vita, alla fiducia nella nostra terra. In questo crediamo, abbiamo alcuni dei nostri vecchi che ci aiutano, ci ricordano, ci spronano e molti dei nostri giovani che hanno studiato, hanno conoscenze moderne, ma l’umiltà di tornare alla terra. E siamo assieme, torniamo assieme a ridare vita alla montagna. Questo per noi è un futuro, è la speranza, una certezza” mi disse Francesco, uno di questi giovani che portava negli occhi la stessa lucentezza di sua nonna Benedetta, mia prima maestra delle scuole elementari.
In quello sguardo che parlava del mio passato e di un futuro riuscii a ritrovare una luce dentro di me. Questa volta la lasciai esprimere ed era proprio quella parte di me profonda e carica di emozioni che cercava di risvegliarsi, darsi alla vita ogni volta che tornavo al paese. E questa volta ho compreso che tra la gente della mia valle, delle mie montagne, ho trovato un futuro, ho carpito una speranza e la forza di credere ancora nella vita e nella gente, quella di ieri, quella di oggi e quella che sarà domani.
Ed oggi sono ancora qua, tra loro.
Con loro mi sento più vivo e più sereno.
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