Ridatemi l'anima - Gruppo Alpini Arcade

Gruppo di Arcade
Sezione di Treviso
A.N.A. - Associazione Nazionale Alpini
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Ridatemi l'anima

Albo d'Oro del Premio > Tutte le edizioni > Edizione10
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

X EDIZIONE - Arcade, 5 gennaio 2005
Premio speciale
"Teofeo Cav. Ugo Bettiol"

Ridatemi l'anima

di Anna Rossetto - Frescada di Preganziol (TV)



Passeggiava sulla rena, i piedi scalzi riassaporavano il tepore del sole, custodito fino a tarda sera  da quelle conchiglie sminuzzate dal tempo e dal mare.
Una lieve brezza portava odore di pesce, di barche, di alghe, di tramonti, di tempeste e di bonacce.
Quella calma gli sembrò quasi innaturale, lo spumeggiare argenteo delle onde che si frangevano ostinate sugli scogli gli dava quasi fastidio.
Dov’era stato lui in  quegli anni, negli anni della sua giovinezza, dov’erano allora quelle onde caparbie, costanti ed eterne nel loro morire sulle spiagge.  Dov’era quell’odore di sale, dov’era quella brezza che gli carezzava il volto,  insinuandosi nei solchi della senile maturità, dov’era quell’aria che gli entrava nei polmoni trovandovi solo il fumo di mille e mille eternamente ultime sigarette...
Era buio. Freddo. Umido. Potevano essere aggettivi destinati ad un bacio di una bella ragazza in una serata di pieno inverno ma, per mia sfortuna, la situazione era tutt’altro che allegra.
Dentro una buca, scavata con le pale e con le mani fino a che quel poco di  unghie che ci restava si permetteva pure di sanguinare, dovevamo in qualche modo ripararci, difenderci, impedire che entrassero e s’impossessassero delle nostre case, dei nostri campi, della nostra terra, della nostra patria. I sacchi di sabbia ammonticchiati uno sopra l’altro, come i mattoni di una casa pericolante, come i nostri confusi e rarefatti pensieri Gli elmetti calati sulla testa, i capelli sporchi di fango, sudici di stanchezza e di paura. Loro. Sì, loro, di là. In una buca come la nostra, con gli stessi capelli sporchi di terrore, con la stessa nostra voglia di un bagno, una stufa accesa, del sorriso di una madre, del bacio di una ragazza, dell’abbraccio di un fratello, di un pasto caldo, di tranquillità, di pace. Di pace.
Chissà se loro sanno perché devono invadere la nostra terra, perché devono conquistarci,  quasi che conquistare un popolo significasse appropriarsi materialmente delle persone, dei loro corpi, delle loro menti, delle loro azioni, delle loro anime. Delle loro anime. Certo, forse è così. E chi non ci sta, chi continua a pensare che l’uomo è libero, che l’identità di un popolo deve essere rispettata lo si appende ad un albero, lo si fucila, magari di fronte a moglie e figli. Oppure no.Prima si trucidano loro e poi il capo famiglia, perché impari per l’eternità chi è che comanda.
Ho vent’anni. Hanno vent’anni anche loro. Ogni tanto sento fischiare le pallottole ma la nuda terra, la terra umida, la terra per la quale sono qui come un topo nella sua tana, mi protegge.
Sappiamo che ci siete e voi sapete che ci siamo.
Inizia a piovere. Piove su di noi e anche su di loro. La radio continua a gracchiare qualcosa che nessuno capisce.
Nessuno capisce.
I nostri abiti sono fradici, si attaccano alla pelle come lumache su una foglia. Iniziano a sparare. Ora si muovono, è il momento, è buio, attaccano. Il cuore pompa più forte, un sibilo vicino all’orecchio… questa è per me, questa è per me… il tuo compagno urla, un urlo selvaggio che si eleva da carne bruciata… si accartoccia su se stesso, come un foglio di carta straccia. Cade a terra e tu non puoi, non puoi distrarti, non puoi vedere se sia possibile salvarlo… Cristo rialzati, Santo Iddio aiutami… e spari, spari senza mirare, senza vedere se colpisci qualcuno, senza renderti conto che forse stai uccidendo un uomo, senza pensare che quello che stai vivendo sarà il tuo peggior incubo per tutta la vita. Spari. Spari che vengono, questa è per me, questa è per me…
Puoi solo urlare, sovrastare con la disperazione quei sibili di pallottole, serpenti a sonagli dal morso letale.
E in quell’incessante frastuono la tua mente fugge, corre, inciampa, cade, si contorce in uno spasimo di ribellione e delira… delira,  fino a pensare che una, una sola di quelle pallottole potrebbe significare la fine, un’unica punitiva liberazione, il solo ed unico biglietto d’ingresso alla pace. Eterna.
Qualcosa cade pesantemente e rotola…molli il fucile, ti porti istintivamente le braccia sopra la testa e, accucciandoti, la spingi  fra le ginocchia, come quando eri nel grembo materno… solo che adesso stai per morire, nella  stessa identica posizione… non esplode… non esplode… un sasso, un maledettissimo, schifosissimo sasso. Ridi. Una risata isterica,quasi un pianto a denti scoperti, contento di averceli ancora, i denti,felice di non essere pezzi di carne sparsi tutt’intorno.
Arriva di corsa un superiore, incespicando, bestemmiando contro il dio che ha permesso tutto questo. Che hai, soldato, ti ha dato di volta il cervello??? Ti apostrofa con parole acide, con termini inferociti dalla tensione, tentando di infonderti odio. Odio per il nemico, quell’odio che ti fa premere il grilletto, che ti fa uccidere senza pensare, senza riflettere. Uccidere per non essere ucciso.
Lo guardi negli occhi. Incontri terrore, paura, rabbia, dolore e, infine,  il disperato tentativo mal riuscito di nascondere il tutto dietro ai gradi di stoffa cuciti sulla divisa.
Spara soldato, spara. Qualcuno beccherai e sarà sempre uno in meno.
Quei porci. Quei bastardi. Quegli uomini. Quei ragazzi. Come noi.
Da sempre, da quando era finita quella sporca guerra, di notte, la tua mente riprendeva a vagare. Da prima ti immergeva in una sorta di limbo, ove una luce soffusa ti regalava pace, tranquillità, serenità… poi, a tradimento, ti faceva ripiombare nel buio di quella trincea.  Ed ancora indossavi l’elmetto, la pioggia ricominciava a cadere, la luna ad irrorare debolmente la terra con il suo parco chiarore. Spara soldato, spara. E di nuovo i tuoi timpani erano tormentati dal sibilo urlante delle pallottole.
Il risveglio impetuoso era acre di sudore, le pareti ti restituivano un grido esasperato in cui non ti riconoscevi come uomo ma come animale braccato da un nemico furente.
Cosa ero? Cosa sono stato? Cosa sono stato costretto ad essere?
Una bestia contro altre bestie.
Anche un leone se si sente minacciato da un suo simile, lotta per la difesa del territorio e chi dei due sfidanti è sconfitto è costretto a ritirarsi quando non perisce nella sfida.
Ma nella guerra gli istinti animali non c’entrano. C’entrano interessi economici, fanatismi estremi,fantasmi deliranti di dei ameni , menti calcolatrici di uomini che dicono troppo spesso “armiamoci e partite”. Si, partite. Magari per tornare dentro ad una bara coperta dal tricolore, quando va bene. E quando non va bene, e nelle guerre spesso non va bene, essere dati per dispersi, disciolti nell’acido odio che la guerra produce, senza poter tornare a casa, anche a pezzi, per avere per lo meno il conforto del pianto dei tuoi cari.
Continui a camminare. Il dottore ha detto che fa bene alla tua gamba, centrata da una pallottola  estratta a vivo, senza una schifosissima, fottuta anestesia,  nell’ospedale da campo.
Non  un urlo,nemmeno un solo flebile gemito di dolore uscì dai tuoi polmoni, anche se il medico vagò con le dita dentro la ferita per diverso tempo prima di riuscire ad afferrare il piccolo cilindro metallico.
Il tuo sguardo fisso su Renato, infondo alla tenda, chiacchierava con un compagno. Le bende sugli occhi. Non ci vedeva, per il momento.
Non sapeva, non sapeva ancora che non ci avrebbe visto mai più. Oppure Girolamo, la bocca semiaperta, i capelli spettinati, lo sguardo assente ed inebetito.
La sua pallottola non era raggiungibile per essere estratta, ma essa stessa aveva saputo raggiungere il punto giusto per rendere demente a vita un padre di famiglia.
Poi venne l’infezione, la febbre, il delirio ove sprofondavi in quella maledetta trincea, nera come una miniera di carbone, fetida come una fogna. E, dal suo fondo, vedevi la luna, tonda, bianca, tonda, bianca…
Sono passati anni, decenni, ma il tuo cuore non ti da pace.
Come solo una donna può assaporare appieno le gioie della maternità, l’unica, intensa sensazione di essere una sorta di dio che crea la vita dal nulla, solo chi ha vissuto la guerra, i combattimenti, le fughe rocambolesche,i nascondigli mai troppo sicuri, le trincee, i campi di sterminio, gli eccidi di massa, l’odore della morte, possiede un cuore speciale: un cuore inebetito da tanta crudeltà, frastornato dalla distruzione, frantumato da mille bestemmie. Un cuore solitario, a volte imbronciato, troppo spesso silenzioso.
Per non parlare dell’anima. Ella abita in te, da qualche parte, non sai di preciso dove. Come una distinta signora non più giovane, esce di rado: passa il suo tempo a contemplare il ricordo di quando albergava in un fanciullo dall’aria distratta, che,in una chiesa profumata di incensi, incespicava in parole dal gusto arcano, sotto gli sguardi severi ma divertiti di una madre velata e di un padre dal vezzoso baffo corvino… pater noster, qui es in coeli… Sconosciute a quella allora pura ragazzina bianca erano le parole odio, morte, distruzione, disperazione. Furono loro che la sfregiarono, la violentarono nel suo più profondo essere. Rivoglio quell’anima di bambino, ridatemi quell’anima candida, quell’anima che avevo e con la quale, mio malgrado, sono dovuto scendere a molti compromessi.
Il tuo sguardo si posa planando sulla spiaggia nella luce soffusa della tarda sera. La luna è ancora lì, sempre lei, la stessa che ti ha veduto combattere. Ascolti il mare che cerca di sedurla con le sue lente movenze d’acqua e sai che fra poco ella cederà, concedendo ai suoi timidi raggi di riflettersi su quella immensa superficie tremula.
Chiudi gli occhi. Ascolta, cuore. Apriti a questa pace che la vita, la fortuna, il destino mi ha regalato. Concediti respiro, assapora questo istante, mitiga, ammansisci quella bestia rabbiosa che non ti dà pace. Ecco, addormentala. Non potrai mai ucciderla, mai debellarla definitivamente, perché il ricordo della guerra è un animale immortale, che ti abita dentro finché avrai vita.
Tua nipote ti chiama. Nonno! Nonno! La sua voce una pioggia di piccoli cristalli lucenti, un piccolo, magnifico esserino che ti corre incontro.
Ecco il narcotico. Ecco  il sonnifero. Ecco ciò che mantiene la bestia nel suo letargo.
L’ottimismo. L’allegria. La spensieratezza. La fiducia nel domani.
Allarghi le braccia e il tuo cuore. Sorridi. Sorridi a quel faccino impertinente che sicuramente ti chiederà un gelato, sorridi ad un futuro che non ti è stato negato, nonostante tutto.
Torni all’albergo, tua nipote ti trottola a fianco. La televisione è accesa. Il telegiornale, accidenti a lui. Senti la bestia che si agita nel sonno, mentre il cronista blatera qualcosa. Sullo sfondo, resti di case distrutte, uomini incappucciati che brandiscono spavaldamente le loro armi. Pensi che a molti di loro la guerra sta entrando inesorabilmente e prepotentemente nel cuore.  A tanti, a troppi, lo strapperà dal petto. Definitivamente.
Di nuovo guerra. Ancora guerra. Come se i campi di concentramento non fossero mai esistiti. Come se le tombe dei caduti non fossero abbastanza numerose. Come se le tutte le vite inabissate nell’eternità non fossero altro che nomi e numeri su delle nude e fredde lastre di marmo. E’ come se gli interessi economici e la brama di supremazia avessero creato una nebbia torbida di ceneri, un fuligginoso oblìo che cala sugli orrori delle guerre passate rendendoli spudoratamente invisibili.
La memoria non basta.Non è sufficiente ricordare, vedere le atrocità perpetrate a poveri corpi ridotti a cadaveri semoventi.
Non serve sapere che molte vite si sono riunite lassù, tra le nuvole, dopo essere state orrendamente ridotte in cenere e fumo. Non basta più visionare filmati ove ci si infligge la morte trascinandosi dietro altre mille e mille persone, ignare, innocenti,  la cui unica colpa è di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Quale dio, quale maledetto dio può volere la morte, una morte atroce, una morte per esplosione della carne, delle membra? Quale ignobile dio ha mai ordinato di uccidere i bambini, di violentarli, di farli saltare in aria promettendo in cambio  eterna gloria?
Non è un dio. E’ l’uomo. Il suo cervello, la sua capacità di ragionare, di architettare, di pianificare, di costruire… la sua brama di potere, la sua capacità di perdere spesso e volentieri il rispetto per la vita dei suoi simili, schiavo della teoria che il fine giustifica i mezzi.
Raramente la pazzia si lascia impietosire dalla sofferenza, di qualunque entità essa sia. Al contrario,la follia si nutre avidamente di dolore,di strazio, di morte.
Una manina paffuta ti tira i pantaloni. Nonno, nonno senti cosa mi ha insegnato la nonna… dire, dare, fare, baciare,…baciare… non mi ricordo più!!… Me lo ricordo io, piccolina… lettera, testamento, pugno sotto il mento… lentamente, prendi per mano quel piccolo scaccia pensieri vivente… sono stato piccolo anch’io  , sai… quando stormi di bambini invadevano impetuosamente i cortili, branchi di cavallette saltellanti impazzite…quando i fucili erano di legno, quando si moriva “per finta”, mai pensando che “da grandi” avremmo vissuto la mostruosa tragedia di quell’ancestrale gioco fanciullesco.
Lo vuoi ancora, il gelato?
La televisione è ormai lontana per distinguerne le parole, ma i toni sono funesti, cupi, preoccupati… dai piccola, riproviamo insieme… dire, dare, fare….
Dedicato a tutte le piccole vittime  in Ossezia, che non potranno più  giocare nei cortili né cantare alcuna filastrocca….
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