Quel piccolo lume alla finestra - Gruppo Alpini Arcade

Gruppo di Arcade
Sezione di Treviso
A.N.A. - Associazione Nazionale Alpini
Vai ai contenuti

Quel piccolo lume alla finestra

Albo d'Oro del Premio > Tutte le edizioni > Edizione10
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

X EDIZIONE - Arcade, 5 gennaio 2005
Premio speciale
"Rosa d'Argento"Manilla Bosi"

Quel piccolo lume alla finestra

di Miriam Betti Pederiva - Cavalese (TN)



“Non so, se facciamo bene...ho paura che lei non avrebbe voluto…”
“Io invece penso che Lei l'abbia tenuto così, per tanti anni, chiuso nell'armadio, nell'attesa dell'incontro con Marco...”
“Ma cosa dici? Sono passati cinquanta anni e Lei sapeva benissimo che quell'incontro non ci sarebbe mai stato...”
“Io credo che oggi essi siano insieme, finalmente. Vestiamola a festa la nostra povera, cara zia Pina, dai”
Le due donne, nipoti di Pina G. , si mettono all'opera.
Avevano vegliato l'anziana zia, in questi ultimi giorni di malattia, avvicendandosi nella sua casa, dopo che il medico aveva detto “Non c'è più nulla da fare. Tenetela qui a morire in pace nel suo letto. La vita le ha concesso tanto poco, da meritarle almeno questo ultimo privilegio”. E loro avevano seguito il consiglio e s’erano dedicate alla povera zia Pina che poi aveva fatto presto a chiudere gli occhi e ad andarsene, mite e silenziosa come sempre era stata in vita.
La storia che sto per narrare è una storia proprio triste, se non siete in vena, passate oltre ma se volete avere una conferma di come l'amore possa essere tenace, forte, invincibile, beh..., allora leggete.
E' una storia vera.
Le due donne, accanto alletto di Pina, stavano decidendo di come vestire la salma della zia, nel modo più conveniente e più giusto.
“Allora è deciso...le mettiamo il vestito da sposa che lei aveva indossato, quel giorno, il giorno del suo matrimonio per procura, in municipio e poi mai più”.
Aprono l'armadio che profuma di fiori di mirto essiccati e ne traggono l'abito tanto a lungo conservato. Era l'abito da sposa di tradizione del loro paese. Un abito importante che si confezionava una sola volta nella vita e che serviva poi per tutte le occasioni importanti: battesimi, feste familiari, celebrazioni religiose e funerali, anche il proprio, certo, era giusto così.
Pina quell'abito bello, arricchito di ricami al seno, con una gonna fittamente pieghettata, lunga fino al tallone, bordata di rosso, con il grembiule prezioso in seta dello stesso colore del foulard frangiato per le spalle, l'aveva indossato una sola volta...quella volta!
Pina s' era sposata per amore e per quello strano, anomalo matrimoni, s'era fatta bella come più aveva potuto, per Marco che era lontano ma che lei aveva nel cuore.
E' una storia d'amore.
Marco aveva ventidue anni ed era partito soldato per quella guerra spaventosa che si stava consumando in terre lontane...in Albania...in Grecia...in Russia...
Marco, alpino a tutti gli effetti...perché nato in un paesino d'alta montagna, nel Trentino orientale e perché richiamato nella divisione Tridentina, battaglione Vestone, era partito per la Russia nell'agosto 1942, con la sua compagnia, la 137 e non era mai più tornato.. “Disperso in guerra sui campi di Nikolajewka, 25-26 gennaio 1943.”
Pina lo aveva visto partire, nella tarda primavera del ‘41, senza rendersi conto di quanto grave e pericolosa fosse la situazione bellica, in quei tempi. La propaganda parlava ancora, con toni euforici, di vittoria, di rapide conclusioni delle offensive, di sicura soluzione della belligeranza.
Si erano lasciati con un abbraccio breve, con un bacio a fior di labbra, più breve ancora, in mezzo ai parenti che riempivano la piazzetta da cui partiva la corriera.
Non c'era stato posto per le lacrime, tutti ben auguravano, i lazzi si mescolavano alle raccomandazioni, le sei giovani reclute, avevano raccolto intorno a se, praticamente tutto il paese. Era partito, Marco, e Pina aveva salutato a lungo, anche quando la corriera praticamente aveva girato l’angolo.
La vita era continuata, per Pina, divisa fra il lavoro nella poca campagna che coltivava la sua famiglia ed il lavoro da magliaia che divideva con una cugina
La nostalgia e la preoccupazione erano affiorate un poco alla volta, con il trascorrere dei giorni, dei mesi.
Marco non c’era più a riempire della sua calda risata la cucina di Pina nelle sere dei loro incontri. Non c’era più a dare un’energica mano al padre anzianotto, nello scaricare il carro di fieno, non si udiva più il suo battere con le scure sul ciocco con quel ritmo potente che era la sua caratteristica. Insomma sulla vecchia casa di Pina era sceso un silenzio innaturale e pesante. Pina aveva incominciato a soffrire.
I due giovano si conoscevano da sempre. Erano quasi coetanei, avevano frequentato la stessa scuola, avevano giocato insieme, erano cresciuti praticamente fianco a fianco.
Marco così esuberante, instancabile, estroverso, Pina, tanto silenziosa, così mite e riservata… Come si erano innamorati, non ci è dato saperlo ma non ci meraviglia per nulla il sapere che si amavano già in giovane età. “Gli estremi si incontrano” direbbe qualcuno.
Le nipoti si aggirano nella stanza, attorno al letto della zia, con movenze leggere, quasi a non voler disturbare il sonno di Pina che pare dormire, sì. il volto disteso, le labbra socchiuse, le palpebre abbassate in una piega dolce. Se ci si sofferma a guardare, ci si accorge di quanto sereno e gentile si questo volto che ora, nella morte, ha ritrovato la purezza incantata della gioventù.
Dove sei Marco? Qui c’è la tua vergine sposa che tu amavi ma che hai baciato solo sulla piccola foto che t’è giunta dopo quel “sì” pronunciato a grandi distanze.
Marco, giovane, estroverso, forte e bellissimo, dove sei, dove sei?
“Chiedo di esser messo conducente di muli. Con una bestia al fianco, sarò imbattibile...!” E giù una risata schietta cui tutti fanno eco perché la strana simpatia che correva tra Marco ed i quadrupedi, era nota in tutto il paese.
Marco aveva avuto a che fare con l'asino di suo nonno già nei primi anni, della sua infanzia. Il nonno gli diceva con aria bonaria ma decisa “Marco, tacca el musato. Oncoi menemo la grassa su en Plan”(Marco, barda l'asino. Oggi portiamo il letame su in Plan) E lui, il piccolo Marco correva tutto emozionato, si fiondava nella stalla dove l'asino “El Bon” aveva già capito cosa stava per succedere e dava qualche buffetto sulla spalla del piccolo Marco per fargli capire il suo consenso. La mamma e la nonna, a volte protestavano. “E' ancora troppo piccolo per mestieri così...! Se quell'asino morde, ghe porta via na man!...”(gli stacca una mano). Ed il nonno a dire “Ma no… ma no, El Bon, l'è bon” e tutto finiva li.
Marco era cresciuto e con asinelli aveva avuto spesso a che fare ma poi era arrivato il grande giorno. “Vado. Compro un bel Norico e poi vedrete se il lavoro da “boscer, el doventa!” Marco aveva diciannove anni allora, e suo padre, che faceva il boscaiolo da una vita, gli dava manforte. “Se deve fare il mio mestiere, voglio che lo faccia da “cristian no da povero diaolo” come “so pare”!. I soldi erano saltati fuori, eccome, anche se la madre affermava che presto lo chiamavano soldato ed era meglio aspettare. Non si parlava di guerra in casa di Marco, non se ne parlava proprio per nulla. Eppure era vicina, era alla porta.
Con il grosso, nero, potente Norico, Marco aveva fatto cose straordinarie nel bosco comunale. Aveva trainato slittoni carichi di tronchi, aveva trasportato il materiale necessario per aprire un nuovo importante tratto di strada, aveva issato la fune per la teleferica del Bualon, e via... ogni giorno un servizio, d'inverno e d'estate, sia chiaro! Sembrava che il Norico non dovesse mai fare una vacanza ed i suoi padroni neppure! Marco s'era accorto, giorno dopo giorno, di amarlo sempre di più e se ne vergognava un po'... “Dai l'è na bestia po', miga un cristian”. Ma che vuoi farci, al cuore non si comanda e dentro di sé, nei pochi momenti di lucidità e di riflessione che poteva concedersi prima di addormentarsi, la sera, stroncato dalle fatiche della giornata, faceva una specie di classifica delle sue affezioni: “Primi la mare e il pare, secondo il Norico... no seconda la Pina, terzo il Norico... no, la sorella Maria, quarto il Norico... no, il nonno Giovanni, quinto il Norico... no, no beh a quel punto Marco dormiva, sicuro comunque che il Norico, classifica a parte, fosse molto importante nella sua vita affettiva oltre che in quella di lavoro.
Marco dunque era partito Alpino per la guerra in Russia e s'era saputo che sì, era stato destinato conducente di muli perché subito ci si era resi conto che lui con i quadrupedi ci sapeva fare. Il Norico era rimasto in stalla ed era andato poi al lavoro con il padre di Marco che boscaiolo era da sempre ma che sapeva meglio fare con “siegoni e manarini” che con redini e cavezze. “La guerra finirà presto e tornerà Marco a lavorare col Norico”.
Marco non era mai più tornato. “Disperso durante la ritirata fra il villaggio di Nikitowka e Nikolajewka probabilmente il giorno 25 gennaio 1943. Attardato nella conduzione di un mulo, il n. 3758, ferito alla zampa anteriore destra da scheggia di granata. Ferita non grave che ha indotto il conducente alpino Marco P. a far proseguire il cammino al mulo, nella convinzione di poter restare al seguito della Compagnia. Disperso nell'attraversamento di una zona boschiva, resa impraticabile da un'alta coltre nevosa”.
Questo il testo contenuto nella busta, giunta almeno tre anni dopo, alla famiglia. Marco era veramente sparito, cancellato nella gelida notte, durante la tragica ritirata dal fronte del Don.
Anni dopo si era saputo qualcosa di quella tragica vicenda, da reduci della stessa Compagnia, la 137, che ricordavano Marco.
“Conduceva una grossa slitta, carica di congelati e feriti… Due muli la tiravano con estrema fatica specialmente quando c’era una salita… marco tirava con i muli, più dei muli ma El Bon… zoppicava…”
“El ché?”
“El Bon, così chiamava il suo mulo preferito”
Un lungo tragico silenzio, avvolse il reduce ed i famigliari che stavano ascoltando.
“Ha dovuto staccarlo. Il sergente gli ha detto di abbattere la bestia e di caricare i suoi feriti sulle altre slitte. Era ormai buio ma si continuava ad andare. I Russi martellavano con un terribile fuoco di sbarramento. Ma bisognava andare… andare… Marco non l’ha più visto nessuno.”
Pina non era riuscita a piangere. Aveva pensato al suo Marco che di sicuro non avrebbe potuto uccidere il mulo El Bon e che probabilmente aveva stretto fra le sue bracci il muso della povera bestia e l’aveva fatto camminare pian piano, parlandogli con il viso stretto alla grossa testa e chissà. così erano andati fino a che la morte non li aveva fermati… ma, no, forse ce l’avevano fatta a trovare un po’ di calore ed un rifugio in un’isba…
Pina lo ha aspettato 52 anni, conservando l’abito da sposa, nell’armadio profumato. Ha acceso un piccolo lume, tutte le sere e lo ha posto sul davanzale per far sapere a Marco che lo attendeva. Inverno dopo inverno, estate dopo estate, ogni sera.
Ora ha chiuso gli occhi, il suo volto si è finalmente disteso. Le nipoti l’hanno acconciata al meglio, le hanno messo un rosario fra le dita ma poi hanno pensato di metterle fra le mani quel piccolo mazzolino avvizzito che Pina aveva conservato in una scatoletta, vicino al foulard. per farlo vedere a Marco nel giorno del loro incontro da sposi.
Ecco, tutto è a posto, si possono accostare le persiane, si può tirare la tenda ricamata, si può aprire la porta per i vicini che verranno a benedire ed a pregare e potranno venire anche i bambini perché tutto intorno a Pina è sereno ed è pace.
Possono accendere un piccolo lume e lo poseranno là, sul davanzale della finestra dove per tanti anni è stato segno di speranza.
La storia di Pina e di Marco pare veramente finita ma forse, invece, sta incominciando.
Torna ai contenuti