Lo strappo - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini
Gruppo di Arcade

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Lo strappo

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XX EDIZIONE - Treviso, 4 Gennaio 2015
Primo classificato

Lo strappo

di Mariagrazia Nemour - Borgiallo (TO)



Mi sfiori il braccio, "Paolo, stai bene?".
No, non sto bene per niente Sara! Lo senti? Continua a lamentarsi con una lagna di note basse ’sto cretino in mezzo alla strada, proprio come la spia che beccammo davanti alla base di Farah. Gli assomiglia pure, stessa pelle, la tunica sopra i pantaloni, solo che quello là montava ordigni esplosivi dietro al negozio di frutta, a due passi dalla base. È mancato poco così che ci facesse saltare tutti per aria.
Basta! Spalanco la portiera e prendo il cric da sotto il sedile.
Il tizio con la cravatta si zittisce di colpo; il cric lo pianto sotto la gola dell’arabo lagnoso, “Se vai in giro con questo catorcio senza assicurazione, finisce che ammazzi qualcuno e non hai neanche i soldi per pagargli il funerale. Io però, se adesso ti ammazzo, i soldi per pagarti il funerale ce li ho, non ti preoccupare”.
Qualcuno mi tira da dietro, è un carabiniere, dice di calmarmi.
Gli mostro il tesserino.“Sergente Paolo Raveri, Alpini”.
“Bene Sergente, ora ce ne occupiamo noi. Eh… Sergente, io quel cric non l’ho visto, ma ci siamo capiti, vero?”
Rientro in macchina e tu mi fissi, mi chiedi se ci sia andato dallo psicologo militare. Giulia, sul sedile dietro, non ha staccato gli occhi dal suo videogioco: spara, salta, spara, salta. Il cric lo rimetto al suo posto e dico “Sì”. E invece no, non ci sono andato. Dopo cinque mesi in Afghanistan non ho bisogno di uno psicologo, ma di stare con la mia famiglia; ho bisogno del verde delle mie montagne, l’unica cosa che possa togliermi la sete che ho accumulato in quel posto arso, ficcato nel nulla. Solo questo. La sera, nel letto, guardo il tuo profilo e penso che sei bellissima. Bellissima proprio come quel giorno al lago, la prima volta che ti vidi. Io disarmavo la vela del windsurf. Avevo sfilato la muta per metà e sentivo i tuoi occhi addosso. Anche prima, in acqua, li avevo sentiti addosso, insieme alle raffiche di vento che scivolavano giù dai ghiacciai. Ti eri avvicinata, ti eri seduta sulla mia tavola e avevi sorriso: “Accidenti se fili su questo coso! Me la dai qualche lezione?”. Avevo annuito, e mentre pensavo che avevi gli occhi più azzurri del lago. Sono passati dieci anni da quel giorno. Sembrano cento.
I tuoi seni si alzano e si abbassano morbidi sotto la camicia sbottonata, invitanti, eppure non riesco a toccarti, proprio non ce la faccio a fare l’amore con te. Ho ancora addosso la sabbia di quel fottuto deserto. Ti amo così tanto Sara. Ti amo come quella notte al valico, stretti nel sacco a pelo a guardare le stelle venir giù, ad ascoltare il silenzio delle cime appuntite. La notte che mi hai preso la mano e l’hai posata sul grembo, sussurrando “sono incinta”.
Apri gli occhi e mi scopri a fissarti.
“Perché hai reagito in quel modo stamattina?” dici, accarezzandomi i capelli proprio dove sono rasati, “Mi hai fatto paura”. Le tue dita seguono il bordo del tatuaggio sul mio bicipite, quello con il tuo nome, e poi giù, sotto le lenzuola.
“Sono stanco, Sara. Sono solo stanco”.
Mi giro verso il muro. Ti ho tradita. Il sesso è capitato in Afghanistan, di quelle notti ricordo solo il caldo appiccicoso sotto le tende da campo. Vorrei dirtelo Sara, ma tu non capiresti. Qua nessuno può capire. Devi aprire l’armadietto e trovarci dentro solo una mimetica, per capire. Sentire sulla spalla per dieci ore al giorno il peso del fucile. Avere tra i denti la sabbia e in faccia quel sole feroce, nello stomaco sempre e solo il rancio. Devi aver visto saltare per aria la jeep davanti a te, quella del tuo stesso convoglio, per capire, Sara.
La tua mano sulla coscia, fermati! Mi dà fastidio sentire le tue dita sulla cicatrice. Non c’eri quando mi hanno colpito, non sai che guardavo l’edificio con i vetri rotti da cui partivano le raffiche e pensavo: crepo, crepo quaggiù, adesso. E mentre pregavo, ma dimenticavo le parole e ricominciavo, e ricominciavo. Il proiettile che ti entra in corpo è fuoco, ma quasi provi sollievo a bruciare, se ti senti bruciare sei ancora vivo. Ma più bruci e più pensi di morire. E poi muori. Ne ho visti tanti morire, americani, quasi tutti.
“Aspettavo ogni giorno una tua telefonata” dici nel buio che si infila dalla finestra spalancata sul bosco e sa di pino.
“Non ero in vacanza Sara”.
Ora mi volti le spalle anche tu. Proprio adesso che vorrei dirti: non riuscivo. Mi mettevo in fila e quando arrivava il mio turno mi sedevo, componevo il numero. Poi mettevo giù. Non riuscivo ad ascoltare la tua voce, a chiederti della festa di compleanno di Giulia. Eravate così lontane, tu e Giulia, e io era proprio così che vi volevo, lontane.
I villaggi deserti erano pieni di occhi. Ogni volta che per strada trovavamo un oggetto sospetto scattava il protocollo per il disinnesco, spesso ci volevano ore perché il convoglio ripartisse. Per le strade si avvicinavano i bambini e io continuavo a ripetermi che quello erano, bambini. Ma era sempre più difficile crederci, dopo aver visto il ragazzino far saltare in aria la jeep. In guerra i bambini diventano uomini, e gli uomini diventano, diventano… non so cosa diventano.
Dopo aver puntato un fucile contro un uomo di tredici anni e avergli intimato di indietreggiare, come diavolo facevo a tornare al campo e chiederti se avevi chiamato il mago per il compleanno di Giulia?
Finalmente mattina, la aspetto da ore. Infilo la camicia bianca ma mi stringe sulle braccia, le spalle, una gabbia.
“Sei peggio dell’Incredibile Hulk! Questa tra un po’ la strappi” dici, alzandomi il colletto della camicia per metterci la cravatta. “Una volta ti piacevo così”.
“Una volta? Tu mi piaci sempre, scemo!” – e mi baci – “Volevo solo dire che forse ti alleni troppo. Hai provato a parlarne con lo psicologo?”
Sfilo la cravatta e la butto sul letto. Smettila con questa storia! Vado via, sbatto la porta. Giulia è in corridoio, mi salta al collo. “Papà! Papà dobbiamo proprio andarci alla festa? Io mi stufo a guardare i quadri!”
“La mamma ha lavorato tanto per organizzare questa mostra fotografica sui colori della montagna, ci sarà anche la televisione. Sai che facciamo? Quando nessuno ci vede sgattaioliamo via, ti porto in un posto magico, è il posto dove il torrente diventa cascata e fa un tuffo lungo lungo nel lago. È pieno di trote lì, e di elfi!”
Alzo la mano e Giulia batte cinque.
Mentre scalo le marce e infilo un tornate dopo l’altro, non ce la faccio più a star zitto e te lo dico Sara: hai una scollatura che lascia ben poco spazio alla fantasia. Questo vestito non l’ho mai visto, non mi piace.
“Sei stato via cinque mesi, Paolo” rispondi, abbassando lo specchietto del parasole per metterti il rossetto, “l’ho comprato per la festa di anniversario dei tuoi”.
Aveva ragione Giulia, arriviamo sul tratto del lungolago dedicato alla mostra e subito viene voglia di scappare: in giro è pieno di uomini con le sopracciglia depilate e donne sui tacchi a spillo che dovrebbero giudicare i colori di una montagna che proprio non sanno vedere. È agosto, ma il vento cavalca la nebbia facendola scivolare giù dal pendio, fino a riempire il lago. Vorrei essere lassù, al rifugio, sopra le nuvole e la gente. Ma tu Sara, tu sei perfettamente a tuo agio qui. Mi chiedi di ballare e io dico che non ne ho voglia. Lo stuzzicadenti biondo che ti sta appiccicato da quando siamo arrivati dice che allora ne approfitta lui, se non mi dispiace. Vi sfregate uno contro l’altra al ritmo di salsa come se in ufficio non faceste altro. Non la smettete di ridere. Lui ti pesta un piede, ti sostiene allungandoti un braccio intorno alla vita e ti riaccompagna al tavolo.
Gli chiedo se si sia divertito a infilare gli occhi nella tua scollatura. Vorrebbe fare ben altro, è chiaro. E magari l’ha già fatto negli ultimi cinque mesi. Lui sorride e dice di non capire.
“Cos’hai da ridere?” gli chiedo, “Fossi in te smetterei subito di ridere”.
“Paolo ti prego” mi stringi il braccio, “basta!”.
Il biondino aggiusta la cravatta e dice che ho frainteso.
Fa per allontanarsi. “Che fai, scappi? Preferisci aspettare la prossima volta che sarò lontano tremila chilometri per allungare le mani su mia moglie?”
Ti alzi e prendi la borsa, Sara, dici che vuoi tornare a casa. Io ti chiedo perché non ti fai portare a casa dal tuo nuovo amichetto e tu rispondi che farai proprio così. È a questo punto che esplodo. Ti allungo un ceffone e finisci contro il tavolino, cadono i bicchieri.
Il biondino mi salta addosso e io gli scarico sul muso tutto quello che ho pensato vedendovi ballare.
Al primo destro collassa sul pavimento. Sento braccia che tentano di trattenermi, ma quello che mi blocca è Giulia. Si è infilata sotto al tavolo e ha gli occhi talmente spalancati che non riesce a piangere. Occhi che non vedono giustificazioni, che non mi assolveranno. Gli stessi occhi che mi hanno già condannato una volta, in Afghanistan.
Tu, Sara, ti abbassi sotto al tavolo, la stringi.
La sirena, qualcuno ha chiamato i carabinieri.
Mi siedo per terra e passo le mani tra i capelli, devo tagliarli. Sono così stanco.
Due piedi si fermano a un paio di centimetri dai miei, un ragazzo dice: “Non riesco a capire come Sara possa stare con uno come te. Spero ti scarichi presto”.
Si volta e raggiunge il biondino in macchina. Prima di aprire la portiera gli scompiglia i capelli, lo bacia. Dio Santo che imbecille che sono!
In caserma rimango quattro o cinque ore, il tempo che arrivi la telefonata del mio colonnello. So quello che sta dicendo alla cornetta: “Siamo rientrati dieci giorni fa dall’Afghanistan. Raveri la settimana prima di partire ha soccorso due marines, e mi creda, da come erano conciati si faticava a credere che fossero uomini. Maresciallo, ha mai visto un uomo investito da scaglie metalliche roventi a distanza ravvicinata? No? Meglio così. Sa, è strano Maresciallo, ma a volte tornare a casa è il momento più difficile di una missione difficile”.

Mezz’ora più tardi entro in cucina. La prima cosa che vedo sono le mie valigie in corridoio. Salgo le scale ed entro nella stanza di Giulia, vuota. Tento di aprire la porta della camera da letto, ma è chiusa a chiave.
“Esci da questa casa, Paolo” dici tu, dall’altra parte della porta, “mi fai paura. E ho paura per Giulia”.
Batto un pugno sulla parete. In bagno la luce è accesa, sul lavandino c’è l’acqua ossigenata. Mio Dio, come ho potuto colpirti Sara? Scivolo sul muro fino a sedermi a terra. Mi guardi dalla fotografia appesa alla parete Sara, veleggi in mezzo al lago, i capelli raccolti nella treccia bionda.
“Non possiamo continuare così, Paolo. Devi farti aiutare”. L’ombra sotto alla porta si muove, anche tu sei seduta sul pavimento. Non posso vivere senza voi due, vorrei dirtelo Sara, ma da quel giorno maledetto ogni parola raschia, a uscire. Quel giorno ho visto Giulia nel villaggio a pochi chilometri da Farah, è sbucata da sotto la tovaglia proprio come ha fatto qualche ora fa alla festa, e io ho smesso di respirare. Anche adesso faccio fatica a respirare. Tiro il colletto della camicia e saltano due bottoni, soffoco. Sento colare giù il sudore. Questo sudore si è accumulato sotto al sole che mi ha fatto bollire la testa nell’elmetto per mesi, esce dagli occhi. Il giorno che ho visto Giulia in Afghanistan avrei voluto piangere, ma non ci sono riuscito. E adesso…adesso mi sento singhiozzare come facevo a sei anni, quando nel letto vedevo i fantasmi. Guardo il muro e tu sei ancora lì, nella foto sul lago; salgo con te sul windsurf, ti stringo, e ci provo: “Quel giorno il blindato si è fermato. Una delle prime cose che ti insegnano al corso di addestramento è che non devi fermarti con il mezzo, mai. Ma il soldato che stava sulla torretta mitragliatrice aveva avvistato due corpi semi carbonizzati davanti alla casa. Si vedevano bene gli anfibi, erano delle forze speciali americane. Abbiamo avvertito il comando e siamo scesi per raccogliere i corpi. Da una baracca è spuntato fuori un uomo che ha cominciato a correre nella mia direzione. Io gli ho urlato di fermarsi, di alzare le mani. Gliel’ho ripetuto in arabo, in inglese, ma lui indicava la macchina vicino a me e correva. L’ho guardata la macchina, era senza una ruota, poteva essere carica di tritolo. Ho strillato stop! Stop!, e mentre gli puntavo l’M 12 contro. Stop!, ma quello non si fermava. Ha aperto la portiera, e il Tenente mi ha urlato: “È armato! Spara! Spara!” E io ho sparato. Ha spalancato gli occhi, ed è caduto.
Mi sono avvicinato lentamente all’auto, ho aperto la porta con un calcio e ho guardato dentro. C’era una bambina, avrà avuto sei o sette anni. Ha alzato il viso e mi ha guardato con gli occhi di Giulia. Giulia, oggi, sotto al tavolo, mi ha guardato con gli occhi di quella bambina”.
Batto la fronte contro la porta, “Dove ho sbagliato Sara? Ho obbedito agli ordini, era giusto così. Era l’unica cosa giusta da fare. Perché, perché non respiro allora?”
A un paio di centimetri da me, oltre la porta, tu sussurri che non lo sai, che ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a capire. Che mi aiuti a perdonarmi, forse. Dici che tu hai sempre avuto paura di questo momento, del momento in cui la mia coscienza mi avrebbe dato ordini diversi da quelli del mio comandante. “Ne hai salvati tanti di bambini laggiù, neanche questo devi dimenticare mai”.
“Giuro che ci proverò a farmi aiutare, Sara. In qualche modo ne vengo fuori, ma tu non lasciarmi solo. Sara… ho paura”. Dopo qualche minuto di silenzio mi alzo e scendo le scale, impugno le valigie.
“Paolo”, mi giro e tu sei dietro di me, corri, mi abbracci. “Anch’io ho paura da morire, Paolo. Ma ti amo più di quanto ho paura, e so che ce la puoi fare. Che ce la possiamo fare, insieme”.
Guardo la mia ragazza del lago, ma di lei vedo solo lo zigomo tumefatto. Mi sforzo di non abbassare lo sguardo, di imprimere bene nella memoria quello che ho fatto.
Ora vado, dico.
“Aspetta. Vieni a salutare Giulia, prima”.
Mi prendi la mano e insieme saliamo i gradini, che sono montagne. In cima ci sono gli occhi di mia figlia ad aspettarmi. È lì, pigiama rosa e piedi nudi. “Guarda papà, si è strappata!” dice, indicando la manica della mia camicia.
Mi inginocchio e la stringo, e mentre la stringo lo giuro: ritroverò me stesso, ho due buoni motivi per farlo. Anzi tre, il terzo motivo l’ho lasciato in Afghanistan, su quell’auto. Ma tornerò, anche se non so ancora bene a fare cosa, per dirle che mi sono strappato, forse. Che sono un uomo, e mi sono strappato.
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