La guerra bianca - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini
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La guerra bianca

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XX EDIZIONE - Treviso, 4 Gennaio 2015
Segnalato

La guerra bianca

di Vanes Ferlini - Imola (BO)



Momi non aveva mai veduto le montagne. Era nato nella piana trevigiana, figlio di braccianti e bracciante lui pure, perpetuando la maledizione del sudore e dell'ignoranza per un'altra generazione.
La madre gli aveva regalato un paio di calze di lana grossa e molte lacrime nell'abbraccio d'addio.
Momi non sapeva neanche bene che guerra fosse, questa. Gli avevano detto che la Patria aveva bisogno di lui e lo avrebbe poi ricompensato, in un modo o nell'altro.
Una settimana di addestramento sommario e via, in marcia verso Passo Paradiso dove, a dispetto del nome, Momi aveva trovato l'inferno bianco.
Era rimasto sgomento alla vista di quel ghiaccio infinito e di quelle montagne alte mille, duemila, tremila metri e forse più, chi lo sa, perché Momi non era istruito a far di conto e certi numeri gli facevano girare la testa.
Aveva diciannove anni, capelli biondi e occhi azzurri. Era subito diventato una specie di mascotte nella sua compagnia di Alpini. I compagni però lo prendevano in giro perché assomigliava tanto a un austriaco. Lo sfottevano anche per quel soprannome, forse un po' troppo effeminato.
Momi però era Momi e basta. In vita sua non aveva mai udito nessuno chiamarlo per nome o cognome. Momi e basta. Almeno finché non era arrivato il messo con l'avviso di chiamata alle armi.
Momi non capiva perché gli italiani odiavano tanto gli austriaci... e viceversa. A lui, gli austriaci non avevano mai fatto nulla anzi, non ne aveva mai incontrato nemmeno uno. Gli avevano detto che doveva combattere per il Re, per restituire alla Patria i suoi sacri confini, riconquistando le terre che giacevano sotto il dominio dello straniero.
Momi conosceva solo la terra che aveva zappato stagione dopo stagione da quando aveva otto anni e il padre lo portava con sé nei campi. Momi non capiva perché dovesse combattere e ammazzare per quelle montagne fatte di roccia e di ghiaccio dove non cresceva nemmeno un filo d'erba, figuriamoci le patate o i cavoli. Che le lasciassero riposare in pace, le montagne. Se non ci si poteva coltivare nulla, se non si poteva allevare bestiame, se non si potevano costruire case, che importanza aveva a chi appartenessero le montagne?
Per Momi, ragazzo della piana, quelle montagne erano un paesaggio straniero, desolato e soprattutto gelido. In quel gennaio del 1916 col pensiero ringraziò mille volte la madre e benedisse le calze di lana che gli evitavano i geloni ai piedi, il secondo nemico dopo gli austriaci e forse ancor più temibile di essi.
*   *   *
I ramponi mordono il ghiaccio lasciando piccole ferite sulla lastra bianca.
I due uomini procedono con prudenza, facendo leva sulle racchette da sci.
Hanno alle spalle diversi chilometri di camminata e la fatica comincia a rammollire le gambe mentre il respiro si fa più affannoso. Giorgio, alla guida della piccola cordata, controlla il GPS: hanno raggiunto quota 2.900 metri, si trovano nel bel mezzo del ghiacciaio e il riverbero del sole è accecante. Come guida alpina Giorgio viene quassù più volte, ogni primavera ed estate, e ha imparato a memorizzare i dettagli, i pochi punti di riferimento disponibili. Ogni volta gli sembra che il ghiacciaio si restringa ai margini e soprattutto nella parte inferiore, come se si ritirasse sempre più in alto, lontano dagli uomini e dal calore. Non è solo una sensazione.
Tra la Val di Sole, la Val Meledrio e la Valle di Campiglio, il gruppo della Presanella si staglia sempre fiero e imponente di fronte all'Adamello ma nel suo grembo il ghiacciaio Presena soffre in silenzio.
Andrea, il suo compagno di spedizione, si toglie lo zaino dalle spalle con evidente sollievo:
- Ci fermiamo qui per il primo rilevamento. Poi procediamo con i punti mappati l'anno scorso.
Giorgio fa un cenno di assenso e gli domanda:
- Vuoi una mano?
- Prima devo montare la sonda - comincia a estrarre la strumentazione dallo zaino.
Andrea è un climatologo, specializzato nello studio di neve e ghiaccio.
È la quarta primavera consecutiva che “misura la febbre” al ghiacciaio Presena e le premesse non sono delle migliori. I primi dati storici risalgono all'inizio degli anni '60 e da allora la superficie del ghiacciaio si è più che dimezzata. Si è ridotto anche lo spessore dello strato di ghiaccio, consumatosi come una gomma da cancellare su un foglio di carta ruvida.
Proprio nella zona centrale lo spessore si è ridotto ad appena due o tre metri; il Presena rischia di frantumarsi in diversi piccoli blocchi che definirli ancora ghiacciai sarebbe quanto meno ottimistico e con il risultato di accelerare ulteriormente lo scioglimento, con una spirale causa-effetto che sembra impossibile arrestare.
Giorgio si guarda attorno e pensa:
Dovrebbero venire quassù, quelli che perdono tempo a parlare in conferenze, tavole rotonde e trattati internazionali che si concludono, se va bene, con un pezzo di carta che non vale nulla e che nessuno poi rispetta, compreso quelli che lo hanno firmato. Dovrebbero venire quassù, così si rendono conto di cosa sia veramente l'effetto serra. Qui si può ascoltare il rumore del ghiaccio che si scioglie, un lamento che tocca il cuore solo di chi ama davvero la montagna.
Negli ultimi anni ci si è resi conto della gravità della situazione, così dal 2008 una parte del Presena viene ricoperta, nel periodo estivo, da un telo geotessile di protezione che riduce l'assorbimento della radiazione solare, rallentando l'azione di scioglimento. Si tratta però di un palliativo che non cura il malato ma ne allevia solo le sofferenze.
Andrea continua ad armeggiare con la sonda, così Giorgio decide di fare altri quatto passi in direzione della vetta. La sua attenzione viene colpita da un oggetto scuro affiorante dal ghiaccio.
Sarà un sasso trascinato in superficie dal movimento del ghiacciaio pensa.
Avvicinandosi scopre di essersi sbagliato.
*   *   *
Si riteneva ricco, Momi, con le sue calde calze di lana grossa mentre i compagni dovevano arrangiarsi per supplire alle mancanze dell'equipaggiamento. La carta per scrivere le lettere a casa finiva così dentro gli scarponi, un tenue strato isolante contro la morsa del gelo.
Momi non sapeva scrivere né leggere, però nella compagnia c'era uno che aveva studiato, scriveva sotto dettatura e si accontentava di una sigaretta in cambio. Per Momi però non era ancora venuto il momento, si trovava sul fronte bianco da appena tre giorni e per fortuna non era ancora accaduto nulla degno di essere raccontato a casa. Avrebbe bensì potuto dire del loro rifugio, una galleria scavata nella roccia viva, dentro il ventre della montagna, protetta solo da un uscio di legno che lasciava passare raffiche di vento gelido come stilettate alle costole; oppure della trincea scavata direttamente nella neve e nel ghiaccio, tanto profonda era la coltre bianca che per quanto si andasse giù col piccone, non si riusciva a raggiungere la terra; o ancora dei letti fatti con assi di legno e coperte infestate di pulci, che al confronto il pagliericcio di casa sembrava un giaciglio da re.
Momi invece preferì non dire nulla, non voleva che i suoi si preoccupassero più del necessario. Si ripromise invece di farsi scrivere una lettera la settimana successiva, quando avrebbe potuto dire qualcosa di più su questa guerra bianca di cui ancora non aveva capito molto e nemmeno i compagni che si trovavano lassù da qualche mese avevano tanta voglia di parlarne.
*   *   *
La punta di uno scarpone. Giorgio rimane sorpreso. Gratta via il ghiaccio per liberare la suola, dove trova una fitta chiodatura che conosce bene.
L'ha già vista percorrendo le sale della Mostra Permanente della Grande Guerra, di cui conosce a memoria quasi ogni dettaglio. La chiodatura è integra, lo scarpone sembra nuovo, come appena uscito di fabbrica.
Il militare che lo portava doveva essere fortunato: a un certo punto della guerra possedere un paio di scarponi nuovi era un lusso e a volte, a quota tremila, potevano fare la differenza tra la vita e la morte.
Giorgio rialza la testa e si guarda attorno. È difficile immaginare che proprio qui sul Presena, in questo paradiso bianco inondato dalla luce del sole e dominato da suprema tranquillità, avesse stazionato a lungo il fronte. Una sensazione arcana lo pervade, come avesse violato un luogo sacro, come avesse violato persino il tempo, riportando in vita una tragedia che ormai giaceva sepolta sotto un secolo di neve e dimenticanza.
Però non è giusto dimenticare, per tutti coloro che sul fronte sono caduti e per quello che hanno rappresentato. Quasi tutte le famiglie italiane hanno un parente caduto o reduce della Grande Guerra. Sembra però che ce ne siamo dimenticati.
Ha disseppellito lo scarpone fino al tacco ma non riesce a estrarlo dal ghiaccio, pare incastrato. Prosegue scavando fino al collo dello scarpone e si avvede allora che c'è un piede e una gamba. D'istinto si ritrae. Non è solo il turbamento di trovarsi di fronte a un corpo; c'è anche il rispetto nei confronti di questo uomo che fino a un minuto prima dormiva tranquillamente nel suo gelido sonno, ora turbato dall'arrivo di un estraneo. Giorgio pensa che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere ma ormai è troppo tardi. Si consola pensando che forse potrebbe ridare a quell'uomo il suo nome e cognome, strapparlo alla dimenticanza, restituirgli dignità di fronte alla storia e ai contemporanei, a prescindere che sia italiano o austriaco o forse boemo o serbo o ungherese, perché nella guerra bianca avevano combattuto ragazzi di ogni angolo dell'Impero, ragazzi che parlavano lingue diverse e neppure si capivano tra di loro, come del resto accadeva nel Regio Esercito, dove si mescolavano dialetti di ogni regione e l'unità d'Italia, almeno nella lingua, era lungi dall'essere conquistata.
Andrea ha finito di montare la sonda e scorgendo Giorgio scavare nel ghiaccio lo raggiunge. I due si scambiano uno sguardo senza dire nulla.
In questo silenzio, in quest’aria tersa e luminosa, a quasi tremila metri, le parole perdono significato.
*   *   *
Un comando secco:
- Tutti fuori! Alla trincea!
Momi si allaccia il cinturone, afferra il fucile, accalcato ai compagni percorre la galleria, escono fuori. L'aria gelida è una rasoiata sulla faccia, sta nevicando fitto, la visibilità è scarsa. Momi si guarda attorno, cerca di regolarsi su quello che fanno i compagni. In pochi istanti sono tutti con i fucili spianati, pronti a ricevere l'offensiva dei Kaiserschutzen. I respiri affannosi si condensano nell'aria, l'attesa è snervante. Non compare nessuno. L'ennesimo falso allarme?
Si odono invece due detonazioni secche, in lontananza, e un rumore sordo, simile al motore di un camion. Impossibile, a questa quota fanno fatica ad arrivare persino i muli. Il rumore cresce e si avvicina in fretta, non si capisce da quale direzione provenga. All'improvviso qualcuno grida:
- Una valanga! Tutti fuori dalla trincea!
Un muro bianco sta scivolando lungo il versante alle spalle della trincea, in quello che dovrebbe essere territorio amico. Si sente qualcuno imprecare contro gli austriaci: non è la prima volta che fanno esplodere cariche sui crinali per seppellire vivi gli Alpini.
Momi si getta fuori dalla trincea continuando a seguire i compagni.
Il fronte della valanga raggiunge per primo l'ingresso del rifugio e lo seppellisce tagliando fuori tutti quelli che, troppo lontani, non hanno fatto in tempo a raggiungerlo.
Adesso Momi non si cura più dei compagni, corre disperato ma gli scarponi affondano nella neve fresca, ha persino abbandonato il fucile, corre verso la linea nemica ma il muro bianco lo investe, lo solleva in aria, lo trascina per decine di metri avvolgendolo nel suo gelido abbraccio.
*   *   *
Giorgio e Andrea, inginocchiati uno di fronte all' altro, scavano il ghiaccio in silenzio, con gesti misurati e gentili, come stessero compiendo un rito sacro, il rito della memoria riconquistata. Procedono di muto accordo, per fortuna le parole non sono necessarie e nemmeno saprebbero cosa dirsi.
In questo silenzio cristallino persino il respiro produce un rumore assordante.
Il cinturone testimonia che si tratta di un italiano ma Giorgio lo aveva già capito dalla divisa. Il corpo giace supino con le braccia distese lungo i fianchi. Sembra quasi che questo uomo sia stato colto nel sonno.
Andrea esita nell' estrarre la mano destra dal ghiaccio e non può trattenere un moto di sorpresa nel constatare che il Presena l'ha mantenuta intatta per tutto questo tempo.
È una mano piccola, sicuramente di un ragazzo, con le unghie nere e i calli ben visibili. Da civile doveva svolgere un lavoro di fatica, forse il contadino o il fabbro.
Giorgio si domanda se sia giusto quello che stanno facendo. Una domanda ormai inutile che comunque non gli allevia il forte disagio che sta provando. È come se la battaglia si fosse svolta il giorno prima e loro due stessero raccogliendo i caduti.
Il passato irrompe nel presente con la forza devastante delle mani rattrappite di un povero ragazzo.
Anche la parte superiore del torace è venuta allo scoperto, rimane prigioniera la testa. Andrea si ferma e lancia uno sguardo al compagno.
Giorgio sfila i guanti. A mani nude e con molta delicatezza comincia a raschiare via i cristalli. Il ghiaccio è ostinato ma non vuole usare attrezzi, rischierebbe di ferire il volto del ragazzo. Lavorando con le unghie, con calma e determinazione, Giorgio fa emergere i lineamenti. Con i polpastrelli spazza via l'ultimo sottile strato, arrivando a sfiorare il viso del ragazzo. Doveva avere vent'anni o forse meno. I capelli biondi, il naso piccolo, le labbra sottili. Lineamenti quasi femminili che destano tenerezza.
Andrea si alza in piedi. Vincendo l'emozione del momento sussurra:
- Prendo la trasmittente e avverto la Polizia - si avvia allo zaino lasciato poco più a valle.
Giorgio continua a fissare il volto del ragazzo. Vorrebbe poter conoscere il suo nome, ricostruire la sua storia. Pensa ai genitori che non avranno mai avuto notizia della sua sorte.
Sente Andrea che sta parlando alla trasmittente. Tra non molto il passato tornerà nel passato e la modernità piomberà qui sul Presena. Ma non è così facile rimettere a posto le cose. Troppe domande reclamano ancora una risposta.
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