Il tenente dell'Adamello - Gruppo Alpini Arcade

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Il tenente dell'Adamello

Albo d'Oro del Premio > Tutte le edizioni > Edizione23
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XXIII EDIZIONE - Vittorio Veneto, 7 Gennaio 2018
Segnalato

Il Tenente dell’Adamello

di Lauro Zanchi - Crema (CR)



Eleonora, mia cara,
ti scrivo per dirti che avanzeremo domani. Dal campo base di Ponte di Legno risaliremo fino al Forte di Corno d’Aola e da lì sferreremo l’attacco finale. Ho freddo fuori, ma il pensiero che ho di te, mi tiene caldo il cuore. La guerra consuma e spesso uccide, prima ancora del fuoco del nemico. Un amore può stare distante chilometri, in silenzio per mesi, ma il filo sottile che lo lega continua ad alimentare le anime. C’è empatia che sostiene l’amore, ne azzera le distanze, sa creare un nuovo concetto di spazio. Sono le anime che si sovrappongono, prima ancora dei corpi. Ed io ora ti sento vicina, Eleonora, ti sento qui, per la prima volta da quando marcio in questo inferno di ghiaccio. Ci si attacca ancora di più alla vita, quando si sta in mezzo alla morte. Ed ora devo risalire, scavare gallerie, costruire trincee, appostarmi dietro un mucchio di neve e sparare. Sparare. Più veloce del nemico che mi sta davanti, più preciso di lui. Non lo conosco nemmeno quel soldato; la storia ci ha messo di fronte per la prima e l’unica volta. Mi trovo a fare lo spareggio della mia vita con un perfetto sconosciuto, in una partita senza appello. Qua, a più di duemila metri d’altitudine, Eleonora cara, dove l’aria è difficile da respirare, quell’aria che tante volte abbiamo respirato insieme. A duemila metri, dove la nebbia copre l’azzurro del cielo, quel cielo che abbiamo guardato insieme, attraverso gli stessi occhi.
Dovrò essere più veloce di lui, anche se mi tremerà la mano. Io non volevo fare il soldato, non sono nato per la guerra. Avrei voluto non partire quel giorno. Eri bella, tanto bella che impazzivo solo a guardarti, alla stazione. E quando il treno è partito, io ti ho urlato: “Quando torno ti sposo”. Sì, ti sposo Eleonora, anche se forse non l’hai nemmeno sentita la mia voce. E mi hai seguito con lo sguardo, accompagnandomi per proteggimi, fino a quando il treno è diventato un puntino e la spuma del vapore se l’è inghiottito. Gli sguardi degli adii te li porti dentro, restituiscono l’ultima immagine di un incontro o di una vita intera. Ed io quel tuo sguardo me lo sono portato fin qui, sulla vetta dell’Adamello, la montagna di confine. Gli occhi degli adii fanno pari con la vita, sono il contrappeso alla mancanza.
Devo essere più lesto di quel soldato, nello spareggio senza appello.
E se toccasse a me stavolta, Eleonora amore mio, ricorda che ti amo davvero, di un amore grande. Se dovesse capitare a me, non serbare rancore con nessuno, perché avrò fatto solo il mio dovere di soldato. Gli eroi sono nei libri e li racconta la storia. Ma se nessuno racconterà mai di me, io so che il tuo cuore ti restituirà le mie parole.
“Come sei bella”, ti ricordi quella volta che uscimmo insieme dall’acqua del Lago di Iseo? Iniziava l’estate e c’era la fotografia di un tramonto rubino, a fare da sfondo alle nostre giovani vite. “Come sei bella”, e lì, davanti al sole rosso dentro l’orizzonte, con te vicina, ho capito davvero che cos’è l’amore.
“Come sei bella”, ti ricordi, abbracciati con il naso all’insù, davanti ad un’arena di stelle che restituisce la vastità del cielo e la semplicità dei sentimenti? E lì, davanti alla meraviglia della luce che illumina la notte, hai capito davvero che cos’è l’amore.
Ma non è il tempo dei pensieri, Eleonora anima mia: ora è tempo di diventare uomo per davvero, attraversare il confine della giovinezza e diventare grande. Io sono pronto al sacrificio, sono un Tenente degli Alpini, un soldato. Sono forte e non ho paura.
Non ho paura, perché il mio comandante, il Capitano Giannossi, dice che vinceremo, anche se non ne sono certo. La truppa è stanca, molti sono malati, il rancio è scarso e il gelo paralizza le dita delle mani e dei piedi.
È venuto ieri sera a trovarmi il Capitano Giannossi, nella tenda issata sulla piana di Ponte di Legno. Ed io gli ho raccontato di te, che voglio tornare e che questa guerra non è giusta. Lui mi ha risposto che non esiste mai una guerra giusta, ma giusto è combattere per la Patria, per la Bandiera. E noi siamo chiamati a questo, domani.
Il mio timore¸ Eleonora cara, è di tornare cambiato, di non essere più lo stesso, di non poter più guardare le stelle con te abbracciato, perché le stelle ora sono solo solitudine, la solitudine di un soldato che va in battaglia. Mi ucciderà questa guerra, mi ucciderà lei, se non lo farà il nemico. Ma tu, Eleonora anima mia, promettimi che curerai le ferite del mio cuore, promettimi che medicherai questi occhi che hanno visto solo morte, così tanta morte da diventare ciechi alla vita. Promettimi che curerai queste mie orecchie, violentate dagli spari e dai lamenti, così tanto, da diventare sorde alla musica che fa l’amore.
Promettimi che sarai con me, quando dovrò onorare la promessa che ho fatto a Giambattista, il mio fedele attendente, il giorno che mi è spirato tra le braccia. Mi ha fatto giurare che sarei andato io da sua madre, che ancora lo sta aspettando. Mi ha fatto giurare che sarei andato a raccontarle come è morto il suo figliolo. Come un eroe è morto, mentre cercava di recuperare i feriti che coloravano di rosso la neve, sparpagliati sulla linea alta del fronte. La guerra dovrebbe avere le sue regole, maledette, ma le dovrebbe avere. Non si spara su un uomo disarmato che recupera dei feriti, anche solo per farli spirare tenendogli la mano. La guerra rende gli uomini delle belve, Eleonora mia, colme d’odio, accecate di brutture. Promettimi che verrai con me, perché se è straziante vedere morire un soldato, non oso pensare cosa possa essere guardare dentro gli occhi di una madre a cui verrà detto che le han trucidato il suo figliolo. E solo con te vicino io potrò avere la forza di farlo, perché ci vuole amore, tanto amore, per pareggiare il dolore e ancora amore per colmare quel senso di sconfitta, di impotenza, di inutilità di fronte al pianto di una madre. Ha voluto fermarsi qua Giambattista, ai piedi del Forte, su al Corno D’Aola. Me lo diceva tutte le volte che partiva per una missione, tutte le volte che sapeva che non sarebbe più potuto tornare. Mi lasci qua Tenente, mi diceva, in mezzo alle montagne, lassù, dove posso guardare dall’alto la mia valle. Là in alto, sotto i ghiacci d’inverno e nel verde smeraldo d’estate. Su in alto Tenente, mi ripeteva Giambattista, perché un cielo così azzurro c’è solo là.
Ho pensato tante volte che questa guerra, questa distanza, potesse spegnerlo il nostro amore. Ho pensato che esiste un tempo per l’amore e che questo tempo ad un certo momento possa scadere. Ma una notte di giugno, sdraiato su un prato con il viso all’insù puntato nella volta del cielo, ho capito che non esiste un tempo per l’amore. Esiste l’amore, e il nostro tempo è dentro l’amore, non il contrario. Ecco perché ora so che mi hai aspettato, che mi aspetterai. Perché quel tempo, che è contenuto dall’amore, protetto dall’amore, diventa impermeabile a tutto il resto, comprese le granate, compresi i colpi sparati alle spalle, senza regole. Compresi i lamenti dei feriti, i gemiti dei morenti, la rassegnazione di chi sa che non ce la farà mai. E se sono vivo, se sono ancora qui, è perché l’amore che ho per te mi ha tenuto in vita, mi ha protetto, come un guscio, come una bolla di cristallo.
Partiremo domani prima dell’alba: saliremo lungo il costone dell’Adamello cercando di aggirare la linea nemica. Io sarò alla testa della mia squadra di fucilieri scelti, la 7^ Compagnia del Battaglione Morbegno.
Siamo l’avanfronte dell’avanzata nella linea del nemico, quelli che hanno il compito di penetrare a cuneo la difesa austriaca. Siamo quelli mandati a morire per primi.
Ma non dispero, non posso farlo, almeno per rispetto di questi ragazzi che mi guardano e si aspettano una parola da me, un hurrà da me.
E se l’uomo non deve avere paura, il Comandante deve avere coraggio, anche per chi non ce l’ha, anche per i suoi uomini.
Ad Excelsa Tendo, è il nostro motto. Lo gridiamo prima di ogni battaglia, prima di ogni missione. Ad Excelsa Tendo, sempre più in alto, amore mio. E se l’alto sarà quello del Cielo, sappi che ti ho amato davvero di un amore bellissimo, delicato. Sappi che la poesia che ho nel cuore continuerà nella luce della stella che sceglierai, o che sceglierà te. Ci vuole cuore per guardare un cielo stellato e per capire qual è la stella che ti ha scelto. Sappi che da lassù io non dimenticherò mai il nostro primo bacio. Ci ho pensato tante volte nelle notti insonni, ci ho pensato a quella sera che ti ho messa in trappola; ho avvicinato le mie labbra alle tue ed hai abbassato le difese. Si è nudi davanti a un bacio, spogli da paure, remore, condizionamenti. E si aspetta quell’attimo eterno che ci separa dal contatto, l’umidità di due mondi che si toccano e si mescolano, per il tempo di un minuto o per tutta la vita. Si è spogli ma ricchi, Eleonora amore mio, esattamente come quella sera, giù al fiume, dove c’è quell’ansa in cui l’acqua si ferma a pensare e lì crescono le ninfee, da dove nascono le muse. Ecco sì, tu sei stata la mia musa, nei silenzi di questa montagna. La musa che ha ispirato la mia poesia, che non ho mai scritto ma che ho scolpito, per sempre, al centro del mio cuore.
È arrivata l’ora di andare, Eleonora mia amata. Di andare, per vivere o per morire. Quale sia il meglio, solo Dio lo sa.
La mattina del 16 settembre 2011, intorno alle ore 10.30, gli operai addetti alla manutenzione degli impianti di risalita del comprensorio sciistico Adamello Ski, ai bordi del limite meridionale del Ghiaccio Presena, a circa 2700 metri di altitudine, scorsero da lontano quello che poteva sembrare un giaccone color grigioverde. Avvicinatesi, capirono subito che si trattava di un corpo di un soldato, riemerso dopo quasi cent’anni dai ghiacci e dalla storia.
Il corpo era ancora perfettamente conservato. Nella mano destra teneva imbracciato il fucile, nella sinistra una lettera, miracolosamente scampata al ghiaccio ed al tempo.

Ai Militi Ignoti della Grande Guerra
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