Il principe di neve - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini


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Il principe di neve

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XXII EDIZIONE - Treviso, 8 Gennaio 2017
Segnalato

Il principe di neve

di Davide Bacchilega - Lugo (RA)



«Come mai sta cercando casa proprio lassù?»
«Mi piace il silenzio.»
«Magari un paio di settimane in estate, per staccare.»
«Voglio starci tutto l’anno. Viverci per davvero.»
«Mi prende in giro, spero» dice l’agente immobiliare scalando la marcia dell’auto, visto che la salita inizia a farsi ripida. «Non lo sa che al borgo, in inverno, non arriva mai il sole? Tre mesi di ombra completa. Sembra di stare in Norvegia.»
«Vuol dire che dormirò di più» fa Pietro guardando fuori dal finestrino la città allontanarsi.
«Stanco di quella vita?»
«Che vita?»
«Quella di cui si lamentano tutti, immagino» dice l’agente. «Vivere per lavorare, e poi crepare senza aver vissuto.»
«Lei come si salva?»
«Truffando i miei clienti» gli risponde l’altro voltandosi a guardarlo con un sorriso pieno di denti. «Ma non fino al punto da consigliare di acquistare quella casa» continua. «Lassù non c’è proprio nulla a cui affezionarsi. Per di più i cellulari non prendono.»
«Non chiedo di meglio» dice Pietro.
Dopo circa mezzora l’auto dell’agente immobiliare si arresta ai margini del borgo, davanti a quella vecchia abitazione disabitata. Da quel paesino buio e sperduto sono fuggiti quasi tutti, a parte una manciata di cocciuti anziani e qualche pastore rimasto ad accudire bestie e genitori.
L’agente recupera le chiavi dell’abitazione e con un paio di mandate apre il portone.
«Aspetti un attimo» dice al cliente prima di inoltrarsi nel buio.
Rischiarando il tragitto con lo schermo del telefonino, l’agente raggiunge le finestre e le spalanca per fare entrare la luce. Un topo gli sfiora le scarpe, scappando via dalla porta. Attorno, non c’è un angolo privo di ragnatele. Poi l’agente si riaffaccia fuori, dove il cliente sta aspettando.
«Sicuro di volere entrare?» gli chiede.
«Sono qui per questo.»
L’agente allunga allora un braccio verso l’interno, facendo cenno a Pietro di accomodarsi nel tugurio.
«Che mi dice?» chiede l’agente dopo qualche secondo. «Ha cambiato idea?»

* * *

No, non ha cambiato idea, Pietro. Alla fine la casa l’ha comprata. E per una sciocchezza, tra l’altro. Quell’immobile derelitto valeva pochi spiccioli e per averlo gli sono bastati i risparmi ammonticchiati fino a quel momento grazie al suo lavoro in città.
Laggiù non ci vuole più tornare, ha deciso. Fra le rincorse delle promesse e il traffico delle malattie, si è stancato di combattere ogni giorno contro il tempo. Di inseguire obiettivi vaghi ed effimeri. Di essere testimone di invecchiamenti e decessi. Meglio esiliarsi lì, dove il tempo non arriva. Dove non è obbligato a confrontarsi con nessuno, se non con se stesso. E con quella catapecchia da risistemare.
Così Pietro passa l’intero autunno ad aggiustare infissi, tubi e allacciamenti. A riempire quegli spazi vuoti con il mobilio necessario. A popolarli di qualche libro che faccia compagnia.
All’inizio dell’inverno la casa è pronta e Pietro si trasferisce lì già quando il sole, come gli aveva annunciato l’agente, non riesce più a baciare il versante in cui si arrampica il borgo. In fondo è ciò che cercava: ventiquattro ore al giorno di ombra fitta in cui ripararsi, rinchiuso tra le mura della casa più isolata dell’intero abitato.
Quasi la più isolata, si accorge un giorno Pietro mentre passeggia in un prato poco distante da dove abita, notando qualcosa di strano lungo la parete rocciosa del monte: qualche centinaio di metri più in alto scorge un agglomerato di sassi simile a un’abitazione. Recupera allora il binocolo dallo zaino per verificare meglio la situazione. Non si è sbagliato: lassù c’è proprio una casa.
«Noi non vogliamo problemi» fa una voce proveniente da chissà dove. La prima che gli rivolge la parola da quando è arrivato.
Pietro si guarda intorno e non troppo distante da lui intercetta una capra. Non troppo distante dalla capra c’è pure un pastore.
«Nemmeno io» dice Pietro.
«Allora perché sei venuto qui?»
«Per viverci.»
«In questo posto si viene solo per nascondersi» gli fa l’altro.
«E là chi ci abita?» chiede Pietro per cambiare discorso, indicando quel puntino di sassi sopra di loro.
«Saranno ormai vent’anni che non c’è più nessuno.»
«C’è modo di raggiungere la casa?»
«C’era un sentiero, una volta. Poi la montagna è franata e ha cancellato tutto» spiega il pastore. «Ma tanto non c’è alcun motivo per andarci.»
«Immagino» fa Pietro riprendendo il binocolo e mettendo nel mirino quel puntino di sassi.

* * *

Con l’inverno arriva anche la prima neve, un foulard bianco attorno ai tetti e un tappeto insidioso sulle viuzze del borgo. L’ombra costante la fa ghiacciare rapidamente, senza concederle la possibilità di liquefarsi, tanto da rendere impossibile muoversi senza pericoli, specie per la popolazione più anziana.
Una mattina all’alba, Pietro sente bussare alla porta. Quando apre l’uscio, trova una vecchina minuscola infagottata in diversi strati di lana. L’ha già vista nel borgo assieme a quel pastore ficcanaso. Deve essere la madre.
«È tua la macchina grossa qua fuori?» chiede la vecchia alludendo al suo Suv.
Pietro si prefigura già una seccatura mentre accenna un sì.
«Ho finito le mie medicine» spiega quell’altra. «Mi porti giù in città a prenderle?»
Pietro non può far altro che montare le catene al Suv, invitare la vecchia a salirci sopra, quindi condurre la vettura lungo le strade che avvolgono il monte, scendendo il declivio che porta a valle.
«Non ti fa bene stare sempre da solo» gli dice la vecchia mentre l’auto procede con cautela.
«Perché?»
«Chi sta da solo non può aiutare gli altri.»
«Non sono bravo ad aiutare gli altri.»
«Potrebbero avere bisogno di te.»
«Preferisco stare per conto mio.»
«Nemmeno la principessa di neve è riuscita a stare da sola.»
«Che principessa?»
«È una storiella di una valle qua vicino» gli spiega la donna. «Ma forse non ti interessa.»
A Pietro, infatti, non interessa. Accende quindi l’autoradio per distrarsi con la musica.
«L’avevano adottata, Ombretta. Veniva dal regno delle nevi» attacca invece la vecchia sormontando con la voce il volume della radio. «Ma non poteva vivere al sole, perché altrimenti si sarebbe sciolta. Allora il padre adottivo, il sovrano, d’accordo con i sudditi, fece una legge per abolire il sole. Da quel momento si invertirono le abitudini: si dormiva di giorno e si lavorava di notte, per evitare che Ombretta vedesse la luce. Così in quel regno si viveva sempre al buio, come nel nostro borgo» continua la donna. «Ma dopo tanti anni senza sole, quel regno divenne misero e triste. E la principessa, ormai cresciuta, non riusciva a spiegarsi perché il suo popolo fosse tanto depresso. Visto che nessuno osava confessarle il motivo, Ombretta andò da una donna saggia che abitava nei boschi, una specie di maga, ma per non farsi riconoscere si travestì da contadina. Difatti la maga, che era mezza cieca, non si accorse che era lei e le rivelò che tutti erano tristi perché destinati a morire. Senza sole, nessuno poteva sopravvivere.»
La vecchia resta in silenzio qualche secondo attendendo che Pietro le chieda di continuare. Ma la richiesta non arriva, quindi lei riprende il racconto di sua iniziativa.
«“La colpa è della principessa Ombretta”, le disse la maga, “perché per salvare lei hanno abolito il sole”. Sentendo queste parole, la principessa di neve scappò via disperata, perché far soffrire il suo popolo era l’ultima cosa che voleva.»
Ma la vecchia non riesce a terminare la storia, perché ormai il Suv è arrivato a destinazione. Dopo aver portato a termine la missione in farmacia, i due tornano al borgo e Pietro riaccompagna la donna a casa. Quando smonta dall’auto torna a guardare in alto, verso quel puntino di sassi ormai completamente ricoperto di bianco, incastrato nel punto più ombreggiato del versante. Non è certo un castello da fiaba, pensa Pietro, ma sarebbe la dimora ideale per una principessa di neve allergica al sole.
Quindi, recupera il binocolo e dà un’occhiata alla casa. Dal comignolo di quell’abitazione gli pare di vedere uscire del fumo.

* * *

Il mattino successivo Pietro studia ancora quella casa con il binocolo. Il fumo non si vede più, ma le imposte di una finestra sono aperte. Mai prima d’ora si è accorto di questa anomalia.
Pietro si dirige allora verso il borgo e alle poche persone che incontra domanda chi ci può essere lassù. Tutti gli rispondono che non c’è nessuno: senza più un sentiero, è impossibile arrivarci se non si è dei buoni scalatori, figurarsi abitarci.
Eppure in quella casa deve viverci qualcuno, pensa Pietro. Una persona che più di lui ama stare isolata, senza il tempo a scorticarlo, senza il mondo a disturbarlo. E se c’è qualcuno che gli somiglia, vuole andare a conoscerlo.
Così, un paio di giorni dopo, Pietro si arma delle migliori intenzioni e delle poche attrezzature da montagna che ha, deciso a risalire il versante della montagna, in direzione di quella casa. Senza sentieri a marcare il cammino, arranca sul pendio in cerca di appigli, affondando in cumuli di neve alta, mettendo a dura prova le sue gambe poco allenate e le sue mani adatte solo al lavoro d’ufficio.
Dopo due ore di salita, la casa sembra ormai una meta prossima. Mentre si ferma per riprendere fiato, dà un’altra occhiata alla sua meta, a caccia di segnali che suggeriscano una presenza umana. Questa volta, niente fumo dal comignolo. La finestra che era spalancata, dalla posizione in cui è ora Pietro non si riesce a scorgere. Beve un sorso d’acqua dalla borraccia e poi riprende il cammino.
Ma dopo pochi passi la neve sotto i piedi crolla sotto il suo peso, facendolo precipitare in un inferno gelido. Qualche metro di caduta libera e poi Pietro impatta il suolo. Nel feroce dolore che gli sbrana ossa e carne sente il morso della sconfitta, meritata e definitiva. È finito in una profonda fenditura della montagna, che non ha individuato perché coperta da un tappo di neve. Con un ginocchio che lo tortura, probabilmente fratturato, e ammaccature dappertutto, è certo di non essere in grado di risalire.
È così che si muore in montagna, pensa Pietro condannato in quel buco. Al buio, nel gelo, in solitudine. Ed è ciò che gli spetta, niente di più. Non ha mai fatto nulla per farsi amare. Non ha mai restituito con gli interessi i piccoli prestiti che la vita gli ha concesso. Crepare lì dentro, di freddo o di fame, è la logica conclusione della sua fuga.
Poi, i pensieri di morte che gli affollano la testa pian piano si acquietano, lasciando spazio alla rassegnazione e al tepore dell’assideramento, che dalle gambe risale il corpo fino al cuore.
«Ehi, c’è qualcuno laggiù?» sente una voce provenire dall’alto.
Incapace di articolare le parole, Pietro vomita un urlo per segnalare la sua presenza. Pochi istanti dopo una corda viene calata lungo la parete della fenditura. Da quella corda un uomo scivola giù con l’agilità di un gatto.
«Come mi hai trovato?» riesce a chiedere Pietro.
«Ho sentito la tua puzza» dice l’uomo. «E ho visto le tue impronte sulla neve terminare nel nulla» continua poi più verosimilmente.
L’uomo aiuta Pietro ad alzarsi, lo imbraga nella corda e quindi si arrampica sulla stessa corda per risalire in superficie. L’altro capo è legato al tronco di un larice affacciato sul ciglio del burrone, ma quell’albero non può arretrare da solo, tirando fuori lo sventurato. L’uomo prova dunque a tirare la corda cercando di trascinare in superficie quel peso infortunato e poco collaborativo, ma gli è impossibile sollevarlo per più di un metro, anche a causa del terreno ghiacciato che lo fa scivolare. Deve studiare un altro modo per tirarlo fuori da lì.
Non ci mette molto a capire come deve agire: slega allora la corda dal fusto del larice e la allaccia a sé. Quindi prende fra le braccia un pesante masso e, facendo scorrere la corda sul dorso dell’albero come se fosse una puleggia, si cala lentamente nel burrone. Il suo corpo e il masso che tiene in grembo, funzionando da contrappeso, sollevano l’altro uomo dal fondo, imitando la meccanica di una carrucola.
Quando Pietro è a metà della risalita, incrocia il suo soccorritore che sta scendendo, legato all’altro capo della fune. Seppure sia avvolto dall’ombra, a Pietro sembra di indovinare in quell’uomo una pelle bianchissima. Di certo non gli sfugge il senso del suo gesto: l’uomo si sta immolando per lui, finendo in fondo al burrone al posto suo.
Una volta arrivato in superficie, Pietro si libera dall’imbragatura e, seppure devastato da dolori in tutto il corpo, ridiscende il monte come può. Ora tocca a lui ricambiare il salvataggio, ma da solo non ha le energie per farlo.
Al borgo raduna tutti gli uomini non troppo anziani e li convince a seguirlo fino al punto in cui ha lasciato il suo soccorritore. Ma quando la spedizione arriva al larice affacciato sul burrone, non trova né la corda né orme sulla neve diverse da quelle di Pietro.

* * *

Di notte, a casa del pastore, accanto al fuoco che arde nel camino, la vecchia madre del ficcanaso rattoppa le ferite di Pietro con bende e balsami emollienti, mentre lui le sta raccontando ciò che è capitato quel giorno ma che gli abitanti del borgo rifiutano di credere.
«Ma poi come finiva quella storia?» chiede Pietro alla donna. «La principessa di neve.»
«Dove eravamo rimasti?»
«La maga le dice la verità e lei è sconvolta.»
«Dopo di che, la principessa si mise a camminare senza meta, vagando sempre più lontana dal suo castello, fino a quando il sole fece capolino all’orizzonte. Abbagliata da quello splendore, non le fu difficile capire perché i suoi sudditi soffrissero così tanto. Allora, per liberarli da quella prigione buia, si lasciò rapire da un raggio di sole e nel suo abbraccio si sciolse per sempre.»
«E così salvò la sua gente, che tornò a rivedere la luce» conclude Pietro. «Come l’uomo che mi ha salvato oggi. Per tirarmi fuori, si è sacrificato al posto mio.»
«Non sarà stata una principessa» fa la vecchia, «ma forse hai conosciuto un principe di neve.»

* * *

L’inverno sta ormai terminando come la maledizione dei tre mesi di ombra, una stagione senza sole che renderebbe felice una principessa di neve. Oppure un principe di neve.
Da domani, in ogni caso, il sole si sposterà di quel centimetro in più che gli permetterà finalmente di illuminare il borgo, rompendo l’incantesimo delle tenebre.
Prima che ciò avvenga, costringendo principi o principesse di neve a fuggire, Pietro afferra il binocolo e guarda all’insù. Sopra al comignolo di quella casa lontana gli pare di vedere uno sbuffo di fumo.
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