Due nomi, una data - Gruppo Alpini Arcade

Gruppo di Arcade
Sezione di Treviso
A.N.A. - Associazione Nazionale Alpini
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Due nomi, una data

Albo d'Oro del Premio > Tutte le edizioni > Edizione10
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

X EDIZIONE - Arcade, 5 gennaio 2005
Terzo classificato

Due nomi... una data

di Pieralba Merlo Loano (Svizzera)



Quando tra un viaggio e l’altro sbarco e salgo su questi monti, io navigante, mi torna alla mente il giorno della mia investitura a “lupetto”.
Ed è per questo che dedico a mia nonna Caterina questo racconto.

1993

E’ uno di quei giorni limpidi, quando l’aria sembra avere qualcosa di magico. Il vento notturno ha spazzato via le nuvole cariche di pioggia lasciando un mattino terso e brillante di sole.
Lo squillo del telefono mi distoglie dai miei pensieri.
La voce di mio nipote, come sempre, ha il potere di giungermi diritta al cuore. “Nonna, papà passa a prenderti e ti porta qui, sono a Bobbio al campo dei boys scout. Ci sarà la messa e faremo il giuramento…”
“Certo caro, non mancherò, promesso.”
Ma mentre poso il telefono la mano mi trema. Bobbio, la Val Trebbia… quanto tempo è passato? Cose che erano già indietreggiate verso il soffice, nebuloso paese delle memorie erano lì vive, senza tempo.
Il tempo di una vita… ho allevato tre figli, ho visto nascere i nipoti, sono andata in pensione, mio marito mi ha lasciata per il grande viaggio senza ritorno…
In fin dei conti saranno solo una trentina d’anni che non salgo su per la vallata… Troppi ricordi, tutti dolorosi.
La vita custodisce segreti, dolori e grandi gioie… bisogna prendere tutto come viene, inghiottire, guardare avanti e girare un’altra pagina.
Ma ho promesso… devo andare.
Da Genova a Bobbio, due ore di macchina, passano presto… ciarlo fitto con mio figlio e mia nuora di tutto e di niente. Costeggiamo il fiume… guardo l’acqua e chissà perché il mio cuore perde un battito,  ma siamo arrivati.
In tempo per la messa da campo. Mio nipote serve all’altare, tutto compunto nella sua divisa di scout, mi guarda di sfuggita e sorride.
E’ quando il suono di una chitarra ed un flauto accompagnano l’elevazione dell’ostia che i ricordi mi assalgono nitidi, incalzanti: e così, come un fiume in piena travolge gli argini, tutto è lì davanti ai miei occhi chiusi che combattono con le lacrime.
Altre messe da campo, in fredde albe, appoggiati ai fucili, col fiato che si faceva fumo… gli occhi guizzanti in furtivi sguardi tra l’intrico del bosco…
Ora le lacrime trattenute scivolano silenziose sulle mie gote e giù, giù… stillano sulle mie mani giunte.
La messa è finita… il giuramento… il pranzo al sacco, le varie gare di abilità. E verso sera, mentre il tramonto intenerisce il paesaggio e si accendono i fuochi, alzo lo sguardo sulle alture circostanti. Riconosco quella cima arrotondata, quella strana cresta, quel fitto bosco… un sospiro mi sale dal profondo…
“Nonna, cos’hai?”
Mio nipote mi viene vicino, mi scruta indagatore, con quell’intuizione che, a volte, solo i bambini sanno avere.
“Vieni qui Pietro, siedi accanto a me… ti racconterò una storia”.
1943
La bicicletta blu Caterina l’aveva avuta in regalo per il suo diciottesimo compleanno. L’aveva tanto desiderata ed i suoi genitori, non senza un gran sacrificio (si sa, i soldi erano scarsi a quei tempi) gliel’avevano fatta trovare quella mattina sotto il portico. Pochi mesi di spensieratezza poi le cose cambiarono.
Caterina, nel frattempo, si era innamorata di Pietro, un fornaio di Recco. Durante una gita con le amiche era entrata nella panetteria a comprare la famosa focaccia… quel giovanottone dagli occhi color dell’ardesia, che le aveva chiesto: “Desidera?” la intrigò tanto al punto che diventò un’assidua mangiatrice di focaccia. Ogni scusa era buona per andare a Recco… Fino al giorno in cui lui le disse: “Domenica sera verrebbe al cinema con me?”. Non se lo fece ripetere due volte… Alla fine dell’anno erano già fidanzati.
Si erano sposati all’inizio del ’44. Il pranzo di nozze era stato interrotto dalla sirena dell’allarme e la torta nuziale l’avevano mangiata nel rifugio sotto i bombardamenti.
Adesso Pietro era il partigiano “Lupo”. Lassù sui monti si conoscevano tutti con il nome di battaglia. Così Caterina, più per amore che per convinzione era diventata una staffetta. Portava messaggi, notizie e, a volte, cibo per i partigiani tra i monti della Val Trebbia. Partiva da Rovegno e ne aveva di pedalate da fare! Con la sua bici blu, la sua gioventù, le gonne svolazzanti e quegli occhi color di mare non destava sospetti. I tedeschi le sorridevano e si davano di gomito sussurrandosi qualcosa. Ad un certo punto lasciava la bicicletta e proseguiva a piedi su per gli erti sentieri di montagna.
Ma quando arrivava lassù, nella cadente costruzione di pietra dove, in tempi migliori, il malgaro faceva saporite formaggette, ed a venirle incontro era il suo Pietro, l’emozione la catturava come sempre e la fatica svaniva così come svaniscono i sogni al risveglio.
Poi le era intorno tutto il gruppo, una dozzina di partigiani, giovani e meno giovani, dall’operaio al farmacista, dal contadino al ferroviere. Le domande si accavallavano:
“Come sta mia madre?”
“Hai visto la mia Rosetta?”
”Mio figlio è uscito dall’ospedale?”
“La mia casa è ancora in piedi?”
Dopo aver conferito con il capogruppo, Caterina rispondeva a tutti, poi si appartava con Pietro. Le loro mani erano impazienti, avrebbero voluto scivolare lungo i loro giovani corpi… ma c’era appena il tempo per qualche frase appassionata ed un lungo abbraccio. Poi via… ridiscendeva veloce per essere a casa prima di sera.
Sotto Pasqua, quando sulle cime dell’Appennino Ligure ancora scintillava la neve, in una notte di vento e tempesta Pietro era sceso fino al paese tanto era il desiderio di stare con sua moglie. Entrò in casa come un ladro e furono uno nelle braccia dell’altra. Quella notte si amarono come non mai e due mesi dopo Caterina era salita in montagna con la bella notizia: aspettava un bambino.
I viaggi su alla casa di pietra erano diventati ancora più assidui. “una donna incinta” diceva “dà meno sospetto, la mia gravidanza è un valido lasciapassare. E poi posso sempre fare la scena dello svenimento. Sì, perché una volta l’avevano fermata e dopo aver risposto a qualche domanda fece finta di svenire. I due soldati tedeschi (due giovani rosei e biondi sui vent’anni) non sapendo che pesci pigliare l’avevano fatta salire sul loro “sidecar” e portata a casa. Anzi, uno di loro al seguito a pedalare velocemente sulla bici.
Adesso saliva piano piano, sedendosi ogni tanto sui massi. Alzava la testa a scrutare il sole che penetrava tra i rami e respirava velocemente per combattere un leggero dolorino che ogni tanto le serpeggiava tra le reni. Era all’inizio del settimo mese di gravidanza ma saliva ancora al “boschetto”. Il bosco ora, aveva le calde sfumature dei colori autunnali ed un refolo di vento le passò tra i capelli lasciandole un brivido di freddo giù per la schiena. Fece appena in tempo ad attraversare la radura che la vista le si annebbiò e cadde tra le braccia del “Gabbiano” che fu il primo ad accorrere.
E fu lassù, tra una dozzina di uomini spaventati più di lei, che Caterina partorì. Una minuscola bimba, cianotica per il lungo travaglio e fredda come l’acqua delle pozze di montagna e che non ce la fece a sopravvivere.
La madre le mise al collo la catenina che il marito le aveva regalato alla vigilia delle nozze. Il farmacista “Lepre” le inumidì il capo con il rito del battesimo, l’avvolsero nella giacca di Pietro e la seppellirono sotto la grande betulla che svettava là, al limitare del sentiero.
Caterina dovette restare alla casa di pietra due giorni per rimettersi un po’ in sesto. Per fortuna che c’era il latte di qualche pecora rimasta che lei bevevo misto alle sue lacrime.
La riaccompagnò a casa il cappellano che era salito a dire messa ed a portare delle coperte.
Da quel giorno Caterina non volle più salire in montagna.
1965
Vent’anni erano ormai passati dalla Liberazione.
Caterina e Pietro vivevano a Genova. Lui aveva ripreso a fare il fornaio e lei si occupava dei tre figli e della casa. Quell’inverno il Bisagno era gonfio come non mai e così pure tutti i torrentelli che scendevano dalle vallate dove le numerose piogge avevano causato frane e smottamenti.
Quella sera, all’improvviso, Pietro disse: “Mi piacerebbe salire su alla casa di pietra, per vedere se ha resistito alla pioggia ed alle frane. Domani è domenica… possiamo andare, porteremo qualcosa da mangiare e daremo un’occhiata.”
Vent’anni erano passati.
A Caterina caddero tre maglie dal ferro ed il cuore ebbe un tuffo. Non era sua la voce che rispondeva: “Va bene Pietro, se la giornata è bella possiamo andare.”
Ripose il lavoro a maglia e senza aggiungere altro andò a letto.
… E il destino volle una giornata bellissima.
Partirono di buon’ora… il cesto con le vivande, le scarpe adatte, la giacca a vento pesante… perché in montagna non si sa mai…
Caterina era taciturna, sembrava ascoltare qualcosa dentro di lei, mentre Pietro, invece, parlava… parlava, troppo per il suo solito.
Mano a mano che salivano riconoscevano i posti: le due rocce appuntite, il ponticello di legno a cavallo del piccolo rio, quel boschetto di lecci giganti… ed arrivarono alla radura della casa. Tutto sembrava essere rimasto come una volta, solo qualche pietra in più ammucchiata a terra ed uno smottamento là, sotto la grande betulla.
L’aria era rinfrescata e tra i vecchi muri accesero un fuoco… sulle braci arrostirono le salcicce infilzate su un bastoncino.
Mangiarono in silenzio… troppo in silenzio.
Caterina guardava le braci con occhi velati e rabbrividì (strano, sentiva un freddo…), Pietro le si avvicinò, la circondò con un braccio e… l’argine si ruppe.
Con voce rotta dall’emozione si raccontarono cose taciute per lungo tempo, ogni particolare, ogni momento furono tra di loro… fantasmi rievocati da un lontano passato.
Le braci erano ormai spente quando si alzarono.
Nell’uscire fu la grande betulla ad attirare la loro attenzione. Se la ricordavano diritta… ora era un po’ inclinata. Si avvicinarono e videro che le radici quasi affioravano sul terreno. Si guardarono negli occhi… senza parlare… un unico pensiero: la nostra bambina. Con la punta di un bastone Pietro smosse la terra: durò appena un battere di palpebra, un balenio apparve e subito svanì. Qualcosa lo spinse a frugare con le mani, eccolo di nuovo quel luccichio. Quando si alzò stringeva in pugno una catenina. Aprì la mano e la tese a Caterina.
La catenina era lì, luccicante al sole, con la Madonna di Lourdes e sul retro i loro due nomi ed una data. L’afferrò e con gli occhi del cuore rivide:
Rivide quando Pietro gliel’aveva data, la sera della vigilia delle nozze erano saliti al Righi con una luna che si alzava inargentando il mare. Là, a destra, la Lanterna proiettava il suo fascio di luce e giù davanti la Stazione Marittima ed il vecchio porto. E lui che piano piano le sussurrava: “Quando ti guardo non smetterei mai e se poso i miei occhi altrove è sempre il tuo viso che vedo”. Poi le chiuse il fermaglio della catenina al collo e la strinse a lui con passione.
Anche adesso si strinse a lui, l’emozione le faceva dire sconnesse parole… ma tre erano chiare: “La nostra bambina.”
Con una vecchia pala trovata nella casa, Pietro scavò disperatamente… ma non trovò altro. Non una traccia, non un brandello della sua giacca, non un ossicino.
Si avviarono in silenzio, in silenzio scesero giù sulla statale e salirono in macchina, in silenzio giunsero sino a casa.
Non parlarono più di quella giornata, Caterina si mise al collo la catenina e non salì più in montagna fino al giorno in cui suo nipote la invitò per il raduno degli scouts.
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