Alpe calabrese - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini


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Alpe calabrese

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XXIII EDIZIONE - Vittorio Veneto, 7 Gennaio 2018
Premio speciale
Rosa d'Argento Alpino Carlo Tognarelli

Alpe Calabrese

di Francesco Paloschi - Mestre (VE)



La prima volta che la ragazzina mise piede qua sopra la tenni d’occhio con una certa apprensione. Non erano posti per venire a giocare e certo, a quel tempo, non sarebbe stata una sorpresa se ancora un giovane umano si fosse perso nel bosco. Era sbucata salendo a piedi dalla valle, con una grossa macchina fotografica tenuta a tracolla e uno zaino compatto bene organizzato, contenente lo stretto necessario per la giornata all’aperto. L’aria da donnina e quelle movenze lente, studiate, che in un certo senso avrei definito rispettose, trasformarono le mie ansie iniziali in una più serena curiosità. Faceva tenerezza il modo scientifico in cui indagava verso l’alto, l’occhio esperto fermo nel mirino, frugandomi tra le cime dei faggi e delle querce con quel suo marchingegno per lei fin troppo serio. Non mi ci volle molto per capire quello che stava facendo: la piccola era venuta quassù per andare a caccia di nuvole.
Imparai con il tempo a riconoscere il suo arrivo. La sentivo arrampicarsi di buon passo per uno dei tanti sentieri che mi segnano il granito, quelli che gli esseri umani hanno aggiunto alle mie rughe geologiche naturali. Non che venisse spesso, come fanno i veri artisti sceglieva il momento adatto, quelle particolari giornate dall’aria sottile in cui il cielo si anima di morbide figure, che mandano le loro ombre a scivolare sui boschi. Con l’obiettivo indirizzato ai vari angoli del cielo, la ragazzina faceva incetta di vaporosi soggetti, mettendoli in cornice tra gli arabeschi delle fronde. Qui un gioco di cumuli modellati dal vento, là un castello di nembi a sviluppo verticale, oppure più in alto, in direzione della stratosfera, un baffo di cirri dalla forma originale. Assieme a tutte le tonalità del bianco e del grigio, le stravaganti fantasie delle onde elettromagnetiche, quelle che l’aria tersa delle Serre calabresi consente alla radiazione luminosa d’inventare.
Un pomeriggio della scorsa estate, una delle più calde che abbia mai sperimentato, una coppia di umani maschi su una macchina nera risalì la strada che viene dal mare. Dalla costa del Tirreno, passando per le campagne rese gialle dall’arsura, raggiunsero le montagne in poco più di mezzora. Lasciata l’automobile dove termina l’asfalto, proseguirono a piedi lungo la sterrata, fino a valicare il Passo del Lupo. Dopo avere scollinato ed essersi fermati a rifiatare, imprecando nel bagno di un’atmosfera rovente, procedettero in discesa per circa duecento metri. Li vidi quindi fermarsi, i volti grondanti e gli indumenti sgualciti, e mettersi a borbottare sul margine del prato.
Gettata un’occhiata in giro, per accertarsi che nei paraggi non sbucasse nessuno, presero dalle tasche due grossi accendisigari, si abbassarono sull’erba secca e mi appiccarono il fuoco. Come ingoiando una striscia di benzina, in pochi istanti le fiamme si impossessarono del bosco.
Mentre si giravano per tornare sui propri passi, si accorsero della ragazzina impietrita sulla salita.
“Che minchia stai facendo tu?” gridò il più grosso dei due con l’odio negli occhi, il passo già lanciato nella sua direzione.
La ragazzina arretrò in silenzio, senza tentare una risposta.
“Vieni qua che parliamo, dai” fece quell’altro, che senza pensarci un attimo avevo tirato fuori la pistola. La brandiva alta sopra la testa, facendole vedere che non aveva voglia di scherzare.
Lei si gettò a ritroso lungo la salita con un’agilità che non avrei mai sospettato, forse neppure cinquantotto anni prima, quando giunse qui sopra per la prima volta. I due individui la inseguivano infinitamente più goffi, ansando e sputacchiando come vecchi cinghiali. La mano della ragazzina tratteneva la fotocamera perché penzolando non ostacolasse la corsa, mentre qualche lattina o borraccia nello zaino mandava un battito metallico a ogni sobbalzo. Spaventati da quel trambusto, i miei poveri animali se la svignavano nel bosco, o sostavano zitti nel buio delle tane. Un astore femmina si sollevò dal nido, costruito con perizia sopra un grande pino, battendo le ali sorvolò rapida la scena prima di allontanarsi e sparire lontano.
Nel silenzio delle Serre echeggiò uno sparo.
“Se non ti fermi subito, il prossimo ti arriva nel culo” fece boccheggiando quello con la pistola, mentre il grasso della pancia gli traballava nella camicia.
A quelle minacce la videro fermarsi. La figura magra della ragazzina esitava sul ciglio della strada. Si era voltata a squadrarli dritti negli occhi, avrebbero potuto essere entrambi suoi figli. Le sarebbe piaciuto averli fotografati, averli colti sul fatto mentre accendevano il fuoco, ma non ne aveva avuto né la freddezza né il tempo. Li vedeva avanzare fingendosi comprensivi, quasi mostrando di voler ragionare. Ansimavano tutti e due come bestie agitate, mentre il fuoco tra gli alberi, pochi metri più sotto, già spediva nell’aria un pauroso crepitio.
Non passò che qualche attimo, in cui gli sguardi si studiarono. Prima che potessero rendersene conto, approfittando di una roccia che sporgeva sulla strada, la ragazzina era sparita dalla loro visuale. I due ceffi macchinalmente si rigettarono nella corsa ma lei già si era inoltrata dove la boscaglia era più fitta.
Conosceva queste faggete sconfinate a memoria. Le ascoltavo il palpito accelerato del cuore, quel tonfo energico familiare, riuscivo a distinguerlo dal rumore sordo dell’incendio. Attraversò l’intrico delle piante senza voltarsi indietro, con il petto che le scoppiava e le gambe che avrebbero voluto abbandonarla. Andava avanti incespicando e sdrucciolando sulla lettiera, combattendo con la severa pendenza che la mia schiena presenta in quella zona. Per provare a darle una mano in salita le allungavo qua e là qualche ramo, le offrivo una radice, uno scalino del terreno, ma più che riuscire ad afferrare i miei soccorsi coglieva lo strazio continuo dei graffi, la sofferenza delle articolazioni usurate. Alle sue spalle i criminali avevano rinunciato a inseguirla, arrendendosi alla mancanza di fiato e al pericolo del fuoco che risaliva rapido il versante. Mentre la mia tenace ragazza era già oltre lo spartiacque, i due compari si affrettavano verso la macchina, il volto sfigurato dalla corsa e dalla rabbia.
Nel frattempo, un ammasso di nuvole pomeridiane si era addensato nel cielo, come a volte accade per concessione dell’estate. Si andava apparecchiando un ricco temporale e la luce dentro il bosco era improvvisamente calata. Confusa dalla paura e dalla fuga, la ragazzina se ne avvide solo al cadere delle prime gocce, che piombarono sulle foglie dritte come sassate. Infilando lo sguardo in un cielo fattosi cupo e profondo, prese coscienza che nella concitazione, non sapeva come né dove, aveva lasciato cadere la macchina fotografica.
Tutto d’un tratto si scatenò uno scroscio che pareva la liberazione da una prigionia. A me parve di rinascere, dopo mesi d’arsura. Il caldo feroce mi aveva svigorito, mi aveva seccato i torrenti e ingiallito il fogliame, ridotto in polvere i suoli, stremato gli animali. Accoglievo quella pioggia come una benedizione, senza contare che stava bagnando, in forma preventiva, quella parte di foresta non aggredita dal fuoco. Avevo speranza che su quel fronte, grazie al sostegno dell’acquazzone, sarei riuscita a respingere l’assedio dell’incendio.
Senza che me ne rendessi conto, intanto, la ragazzina aveva trovato riparo dentro la rimessa del vecchio casolare, quello che la vegetazione aveva pressoché conquistato dopo l’abbandono forzato dei contadini, andati via per la concorrenza dei centri commerciali. Era esausta, trovò da sedere e stese le gambe. L’odore del legno, la travatura del tetto, i resti degli attrezzi per il lavoro sui campi, le riportarono alla mente l’incontro con la padrona, un giorno d’autunno di tanti anni prima. Lei era uscita come una volpe dal bosco, puntando una nuvola che non voleva farsi catturare, e la signora gentile l’aveva chiamata.
“Ciao ragazzina! Vuoi assaggiare un fico?”
L’aveva fatta accomodare su quella stessa panca precaria. Ricordava d’aver posato la sua prima macchina a pellicola tra un trionfo di cipolle e peperoncini, sulla superficie di un tavolaccio posto al centro della rimessa, i cui resti giacevano ora sul pavimento nell’ombra. Le aveva fatto provare il fico più dolce della sua vita, mentre in silenzio organizzava i recipienti per il mercato. Calmando l’affanno nel flusso di quei pensieri, la ragazzina si lasciò andare a un mezzo sorriso, mentre dal tetto fatiscente giungeva il rombo del temporale.
All’esterno del casolare la natura era in subbuglio. Il frastuono del diluvio copriva il ruggito del fuoco, che istigato dal vento saliva dall’altro versante a divorare una nuova porzione di foresta. L’indemoniato tramestio attorno alle fiamme era il segno che molti animali non erano ancora crepati. Per i vegetali invece non c’era scampo, le piante che ammantavano la mia scorza inorganica si contorcevano e spaccavano tra le spire di fuoco. Ululando e fischiando nell’atmosfera infernale morivano gli abeti bianchi, i lecci, i pini neri, i faggi secolari, gli ontani, il sottobosco dei roveti e delle felci, migliaia di stagioni di lavorio vegetale, quantità enormi di biomassa e di biodiversità gemevano nel requiem disperato del bosco. Un patrimonio millenario inceneriva, il legno dei fusti carbonizzava, la linfa si seccava nella combustione delle fibre, si accartocciavano le foglie in tutte le loro forme, si disgregavano le cellule, i cloroplasti, le membrane ricche di clorofilla. Con il massacro del verde si spegneva l’attività di miriadi di fotosistemi, e l’opera costruttiva delle vie metaboliche, capaci di trasformare in molecole della vita la scarsa acqua che il suolo metteva a disposizione, con pochi ingredienti semplici, l’aria, la luce. Meraviglie ignorate dai responsabili dello scempio. Il fuoco metteva a nudo il mio fragile terreno, che per lungo tempo sarebbe rimasto esposto all’erosione, alla siccità, ai parassiti, alla marcia inclemente della desertificazione.
La pioggia non riusciva a frenare quello che l’incendio ormai aveva agguantato. I giardini dell’alleanza con la mia ragazzina se ne andavano in fumo azzerando la nostra storia, come avviene in ogni assalto che stravolga un paesaggio. Rivedevo lei da piccola giocare all’esploratrice, accarezzare il muschio umido sotto la chioma delle querce, con quello stupore per la natura che non avrebbe mai abbandonato. Avrei ascoltato negli anni le sue delusioni d’amore, i suoi pensieri per lo studio e le apprensioni per il lavoro, nel centro di protezione ambientale dove faceva ricerca, poi le preghiere per i figli, il suo fischiettare agli uccelli e agli scoiattoli, i singhiozzi sommessi per la morte del marito. Veniva alla montagna per ritrovare se stessa. Ultimamente mi confortava il suo sguardo sapiente, posato sui miei problemi di stabilità idrogeologica, i miei torrenti in sofferenza, la mia flora assetata. Ci capivamo sempre meglio, io e la mia amica, ora che la testa le si era riempita di bianco.
Il fumo nero richiamava gli sguardi dalla valle, dove già si organizzava l’intervento dei pompieri. La mia splendida ragazza si era addormentata, accompagnata dal fruscio della pioggia e dai mille pensieri di un tempo lontano. Una strana stanchezza l’aveva rapita, il respiro gradualmente si era fatto faticoso. Per un attimo, sotto le palpebre socchiuse, si erano rincorse le immagini di quelli che mi davano fuoco. Poi aveva preso sonno, delicatamente, sognando i fichi dolci e l’odore dei pini.

Cronaca - Vibo Valentia, 27 febbraio 2018.
Sono stati condannati ieri a 18 anni di carcere i due piromani che, alla fine dello scorso giugno, avevano appiccato il fuoco alle pendici delle Serre Calabresi causando la morte di un’anziana del posto. La donna aveva cercato riparo andando a rifugiarsi in un casolare. Qui aveva perso i sensi per il fumo sprigionato dalla combustione ed era stata avvolta dalle fiamme che l’hanno uccisa. La procura aveva aperto un’inchiesta sull’accaduto. Le indagini che hanno portato alla cattura dei responsabili sono partite dall’esame di una macchina fotografica, ritrovata nella porzione di bosco che la pioggia aveva protetto dall’incendio. La memoria digitale della fotocamera conteneva le immagini dei due uomini inquadrati mentre accendevano il fuoco. Gli inquirenti hanno riferito di una singolare raccolta di istantanee scattate in direzione delle nuvole, intervallata da una nitida sequenza di foto che coglievano gli incendiari sul fatto.
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