Alla luce della luna - Gruppo Alpini Arcade

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Sezione di Treviso
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Alla luce della luna

Albo d'Oro del Premio > Tutte le edizioni > Edizione23
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XXIII EDIZIONE - Vittorio Veneto, 7 Gennaio 2018
Segnalato

Alla luce della luna

di Giovanni Scanavacca - Lendinara (RO)


Quando l'ultimo raggio di sole ebbe smesso di dipingere di rosso le rocce ci fu un lungo momento di tempo sospeso, immerso in una luminosità diffusa, quasi irreale. Mi resi conto che, inconsapevolmente, avevo iniziato a respirare piano, quasi che il mio respiro potesse disturbare quella pace.
“Se vuoi capire, sali lassù al tramonto e fermati. Respira la montagna e rifletti. Solo così potrai comprendere.
" Quella frase mi era parsa strana. Il rifiuto di fornire ulteriori spiegazioni sembrava quasi un’insolenza e solo il rispetto per la persona che avevo di fronte mi impedì di dirlo apertamente.
Ero giunto fra quelle montagne quasi per caso. O meglio vi ero stato invitato quasi per caso. Più corretto sarebbe dire che là mi avevano attirato la mia curiosità e la mia testardaggine che avevano fatto sì che io riuscissi a leggere un timbro postale vecchio di decenni su una lettera sua coetanea che aveva deciso di farsi trovare proprio da me. Sì, perché sono convinto che certe storie abbiano un sesto senso per farsi trovare da certe persone, ma questa è solo una mia convinzione. Chi avesse dei dubbi è pregato di spiegarmi come sia possibile che una lettera destinata al macero dopo i tentativi di consegna al destinatario e di riconsegna al mittente, testimoniati da numerosi timbri, sia finita, a fare da segnalibro di un libro comprato su una bancarella proprio da me.
Torniamo al tramonto: quando anche l’ultima luce fu sparita mi ritrovai al buio.
“Al buio ascolta la montagna. Prova a sentirne il respiro...” Mi aveva detto il montanaro. Per capire il senso di quella frase bisogna fare un passo indietro.
Quando ero arrivato da quelle parti e avevo cominciato a far domande la gente del posto era stata reticente. A un certo punto un tale, forse infastidito, mi aveva detto: “Devi cercare qualche vecchio del paese. Uno di quelli che conoscono tutte le storie.”
Ci volle tempo, ma alla fine trovai un vecchio disposto ad ascoltarmi. Seguì distratto il mio racconto e, di colpo, sbottò: “Sicché, se capisco bene, sei venuto fin quassù per scoprire chi abbia scritto una lettera. Sei strano, forestiero. Ci sarà una firma, un nome. Dovrebbe bastarti. Hai già curiosato abbastanza, non credi?”
“La firma è quasi illeggibile per non dire del nome del mittente, l’unico indizio resta il timbro. Se lei volesse leggere la lettera potrebbe capire.”
“Non è mia abitudine leggere le lettere degli altri.”
“In fondo è vecchia di decenni...”
“Appunto. Se ha tenuto i suoi segreti per tutto questo tempo può continuare a farlo.”
“Parla della poesia di questi luoghi e sembra scritta da una persona giovane...”
“Se cerchi la poesia, invece di curiosare sui fatti altrui, sali in alto. Vacci al tramonto e ascolta la montagna. Allora capirai cosa voleva dire quel tuo parente. Parola di Amerigo.”
“Non è un mio parente.”
“Ah no? Sei proprio strano. Beh, se proprio ti interessa sali lo stesso in quota, ma ricorda che devi portare due volte rispetto: la prima alla montagna, la seconda a chi ha scritto la lettera.
Salii in quota pensieroso. Forse il vecchio aveva ragione. Forse era giusto richiudere quella lettera nel libro che l’aveva conservata per tutti quegli anni. Mi sedetti su un masso e attesi il tramonto. Poi fu la notte.
Al buio attesi. Volevo sentire il respiro della montagna del quale aveva parlato il vecchio. Da principio sentii il mio di respiro e la cosa non mi parve molto poetica. Un grillo poco distante decise di cominciare il suo concerto. Rimasi immobile ad ascoltare. Pian piano i rumori si fecero più percettibili. Cominciai a distinguere lo stormire delle foglie della foresta poco lontana e, in sottofondo, il rumore della cascata del ruscello che avevo visto salendo. Non credevo si potesse sentire fin lassù. Un sasso che rotolava nel ghiaione e poi un altro e un altro ancora a formare una piccola frana.
Poi arrivarono le voci.
Dapprima indistinte e via via più chiare. Mi fu chiaro allora che, a forza di leggerla e rileggerla, quella lettera mi si era stampata nella memoria.
Quel silenzio ora mi faceva percepire la sua voce, ma forse mi permetteva di coglierne altre.
“Quel rumore!
Lo sento mi accompagna negli incubi. Mi sveglio di notte sudato e ansimante e non so dove sono.
Apro la finestra e cerco di cogliere le sagome dei monti. Giganti amici vegliano sul mio sonno. Cerco il silenzio, ma un ritmo veloce mi ossessiona, mi perseguita. Quando si fa più forte mi manca l’aria. Sento ancora la pressione di quelli che erano accanto a me.
Soffoco.
Urlo nella notte, ma le mie urla non dipendono solo da quel rumore di treno in corsa. C’è altro nei miei incubi. Aspetto l’alba sperando arrivi presto. Ho bisogno di luce, di aria, di sole, ma sono rimedi fugaci. I miei incubi mi assalgono anche di giorno e mi accompagnano. Odio la folla. Sagome sconosciute possono d’improvviso diventare ostili...”
Quella lettera così drammatica era stata scritta da uno sconosciuto aveva vagato chissà per quali vie e si era persa. In quel viaggio non si era perduta, però, la drammaticità delle emozioni ed io ero là a cercare un luogo che mi restituisse quelle e mi permettesse di capire.
Il primo sasso rotolò facendo un piccolo rumore, uno di quelli che senti sempre in montagna. Poi se ne aggiunsero due a formare un piccolo scroscio. E tornò il silenzio. Come al solito, ma quella sera nulla era uguale, niente era usuale.
Per la verità il silenzio pareva profondo, ma, in montagna, mai il silenzio è assoluto.
Ero lassù, al buio, seduto su un sasso ad aspettare un chiaro di luna che tardava ad arrivare e intorno a me tutto era fuorché silenzio. E passi per il grillo. C’era il vento, lieve fra l'erba, più deciso fra i rami dei lanci più a valle, l’acqua della cascata più lontano, i richiami dei rapaci nella notte e, da ultima l’eco. In sottofondo un lamento che non riuscivo a decifrare. Ero là aspettando la luna.
Ero là ad ascoltare la montagna e lei, credo, mi giocò uno dei suoi tiri.
D’improvviso le nuvole si diradarono e la luna riuscì a illuminare valle e cime. Lo squarcio nel cielo creò una specie di "occhio di bue" che fece filtrare la luce come da un riflettore a illuminare quasi a giorno i due picchi verticali che delimitavano il mio orizzonte. Per un lungo momento ebbi l’impressione di veder proiettata come da diapositiva la lettera che mi aveva portato fin lassù. Per un attimo chiusi gli occhi. Quando li riaprii rimasi a bocca aperta. La luce lunare creava un paesaggio nuovo. Le ombre più scure e la luce più chiara creavano effetti visivi inaspettati. Cominciai a seguire con lo sguardo il crinale che avevo di fronte e poi pian piano gli anfratti e le gole. Il verde dei prati e il marrone delle rocce si perdevano all’orizzonte fondendosi nell’argento lunare.
Fu allora che la vidi.
Su un altipiano di fronte a me c’era una sagoma scura. Mi stropicciai gli occhi. Chi poteva esserci a quell’ ora lassù? Pensai che anch’io, in fondo, ero là a quell’ ora e continuai a guardare.
Pareva la sagoma di una donna in abiti tradizionali, Ogni tanto si chinava. Una cercatrice di funghi, a quell’ ora? Impossibile.
Di colpo una nuvola chiuse il sipario e il paesaggio sprofondò nel nero della notte.
Quando il vento lo riaprì cercai quella sagoma. Invano. Non mi ero mosso. Il buio era durato poco, troppo poco per permetterle raggiungere il crinale. Eppure non la vedevo più. Attesi parecchio Non ci fu verso. Di quella donna nessuna traccia. Era stata un’allucinazione? Subito lo esclusi. Non c’era motivo. Mi incamminai in discesa sfruttando il chiaro di luna convinto che a ogni curva del sentiero sbucasse qualcuno a confermarmi quella presenza, ma non accadde.
Solo l’eco del vento fra le gole, in lontananza. Era un’eco strana, quella notte. Sentivo il ripetersi dei tonfi dei sassi. Sentivo il raddoppio dei versi degli animali. Sentivo distintamente lo stormire delle fronde degli alberi, ma quello che mi attirava era il rumore di fondo. Il silenzio fra ogni rumore e la sua eco era riempito da una specie di urlo lontano, un lamento che a tratti pareva un pianto, a tratti un singhiozzare sommesso, a tratti un urlo di rabbia.
“Sarà il vento che soffia nelle gole.” Conclusi.
Il giorno seguente andai alla ricerca del vecchio Amerigo. Lo trovai seduto su un sasso a fumare la pipa.
“E allora, straniero, hai ascoltato il mio consiglio?”
"Certo. È stata un’esperienza strana.”
“Ah sì?” Gli raccontai tutto. Quando gli dissi della donna che avevo visto in lontananza assunse un’espressione strana, aspirò una boccata di fumo, sospirò e poi, finalmente, parlò: “Speravo che succedesse. Era un po’ che non capitava.”
“Cosa?”
Si sistemò sul sasso e mi guardò: “È una storia lunga. Quello che a te è sembrato il vento che soffiava nelle gole in realtà era Mario. Lo hanno portato via i tedeschi durante la guerra ed è andato a finire in un lager. Se l’è cavata perché aveva un fisico eccezionale, ma quando è tornato non era più lui. Era vivo, sì, ma malato dentro. Hanno provato in tanti a stragli vicino, ma non c’è stato niente da fare: ogni notte piangeva e si disperava, tanto che si è reso conto anche lui che disturbava i vicini, sicché si è trasferito in una malga di proprietà della sua famiglia. Se avevi l’avventura di passare da quelle parti la notte, non potevi non sentire le sue grida. Rivedeva la prigionia. Riviveva quei tempi ogni notte. Avevano provato in tanti a dirgli che erano solo incubi, ma lui urlava lo stesso. Il suo chiodo fisso era ritrovare la sua Angiolina. Erano promessi sposi quando lo hanno portato via. Non ha mai voluto credere che lei fosse morta. E sì che gliel’ hanno detto tutti che un tedesco, mentre portavano via lui e gli altri, ha sparato una raffica facendo dieci morti, Angiolina compresa.
No.
Lui è sempre stato convinto che lei si fosse trasferita altrove. Per questo ha mandato centinaia di lettere a parenti di lei, amici, conoscenti per avere notizie. La tua deve essere una di quelle.
Una ventina d’anni fa, non vedendolo né sentendolo più, sono andati a cercarlo nella sua malga e non l’hanno più trovato.
Sul tavolo della cucina c’era una lettera che lei, ragazza, gli aveva scritto prima che accadesse tutto.
Io non c’ero, non l’ho letta, ma chi l’ha vista sostiene ci fosse scritto più o meno: ‘Ti aspetterò sempre, con fiori impreziosirò la nostra casa. Per te ci sarò sempre. Viva o morta.’
Tutti sono convinti che lui, a forza di leggerla e rileggerla sia impazzito del tutto e sia andato a gettarsi da qualche dirupo, ma io non ne sono del tutto convinto.”
“Cosa vuoi dire?”
“Quello che penso è complicato e molto difficile da credere. Te lo spiegherò domani. Se vorrai capirmi, oggi passeggia qua attorno. Quando il rifugio sarà pieno di turisti, va’ a mangiarti un panino. Vedrai che domani ne parleremo.”
Dopo l’esperienza della notte non dubitai e feci come aveva detto.
Entrai al rifugio più o meno a mezzogiorno quando era pieno di gente. Chiesi un panino e una bibita e cominciai a guardarmi attorno. Ai tavoli scalatori e amanti della montagna.
Vicino a me si sistemarono dei cercatori di funghi.
“Mai visto niente di simile.” Diceva uno.
“Sono vent’ anni che ogni estate vengo qui, ma neanch’io ho mai visto nulla di simile.”
Fecero un cenno al titolare: “Guarda, Andrea” E gli mostrarono una foto da una macchina digitale:
“Che dici?”
Andrea guardò: “Succede ogni tanto da queste parti. Per la verità era un paio d’anni che non capitava. Meglio. Così alimenta la leggenda”
“Leggenda?”
“È cosa lunga. Vi spiegherò, adesso ho troppo da fare.” Approfittai della vicinanza per chiedere di vedere la foto. Una distesa di stelle alpine in mezzo a un prato talmente fitte da coprire anche l’erba.
Incuriosito chiesi dove fosse quel luogo. Uno dei cercatori di funghi mi portò fuori dal rifugio e mi indicò un punto lontano: “Lo vede quell’altipiano sotto le cime. Ecco è là. Mai visto niente di simile.”
Senz’altro Amerigo aveva la spiegazione.
Lo cercai e gli chiesi della faccenda delle stelle alpine.
“Se non sbaglio quei fiori sono nello stesso luogo nel quale ho visto quella donna l’altra notte. Forse le stava raccogliendo.”
“Come si sente che sei di città. Quella è Angelina. Era un po’ che non si faceva vedere. L’hai vista al chiaro di luna mentre svegliava le stelle alpine per il suo Mario.”
“Non capisco.”
‘Di fiori riempirò la nostra casa...’ Aveva detto. E così fa periodicamente. ‘Per te ci sarò sempre. Viva o morta’ Aveva promesso. E così mantiene. La loro casa è la montagna, adesso.
Se non mi credi sali in quota anche stanotte. Non sentirai le grida di lui né vedrai lei. Si sono incontrati e stanno assieme. Lui è tranquillo e lei è felice perché ha abbellito la loro casa.”
Controllai la sera stessa, non udii l’ululato che avevo creduto il vento e non vidi lei.
La mattina dopo cercai Amerigo, non lo trovai.
Quando chiesi in giro di quel vecchio montanaro vidi facce perplesse, finché uno mi disse:
“Amerigo... Adesso che mi ci fai pensare... Era il secondo nome di Mario, quello che chiamavano Lupo Mannaro perché urlava tutta la notte. E' sparito senza lasciar traccia una ventina di anni fa. E tu l’avresti visto?”
Al mio cenno affermativo sorrise: “Era un fantasma. Adesso avrebbe troppi anni. Lo dirò in giro. La leggenda si è rinnovata. Bene. La montagna vive di storie, produce leggende perché essa stessa è leggenda.”
“E le stelle alpine?”
“Sono parte integrante della leggenda. Sono la prova che la leggenda esiste e, contemporaneamente, ti dicono che quella storia non è leggenda, ma realtà.”
Impiegai un po’ per capire quel che mi aveva voluto dire e, alla fine, conclusi che ero stato testimone di un evento misterioso, di più eventi misteriosi.
Conservo ancora quella lettera. Ora so che più forte della morte è l’amore.
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