San Valentino a Colle Leiten - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini


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San Valentino a Colle Leiten

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XXI EDIZIONE - Arcade, 5 Gennaio 2016
Segnalato

San Valentino a Colle Leiten

di Francesco Paloschi - Mestre (VE)



Non salivamo una scala così da chissà quanto tempo. Nel condominio dove abitiamo c’è un bell’ascensore, con uno spazio acconcio ai nostri corpi complicati. Mia moglie la pensa come me, stare a una certa distanza ci sembra una forma di rispetto, un modo per darci ancora un tono. Le smancerie vanno lasciate ai giovani. Fatto sta che per salire là sopra ci è venuto spontaneo metterci a braccetto, per quanto sfasate siano le nostre stature, affrontando gli scalini con lo stesso passo incerto, la stessa sensazione di equilibrio precario. Una cosa ridicola, forse, ma che mi ha messo un fremito d’emozione.
Dalla soglia del sacrario di Leiten abbiamo salutato il ragazzo dell’albergo. E’ stato gentile, ci ha accompagnati lungo il viale dei cipressi e ci ha lasciati soli, come gli avevamo chiesto. Nell’aria c’era il profumo freddo della nevicata notturna. L’altopiano ci si è aperto davanti agli occhi nel grande riverbero di febbraio, con il paese steso ad asciugare al sole, la cupola scientifica dell’osservatorio astronomico, le peccete scure stagliate sui prati lucenti di neve e la corona imbiancata delle crode. Mi è venuta in mente la sofferenza dei luoghi. Sono talmente diffusi, nel mondo, i luoghi magnifici resi cupi dagli uomini… Ho pensato a quello stesso paesaggio bianco imbrattato dalle bombe e dal sangue. Sembrerebbe impossibile. Per fortuna la natura e gli abitanti hanno saputo reagire, lo slancio degli abeti e la vitalità dei villaggi parlano chiaro, dentro la bella conca di Asiago.
All’interno ci ha accolto una penombra religiosa. Hannah si è fatta il segno della croce, con rispettoso contegno, con dignità. E’ una praticante scrupolosa e questa ritualità discreta, nonostante l’indole straripante, è tra le ragioni che me la rendono adorabile. Andare lassù è stata un’idea sua, avere una moglie piena di idee è al contempo un problema e una fortuna. Hannah è una che vede l’alba delle cose anche camminando in un ossario. Non amo i cimiteri e non fosse stato per il suo sorriso mi sarei depresso, là dentro.
La velocità di marcia dei vecchi è quella perfetta per guardare il mondo. Abbiamo percorso i corridoi tenendoci per mano, fiancheggiati dalle file dei loculi, scivolando in silenzio tra le epigrafi. Non saprei dire quanto ci abbiamo messo. Sempre insieme, fianco a fianco, la mia bellissima moglie e la mia figura stanca, senza mai sciogliere l’intreccio delle dita. Forse provavamo lo stesso sentimento, credevamo entrambi doveroso far scorrere lo sguardo su ogni singolo nominativo, pur non essendo venuti là per quello. I sacrari della Grande Guerra sono lunghi appelli silenziosi, vasti assortimenti di cognomi di ogni provenienza regionale, incisi nella varietà dei marmi delle Alpi Orientali. L’unica monotonia è negli anni di morte. Con un senso di smarrimento, ci siamo soffermati a calcolare le età dei caduti.
“Vent’anni, come il nostro Lorenzo…” le ho bisbigliato curvandomi. Lorenzo è nostro nipote, un bravissimo ragazzo, studia medicina con ottimi risultati. Hannah ha riflettuto e fatto un cenno con la testa, come non se la sentisse di parlare.
Quanto corre la vita. Siamo diventati nonni a una velocità che non credevo possibile, solo ieri eravamo ragazzi e andavamo a scambiarci baci sulla riva… Ho conosciuto Hannah sulla spiaggia di Lignano Sabbiadoro, ero un introverso giovanotto della pianura friulana e lei scendeva da Salisburgo con la mamma e i fratellini. Venivano in vacanza al mare e Hannah li accudiva tutti, la taciturna madre compresa, con un altruismo energico che metteva in imbarazzo. Com’era bella, la mia piccola donna del nord, pareva fatta di burro e raffiche di tramontana. Ci siamo completati, come spesso accade, ma per un aspetto ci somigliavamo. Eravamo senza papà, si proveniva tutti e due da una famiglia mutilata di guerra. Essere diventati orfani da piccoli ci ha aiutato a capirci per sempre.
Il padre di Hannah cadde vittima di un bombardamento in pieno centro cittadino, mentre rientrava di corsa dal lavoro nella zona della casa di Mozart. In un angolo del salotto teniamo ancora la sua tromba scintillante, si diceva fosse il giovane più promettente della banda cittadina. Mio padre invece è morto lontano, in Russia, sul fronte orientale. Da bambino ho sognato per anni il suo corpo lungo e asciutto conosciuto solo nelle fotografie, un corpo pieno di spigoli, la pelle slavata. Lo sognavo disteso, congelato nella steppa, sferzato da frenetici vortici di neve. Non sono mai andato a controllare come venga giù la neve in Russia ma posso supporre non ci siano grandi differenze, rispetto alla neve di questo dolce altipiano.
Io e la mia Hannah… Più volte ci siamo chiesti se il nostro album di famiglia rappresenti in Europa un caso speciale. Già, sembra assurdo, sta di fatto che anche i nostri papà erano orfani di guerra! Ci abbiamo fatto l’abitudine… Nonno Roberto e nonno Josef, quarantasei anni in due, sono morti quassù ad Asiago sui versanti opposti del fronte. Uno alpino dell’esercito italiano, l’altro sottoufficiale dell’armata austro-ungarica. Entrambi partiti in guerra con la moglie in gravidanza. Diciamo che, in quanto padre dei miei figli a settantadue anni suonati, per mia fortuna ho sgretolato una tradizione. Quelle delle nostre famiglie sono storie parallele, di mogli lasciate sole a crescere i bambini. Forse sono l’essenza stessa delle due guerre mondiali.
“Abbassati” mi ha detto Hannah davanti all’altare che occupa il cuore della cripta. Ha sempre un certo modo marziale di chiedere, non è cambiata mai. Ci siamo dati un bacio lieve, e per qualche impegnativo istante abbiamo trattenuto la commozione. Per tutta la vita mi sono abbassato su di lei e lei si è alzata in punta dei piedi, è un gesto che gli anni non hanno potuto cambiare.
“Grazie…”.
“Grazie a te, amore…”.
Una corona d’alloro, con un nastro tricolore, era stata posta sulla gradinata nera alla base dell’altare. Siamo rimasti nell’assenza di suono al centro della cappella, circondati dai decorati con la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Dodici salme eccellenti sistemate presso l’ara di pietra, avvolte in successione concentrica dalla comunità dei cinquantaquattromila caduti dell’ossario, racchiusi nella grande mano naturale dell’altipiano. La montagna che ha saldato le ferite, le abetaie ricresciute, il gallo forcello, la lepre, il capriolo, gli animali selvatici tornati a popolare i boschi, i fiori in paziente attesa di colorare i prati allo scioglimento della neve: ultima sentinella è rimasta la natura, a proteggere la pace del cimitero militare di Asiago. I nostri nonni erano là dentro con noi, Großvater Josef e nonno Roberto, così giovani da poterci essere nipoti, a riposo nelle tombe comuni dei caduti senza nome.
“Siamo circondati da cerchi di dolore,” ho detto con la mia mania di retorica, “abbiamo vissuto un secolo feroce, ma l’abbiamo vissuto insieme…”. Mi pare d’averle sussurrato questo, grosso modo, davanti a quell’altare. Ho atteso che Hannah commentasse ma non ha risposto niente. Lei sa fare silenzio nei momenti giusti. Guardava il piccolo crocefisso fissato sul tavolo di marmo. Quanto alla fede, io a credere in Dio ci provo ancora, ma solo perché ci crede la mia meravigliosa sposa.
“Vieni”, mi ha portato via con sé, ricordandomi che avevamo un piano preciso. Sorrideva con dolcezza, come fa sempre quando ha una trovata delle sue. In questi casi mi limito a seguirla, soavemente ipnotizzato. Un passetto dopo l’altro, abbiamo percorso i corridoi nel riflesso livido delle lapidi, orientandoci con fatica tra gli incroci del dedalo sotterraneo. Hannah era determinata, la percepivo a proprio agio.
Al contrario, devo ammettere che a un vecchio ansioso come il sottoscritto, la mole di un ossario mette una certa soggezione. Mi lasciava perplesso quella squadrata geometria fascista, quel monumento solenne eretto tra le montagne. Era tutto così imponente, così puramente rettilineo, che a un certo punto mi son sentito in dovere di raddrizzare la mia sagoma sghemba. “Per rispetto”, ho meditato, “per la dignità di questo luogo…”.
Mi sono chiesto se fossimo confacenti a quel posto. Noto a volte che quando ci mettiamo in marcia, io e mia moglie, lei piccoletta con la sua stazza da un quintale e io con i miei due metri non sorretti dalla schiena, catturiamo lo sguardo della gente che ci osserva. Credo che nessuno avverta il mio disagio e non ne ho mai parlato nemmeno con Hannah. Suppongo che lei non si faccia problemi. D’altro canto ha ragione, che senso avrebbe? Alla nostra età sarebbe ridicolo restarci male.
Ci siamo tenuti vicini, dandoci sostegno con la stretta delle mani, fino alla porta d’ingresso del piccolo museo. Era arrivato il momento, anche se non ero per niente convinto che avremmo messo in atto il nostro piano segreto. Tenevo la busta pronta nella tasca ma quasi speravo che Hannah desistesse, con questa sua stramberia di San Valentino. Secondo il programma, più tardi in albergo avremmo festeggiato con la torta, qui le sanno fare buone quasi quanto le sue. Ora, tuttavia, era il momento di agire.
Ci siamo divisi per osservare le bacheche, come due turisti qualsiasi, aggirandoci tra i racconti delle battaglie sull’altipiano allestiti mediante immagini e vecchi documenti. Io fingevo di concentrarmi, preso com’ero dall’idea balzana. Hannah, invece, sembrava lasciarsi coinvolgere dalla lettura. Si è soffermata a lungo di fronte a una vetrina con la lettera alla famiglia di un tenente italiano. Le si è riempito lo sguardo di malinconia. Io scorrevo le foto e le cartine, aspettando il momento in cui mi avrebbe raggiunto.
Conosco bene mia moglie. Si è unita a me decisa, con gli occhi verde smeraldo inumiditi dall’emozione. Bella come quand’era ragazza.
“La mettiamo qui, cosa dici?” mi ha chiesto, la voce tenue ma serena. Non le passava in mente di rinunciare. Mi sono fatto coraggio. Ho abbozzato un cenno affermativo e ho estratto la busta dalla tasca del giaccone. Quasi per caso, eravamo davanti alle parole del generale Diaz, tratte dal bollettino della vittoria.
“I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza…”. Il messaggio stampato era circondato di fotografie. C’era uno spazio vuoto che sembrava fatto apposta per la nostra particolare lettera dal fronte.
Abbiamo controllato che non ci vedesse nessuno. D’altro canto, pensandoci adesso, è stata una profanazione davvero veniale. Ho tolto dalla busta la nostra foto, anticata ad arte con il computer, con le firme vergate in basso e la data di oggi, San Valentino. Ce l’aveva scattata qualche mese fa nostro figlio, eravamo in vacanza in Val Pusteria. Ho riguardato con tenerezza l’austriaca della mia vita, la sua aria libera e lieta faceva contrasto con il mio incerto portamento. Eravamo ambasciatori di una pace comprovata, felicemente insieme allora come in questo momento. Ho levato la protezione al nastro biadesivo e ho applicato con cura l’immagine tra le fotografie di guerra.
Ci siamo discosti lentamente dalla teca, attenti a non dare nell’occhio e controllando l’opera in lontananza. La nostra istantanea color seppia si confondeva tra le altre. Penso sia venuta a tutti e due la stessa espressione d’ingenuo compiacimento.
I rari visitatori non facevano caso a un’inoffensiva coppia di anziani. Nessun sorvegliante presidiava la zona. Così siamo usciti senza intoppi nella luce dell’altipiano, reso infinito e soffice dal manto di neve. Ci siamo fermati ad ammirare l’arco trionfale, i cannoni restaurati che puntavano il vuoto. Per quanto sgangherati ci sentivamo leggeri, come quando si sia provata l’ebbrezza di un bel gioco. Abbiamo sceso la grande scalinata con mille precauzioni, Hannah mi stringeva il braccio e rideva, come faceva in chiesa il giorno del matrimonio. Lungo la scala erano giunte le famiglie, i nostri due papà a braccetto delle mogli, austriaci e italiani, tutti vestiti a festa negli abiti tradizionali. Non mancavano i nonni, naturalmente, Josef e Roberto, assieme alle giovani spose tenute per mano, venuti fuori a respirare l’aria di cristallo.
Hannah ed io dovevamo raggiungere a piedi l’albergo. Ci saremmo goduti la strada, l’altipiano di Asiago è magnifico sotto il cielo terso di febbraio. Alla nostra andatura, sapevamo che saremmo arrivati giusto per il pranzo.
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