Primo 28 - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini
Gruppo di Arcade

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Primo 28

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna:  le sue genti, le storie di ieri e di oggi”

XXVIII EDIZIONE Arcade, 5 gennaio 2023
Primo classificato

PRIMA O POI

di Rossetto Anna   
 FRESCADA di PREGANZIOL  (TV)


L’espressione “vedere il cielo a scacchi” ha sempre fatto disegnare alle mie labbra un mezzo sorriso.
Ora che sono qui dentro c’è ben poco da ridere.
 
Da un angolo della cella osservo la luce imbrigliata nell’ombra della grata. Il sole non lo puoi trattenere, la luce non si può ingabbiare.Se vuoi farlo devi per forza rinchiuderla e soffocarla. Un po’ quello che avete fatto con me.Chiamatemi pure come vi pare, qui dentro nome e data di nascita non hanno alcuna importanza.Il tempo non esiste.E’ fuggito, forse offeso dal fatto di non essere più scandito da impegni improrogabili e scadenze urgenti.Turbato dal fatto di non avere più tanta rilevanza. Tuttavia, in un estremo impeto di pietà, mi ha concesso alba e tramonto, muti testimoni del suo trascorrere.Non mi lamento: la stanza è tutta per me, priva di coinquilini indesiderati che cercano a tutti i costi un dialogo su fatti e argomenti che desidero solo dimenticare.Già, in effetti le galere del medioevo erano tutt’altra cosa. Perché io, nel medioevo, c’ero.   

L’ombra della grata illuminata si sposta lentamente sul pavimento, si deforma, sale con movimenti impercettibili sulla parete.Anche lei, come me, desidera uscire di qui. Ma non è scalando i muri che si evade da questo carcere.Il motivo per cui sono rinchiusa mi risulta sconosciuto, probabilmente disperso in mille rivoli di accuse, colpe, fatalità e giustificazioni. Dicono che ho commesso parecchi reati.Dicono che ho fatto del male a tante persone, dicono che alcune sono morte a causa mia.Eppure sono sempre stata a favore della vita. Fin da piccola, malleabile ed inesperta, ho permesso facilmente che chiunque mi plasmasse. Lasciaci fare questo, vedrai poi che le cose saranno migliori; dovremmo fare quest’altro, tutto sarà diverso. Io ho lasciato fare, fidandomi ciecamente, sacrificando le mie regole, le mie certezze, la mia integrità, spesso la mia stessa natura.
 
C’è uno specchio appeso alla parete: riflette malvolentieri i capelli che biancheggiano sulla sommità del mio capo, per poi scendere arruffati sulle spalle in un tripudio di colori. Castano, mogano, tortora, ruggine, senza escludere tutte le tonalità del verde, davvero tutte.Il tempo deve essersi davvero tanto arrabbiato con me: nella sua proverbiale galanteria mi ha elargito uno strano ed inatteso incantesimo. Tutta la gamma di colori che compone la mia chioma risale verso l’alto, sostituendo a poco a poco il bianco della sommità.  
Un fenomeno davvero inconsueto e al di fuori di ogni logica. Devo dire che negli ultimi tempi, mio malgrado, mi sto abituando ad eventi insensati; sembra quasi che la natura, improvvisamente stizzita e ribelle, catapulti qualsiasi verità consolidata al di là del confine del prevedibile, verso la terra dell’inspiegabile.Distolgo lo sguardo e penso alla mia gioventù, quando ancora tutto era semplice, quando io ero semplice nel mio esistere e vivere.
 
Ho un fratello più grande di me. Contrariamente alla mia indole sedentaria e tranquilla, lui è sempre agitato, non riesce letteralmente a star fermo. Non è mai in casa, trascorre intere giornate altrove e nessuno ha mai potuto prevedere e men che meno interferire nei suoi spostamenti. Però, quando si ferma da me, trascorre ore a pettinarmi i capelli, mentre i miei pensieri fluttuano sereni, senza ostacoli, vibranti di sole e freschi di pioggia.Ma un giorno, un giorno che non scorderò mai, arrivò spalancando con violenza la porta. Cercai di fermarlo, ma la sua ira fu più forte. Urlava, gridava rabbia e risentimento, non riuscii a reagire, mi immobilizzò. Cominciò a pettinarmi con ferocia, crudele e perfido. Non si arrestò nemmeno quando si accorse che alcune ciocche venivano strappate irrimediabilmente. Continuò, indifferente al mio muto dolore e alla mia obbligata rassegnazione. Poi, così come era arrivato,se ne andò. Senza voltarsi indietro, fuggì verso altre destinazioni. Fu silenzio doloroso, come se una gigantesca aquila mi avesse artigliato la pelle, lacerandone la superficie. In seguito egli tornò ancora a farmi visita, per nulla pentito, stupendosi per il mio stato. E’ stato allora che ho capito. Mio fratello è preda di uno strano sortilegio: non ha memoria. Non sa chi è, non ricorda neppure il proprio nome. E’ forse per questo che continua a vagare per il mondo, non ricorda dove è stato, ogni luogo per lui è sempre inesplorato, ogni meta, una volta dimenticata, diventa un nuovo posto dove soffiare la sua inquietudine. Tutti lo chiamano Vento, qualcuno Tramontana, altri Grecale, nel mondo è conosciuto con centinaia di nomi. In quel momento, quando mi fece del male, si chiamava Vaia, “grido improvviso”.
 
Mi siedo. Circondo la testa con le mani; le mie dita diventano una diga, arginano le mie emozioni, cercano di contenerle. Ricordo la commozione dei tramonti, il sole che muore in un muto e fiammeggiante urlo di dolore. Ho sempre saputo che scherza, ogni santissimo giorno. Infatti l’ho sempre atteso al varco, al nascere del giorno, più vivo e splendente che mai. Rivedo le nubi, beate loro. Raro privilegio andare a spasso in un azzurro infinito, biancheggiando qua e là, come un gregge scombinato e indisciplinato.
Brontolare solo un po’, oppure arrabbiarsi fino a far piangere il cielo oscurando a piacimento sua maestà il sole per poi andarsene, sempre e costantemente impunite. A volte riuscivo a fregarle, svettando più in alto di loro. O forse più semplicemente loro stesse, impietosite, ogni tanto, mi regalavano l’illusione di poterle sottomettere. Come dimenticare i corsi d’acqua impetuosi e caparbi nel lisciare spigoli di sassi infreddoliti, i serpeggianti ruscelli dal ciarlare cristallino. Ricordi che fanno male. Anche allora cercarono di contenere il fiume. Vedrai, mi avevano detto. Tutto sarà diverso, migliore, più utile. Collaborai finché mi fu possibile. Strinsi i denti, lottai, cercai di resistere. Prima di quella maledetta notte di ottobre, nella valle del Vajont, tentai di avvertirvi. La mia pelle si lacerò in più punti, ma nessuno se ne curò, nessuno ebbe la volontà di ascoltarmi. L’acqua a volte non va d’accordo con la terra. Ne indebolisce la stabilità, ne sgretola l’integra maestosità. Le dita mi circondano ancora la testa. Non le muovo. Una diga. Le emozioni tracimeranno comunque.  
 
Sono sempre stata un tipo tosto. Difficilmente riuscivo ad interagire, mi limitavo a contemplare. Ricordo le notti, fredde o calde non aveva molta importanza. Il cielo. Quello spazio infinito che mi regalava emozioni sempre diverse. Di giorno ero in balìa del sole ma di notte… Se solo qualcuno mi avesse concesso due braccia, avrei potuto allungarne una, rubare una stella, rigirarla tra le dita come fosse un diamante prezioso. L’avrei osservata attentamente, per capire da dove venisse, per scoprire chi l’avesse appesa su quel mantello scuro. Forse ci avrei pure guardato attraverso, convinta di scorgere qualche sogno, qualche desiderio. Tutte quelle luccicanti pietre preziose, a formare collane, diademi, bracciali che l’unica regina, la Luna, non avrebbe mai indossato. Sentivo su di me il respiro del cosmo, l’alito di vita che percorre l’universo, spaventoso nella sua infinità. Invidiavo quella sua esistenza, eterna nel suo dinamismo, mai uguale a sé stessa e tuttavia ligia a schemi e disegni preordinati di origine misteriosa. Ora non mi resta che questo rettangolo quadrettato, dove giorno e notte si susseguono senza curarsi di me.
 
Tutto sarà diverso, dicevate. Vedrai. Lasciaci fare, lasciaci costruire, lasciaci passare. Ammiro l’audacia. E’ la madre del progresso. Le invenzioni, le scoperte, le grandi conquiste, le innovazioni. Tutto passa necessariamente attraverso la mente e il corpo di una persona coraggiosamente audace. Qualcuno che sfida le regole, le trasgredisce, le demolisce per poi ricostruirle, riscriverle con parole nuove e risultati migliori. Senza l’audacia molte cose non si sarebbero scoperte, non si sarebbero inventate. L’audace è colui che tenta l’impresa conoscendo i rischi e soppesandoli. Il temerario è colui che prova ben sapendo che non ha nessuna possibilità di riuscire. Ci prova, ugualmente. Confidando nella fortuna, nel destino, in Dio. Tuttavia c’è una linea di confine, sottile come le ali di una farfalla. Una volta oltrepassata, non si è più coscienti dei rischi, si sfidano le leggi naturali in un delirio di esagerato e onnipotente ottimismo. La temerarietà, in effetti, mi piace poco. Troppo facilmente è accompagnata dalla competizione, dal malsano desiderio di voler essere al di sopra di tutto e di tutti. Dall’infida brama di essere invincibili. Di essere eterni.
 
Tutto sarà diverso, mi avevate detto. Sarà migliore, lasciaci passare, lasciaci fare. Ma cos’è per voi migliore? Una strada, una galleria, una diga, una casa? Migliore per chi? Non vi riconosco più. Mi avete rinchiuso in questa cella. Dite che sono colpevole, mi chiamate montagna assassina. Siete ingiusti. Se qualcuno annega in mare non lo chiamate mare assassino. Su una cosa avevate ragione. Tutto è diverso. E voi ne avete in parte la colpa, solo in parte. Io sono qui da millenni. Se mi poteste tagliare a fette trovereste migliaia di cambiamenti climatici, tempeste, uragani, periodi siccitosi e alluvioni. Fiumi di cui ora non c’è più traccia, addirittura mari dove ora si ergono le mie vette. Caverne di cui solo io sono a conoscenza, voragini di cui solo io conosco la fine. Conservo resti di antenati umani, animali estinti, foglie e fiori sconosciuti. A volte ve li restituisco, rimanendo a guardare stupita il vostro puerile entusiasmo nello scoprire frammenti della nostra storia. In pratica sono una madre. Conservo nel mio grembo testimonianze di vita. Ho concesso rifugio in battaglia, legna per il fuoco, selvaggina ed erbe come cibo, nascondigli per i fuggitivi, acqua per dissetare, sterminate vallate per camminare, irte rocce per arrampicare. Si, sono quasi una madre.
 
Guardo perennemente al cielo, spettatrice instancabile di pioggia, neve e stelle cadenti. In realtà anche il verbo cadere mi piace poco. Dovrebbe essere associato a neve, pioggia e stelle con molta parsimonia. Non vorrei certo che improvvisamente tutto il firmamento mi cadesse addosso. E men che meno dovrebbe essere associato a voi uomini. Vorrei anche essere sorda. Non percepire il doloroso rumore degli alberi abbattuti che lasciano nudi i miei fianchi. Il fracassarsi di un osso legnoso, lo scroscio di fronde imprecanti, il tonfo sordo di rami rigogliosi che si schiantano a terra. A volte il tempo ha ragione ad arrabbiarsi. Ci sono voluti anni per crescere e solo due minuti per morire spezzati.  Lasciaci fare. Non vorrei udire lo spaventoso urlo inconsulto della valanga. Un abito che, mio malgrado, mi cade di dosso, travolgendo tutto quello che trova sulla sua strada. Si, vorrei essere sorda. Io, la montagna. Lasciaci passare. Così dura, così maestosa, così possente eppure così fragile nei miei equilibri, nelle mie incerte stabilità. Ho subìto nei secoli e continuo a subire tutto. Sole e vento, pioggia e neve, temperature tropicali e periodi glaciali. Ho tentato, impassibile, di resistere, ma nulla dura per sempre. Lo dite anche voi.  E’ impossibile attraversare i millenni senza batter ciglio, rimanendo coriacea senza patire gli effetti di tutto ciò che ti crolla addosso. Da qualche parte ho dovuto cedere, ho dovuto piegarmi ai capricci del tempo, ho dovuto arrendermi a tutto quello che le leggi dell’universo mi hanno inflitto.
 
Liberatemi. Fatemi uscire da questa prigione di odio e risentimento. Io sono innocente. Non ho colpa. Così come non ha colpa il mare che inghiotte le imbarcazioni durante le furiose tempeste. Così come innocente è il cielo, quando piange così forte e così tanto da inondare la terra. Come innocente è la terra stessa, che trema distruggendo case e vite umane. Io, il mare, il cielo, la terra. Noi siamo qui da migliaia di anni, prima della vostra venuta. Il tempo, il trascorrere dei secoli l’unica nostra costante compagnia. Per il resto, tutto è stato ed è di passaggio e lo siete anche voi. Il destino è l’unica cosa che accomuna tutti noi, siamo in sua balìa. Egli non distingue tra vita e morte, semplicemente procede come un instancabile viandante che non si cura di ciò che gli succede intorno. La sua via è tracciata. Non illudetevi, non farà favoritismi né eccezioni, anche se voi sicuramente le interpreterete come tali. Anche il destino, probabilmente, fa parte di complessi ed enigmatici disegni già tracciati da una qualche divinità o, molto più semplicemente, obbedisce a regole universali che non ci è dato conoscere. Per questo io continuo a scrutare il cielo. Lì sicuramente ci sono tutte le risposte. Forse giocano a nascondino, celandosi dietro il luccichio delle stelle. Liberatemi. Liberatemi ed io continuerò a guardare, ad osservare il moto perpetuo di tutti quei diamanti appesi sul velluto blu. Magari prima o poi riuscirò a scorgere o a scoprire qualcosa. Ve lo farò sapere. Prima o poi.

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