Gruppo Alpini di Arcade - Sezione di Treviso

Premio letterario nazionale

Parole attorno al fuoco

XXVI^ edizione - Arcade,3 Gennaio 2021

per un racconto sul tema:

"La Montagna:le sue storie,le sue genti,

   i suoi soldati i suoi problemi di ieri e di oggi"

SEGNALATO

Il portatore del Lagorai

 

Borgo, febbraio 1916

Accovacciata vicino al fuoco mentre mia madre versava la polenta nelle cinque scodelle che avevo preparato sulla tavola, qualcuno bussò alla porta di casa. Fuori nevicava da parecchie ore, il vento soffiava talmente forte che temevo si scoperchiasse il tetto da un momento all' altro. Mamma mi diede un’occhiata furtiva facendomi poi cenno di andare di sopra con i miei fratelli più piccoli. Non aspettavamo nessuno a quell' ora, per giunta eravamo sole perché papà era stato chiamato alle armi da quasi un anno e le poche lettere che ricevevamo ripetevano sempre la stessa frase: sto bene, non preoccupatevi per me. Ho cibo a sufficienza…vi bacio tutti… ma mamma sapeva che non era vero. Forse era ferito, forse era morto, forse aveva disertato e si era nascosto da qualche parte. Finalmente mia madre si decise ad aprire la porta: io mi ero seduta sui gradini della scala di legno, al buio, in attesa di scoprire chi fosse.

“Mi faccia entrare, la prego. Sono ore che vago tra le montagne, e ho paura di essermi perso. Ho solo bisogno di mettere qualcosa sotto i denti e di scaldarmi vicino al fuoco. All' alba, le prometto, che lascerò questa casa. Vi chiedo però di non far parola con nessuno di questa visita.”

Era un giovane vestito da soldato, magrissimo, eppure si trascinò dentro una enorme cesta coperta da un telo scuro che depose vicino alla dispensa. Si tolse il cappotto logoro e coperto di neve che mamma mise subito ad asciugare vicino al camino. Quella sera io e i miei tre fratelli saltammo la cena: nemmeno una tazza di latte e dovetti pure tenere a bada quei monelli che non ne volevano sapere di stare zitti e di dormire come aveva ordinato la mamma. Ricordo che avevamo ancora una mucca nella stalla, ma sapevamo che prima o dopo ce l’avrebbero requisita, come era accaduto con gli altri animali qualche settimana prima. L’orto era stato saccheggiato più volte la scorsa estate e mamma si era rassegnata a lasciarlo incolto.

“Succederebbe ancora se seminassi anche solo carote la prossima volta. Quindi tanto vale che lasci perdere.” mi disse vedendo che non era rimasto più niente da raccogliere.

“Sono diretto al Lagorai: i miei compagni credo che siano tutti morti: c’erano dei cecchini nascosti dietro agli alberi lungo la strada che conduce a Borgo. Non so come sia riuscito a salvarmi. Forse avevano finito le munizioni o pensavano che, lasciandomi vivo, li avrei portati dove avevo lasciato il resto dei commilitoni. Invece ho aspettato un giorno intero sotto la neve, senza cibo, quasi assiderato prima di riprendere il cammino. Lassù mi stanno aspettando. Non posso abbandonarli adesso che gli austriaci hanno ripreso gli avamposti e hanno intenzione di occupare il fronte italiano.”

Mamma lo ascoltava attonita, senza dire una parola. Si muoveva come un automa: dapprima controllò che il pastrano si fosse asciugato, aggiunse poi altra legna sul fuoco, finché si sedette di fronte a lui. A piedi nudi per non far rumore, trattenendo il respiro, scesi fino a metà delle scale e, appoggiata al muro, rimasi immobile ad osservare la scena.

“Ti posso dare solo del latte e un po’ di polenta: in casa non abbiamo altro e di questi tempi si fa fatica a trovare qualcosa da mangiare. Questa maledetta guerra…” fece un profondo respiro prima di riprendere a parlare.

“Hai detto che sei diretto al Lagorai? Anche il mio Pietro sta combattendo lassù su quelle montagne. Non lo vedo da un sacco di tempo, ogni tanto ricevo qualche lettera, ma ormai ho perso la speranza di rivederlo vivo un giorno.”

“Lassù sul Lagorai centinaia di uomini stanno sacrificando la loro vita per la nostra patria… Quando il nemico attacca di sorpresa bisogna combattere corpo a corpo come è successo l’altro ieri. Un massacro è stato, poveri ragazzi…”

“Di cosa stai parlando? Per l’amor di Dio, è forse successo qualcosa al mio Pietro?” gli chiese non riuscendo a trattenere le lacrime dalla commozione.

Il soldato la fissò a lungo, poi si avvicinò alla cesta, tolse il telo che la copriva, mostrandole il contenuto. Due scalini e mi avrebbe visto. Preferii aspettare ancora: non mi fidavo di lui. Non capivo come mamma fosse così sicura che non si trattasse di una spia o di qualcuno che voleva farci del male. A distanza di anni, ripensando a quella sera, mi vergogno ancora di essere stata ingiusta con lui.

“Il mio compito è quello di portare armi, munizioni, materiale e cibo ai soldati in cima alle montagne. Avrei voluto combattere lassù con loro, ma il comandante Ferrari mi ha proposto di fare il portatore, perché non ci sono più uomini in paese tranne i vecchi. Tutti al fronte: io con alcuni amici mi sono arruolato volontario, anche se ho spezzato il cuore a mia madre. Sono figlio unico e mio padre è lassù a combattere.  Non so nulla di suo marito. Faccio le consegne e poi giù di nuovo a prendere rifornimenti. Si rischia grosso ma loro vanno incontro alla morte più di me.”

Mi decisi finalmente a scendere in cucina e, quando me lo trovai di fronte, mi accorsi di averlo già visto. Non dissi nulla a mamma per non destare sospetti ma lui mi fissò a lungo in modo strano come se avesse avuto la mia stessa impressione. Due settimane prima ero andata in paese da Don Saverio per conto della mamma e l’avevo visto vicino alla canonica. Pareva che aspettasse qualcuno: si muoveva in modo circospetto, controllando le poche persone che c’erano nella piazzetta ma, quando uscii per tornare a casa, non c’era più. Eppure ebbi l’impressione che fosse ancora lì, nascosto da qualche parte e magari avesse anche cercato di seguirmi per sapere dove abitassi.

“Maria, non eri a letto con i tuoi fratelli? Saltare la cena per una volta non è la fine del mondo. Domattina all’alba, quando andrai a mungere la mucca, potrai bere il tuo latte. Ora è tardi, vattene di sopra!” mi disse con tono deciso.  

Mamma era una donna tutta d’un pezzo che badava alla famiglia da sola senza lamentarsi mai. Finché avevamo l’orto, mandava un po' di verdura anche al parroco e alla signora Pina che abitava poco distante da noi. Le feci cenno di sì senza battere ciglio, guardando per l’ultima volta il soldato che mi sembrò sorridere mentre sgattaiolavo su per le scale di legno. Mamma riprese a riordinare la cucina mentre dava un’occhiata di traverso al soldato che non aveva ancora detto il suo nome. Mi stupii che non glielo avesse chiesto subito ma forse, presa alla sprovvista da quella strana visita, le era passato di mente. Fu lui prima di coricarsi alla meglio su un vecchio materasso che mamma aveva tolto dal ripostiglio dove si trovavano gli attrezzi da lavoro di papà, a rivelare il suo nome.

“Mi chiamo Franco e abito in un paese qui vicino. E poi, vedendo che mamma aspettava che dicesse qualcos’altro, aggiunse: “le prometto che se avrò notizie di suo marito, tornerò. Glielo giuro. Ora è meglio che dorma. Devo riprendere il cammino prima che sorga l’alba. Le chiedo un’ultima cosa: se non dovessi svegliarmi, può farlo lei? Mia madre lo faceva sempre quando fingevo di dormire per non andare a scuola. Ho fatto solo la terza elementare, ma so leggere e scrivere glielo assicuro.” Mamma lo guardò con tenerezza, pensando che in fin dei conti quel ragazzo rischiava la vita come tutti gli altri che si trovavano al fronte a combattere il nemico, lassù su quelle montagne che da bambina avevo imparato a conoscere e ad amare grazie a mio padre.

***

Se ne andò che era ancora notte fonda, senza salutare mia madre: quando scese in cucina per svegliarlo trovò il pagliericcio vuoto e un biglietto sopra il tavolo con su scritto solo una parola: grazie.

“Meglio così” le dissi ancora assonnata prima di andare a mungere la mucca.

“Forse ti ha fatto intendere di essere un volontario perché ti ha mostrato la cesta con le munizioni, ma potrebbe essere chiunque. Può darsi che Don Saverio sappia qualcosa. Se vuoi dopo vado a parlargli.”

“Tu non vai da nessuna parte. Stanotte deve essere stata dura lassù. Non sono riuscita a chiudere occhio: pareva che le cannonate buttassero giù la nostra casa. Strano che tu abbia dormito senza sentire nulla,” mentre sgranava il rosario e mi invitava a pregare insieme come facevamo ogni giorno al mattino e, se non eravamo troppo stanche, anche alla sera. Obbedii come sempre, anche se avevo già in mente di scendere giù al paese senza dirle nulla. Era troppo importante per me sapere chi avevamo ospitato per una notte e magari ricevere anche notizie di papà.

***

 

 

Luglio 1916

Per cinque mesi non accadde nulla: Don Saverio veniva ogni tanto a farci visita e mamma, in quelle occasioni, si procurava un po’ di farina e dello zucchero, qualche uovo per preparare un dolce che immediatamente spariva dalla tavola. Avrei voluto che tornasse più spesso ma poi un giorno, all’improvviso, venimmo a sapere che una brutta polmonite trascurata se l’era portato via.

“Se ne vanno tutti prima o poi e a noi resta solo aspettare che da quella porta”, indicandomi l’uscio di casa, “entri qualche disgraziato e ci ammazzi tutti.” Nelle parole di mamma c’era tutta la disperazione che non riusciva più a trattenere per sé. Io cercavo di rincuorarla ma non c’era verso, mi allontanava qualche volta in modo brusco e poi la ritrovavo che piangeva vicino al camino con il fuoco spento perché dovevamo risparmiare la poca legna rimasta. Una domenica mattina, mentre mi recavo a messa, rividi Franco. Era seduto su un masso, di spalle, scrutava la cima del Colbricon. Lo chiamai per nome e lui si voltò fissandomi con una luce strana negli occhi. Non so perché ma ebbi la sensazione che la mia presenza non gli fosse gradita. Decisi comunque di avvicinarmi di qualche passo e finalmente vidi appoggiata sull’ erba una stampella. Capii tutto: mi sedetti accanto senza dire nulla per non so quanto tempo, finché fu lui a parlare.

“Ero arrivato quasi in cima ma una granata mi colpì all’improvviso dilaniandomi la gamba destra. I portatori che erano con me mi trasportarono su fino al campo militare dove c’era l’inferno: sai cosa significa vedere un soldato che ti chiede di tenergli la mano mentre sta morendo o il medico che si strappa i capelli perché non ci sono più bende o medicine per tutti i feriti? Io sono stato fortunato, anche se non ho più una gamba. La cosa che mi dispiace invece è non poter più essere loro di aiuto. Forse era destino così, altri sono stati meno fortunati di me.”

Lo guardai con le lacrime agli occhi, non aveva senso dire nulla in quel momento. Franco mi aveva insegnato cosa significhi il coraggio, quello vero, quello che ti porta a sfidare la morte perché ci credi fino in fondo. Non ha importanza il resto. Gli presi la mano destra e lui si lasciò fare. Forse attendeva quel gesto di tenerezza da parte mia: rimanemmo così fino al tramonto. Mamma mi aspettava per cena ma in quel momento mi importava solo che Franco sentisse la mia presenza vicina. L’avevo giudicato male, ingiustamente. Ero stata troppo impulsiva, com’ era nella mia indole. Mamma diceva sempre che le persone non vanno giudicate prima di conoscerle veramente. Il suo sacrificio mi aveva aperto gli occhi sul senso vero della vita, a costo di sacrificarla per salvare quella degli altri.

“I nostri in questo momento stanno difendendo con grande coraggio queste montagne. Credo che ce la faranno. Ho conosciuto il comandante Ferrari che è a capo della colonna di soldati italiani con il compito di impedire alle truppe imperiali di occupare la cima del Colbricon. Le sue parole, prima che dei militari mi riportassero a valle, non le dimenticherò mai più: sei stato coraggioso ragazzo. Sii fiero di te. Ricordati che rimarrai sempre un soldato che ha scelto di sacrificarsi per la sua patria. Ho un’altra cosa da dirti Maria: tuo padre era tra i feriti non gravi che ho incontrato quel giorno in infermeria. Tornerà a casa, fidati di me.”

Lo aiutai a rialzarsi e a sorreggersi a me.

“Andiamo a casa che mamma sarà in pensiero e poi voglio che sia tu a darle la bella notizia.”