Gruppo Alpini di Arcade - Sezione di Treviso

Premio letterario nazionale

Parole attorno al fuoco

XXVI^ edizione - Arcade,3 Gennaio 2021

per un racconto sul tema:

"La Montagna:le sue storie,le sue genti,

   i suoi soldati i suoi problemi di ieri e di oggi"

SEGNALATO

 

SOOL LA SI DO RE DO SI DO REEEE SOOOOL

 

L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo,

perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri,

anzi già fatti cadaueri,

li richiama in vita, li passa in rassegna,

e li schiera di nuovo in battaglia.

(A. Manzoni, I promessi sposi, Introduzione)

 

Era un uomo sempre indaffarato, come se il tempo fosse troppo breve e non potesse

bastare per tutto quello che voleva fare.

Odiava i luoghi chiusi, il buio, i lampi nelle notti di temporale.

Amava il senso di libertà che gli comunicavano le sue montagne. Mai avrebbe rinunciato a quelle rocce, ai

sentieri che si arrampicavano nei boschi ombrosi fino

 a giungere sui nudi picchi ai cui piedi la valle si stendeva bagnata da fiumi placidi.

Su quella foto sbiadita era un ragazzo con gli occhi pieni di giovinezza, ma con la bocca piegata nel sorriso stentato di chi ha acquisito

in anticipo una maturità dolorosa per l’aver già visto troppo.

Forse il segreto stava tutto nelle parole scritte sul retro di quella fotografia.

Non una dedica, sembrava quasi una poesia o forse un canto.

 
Sul ponte di Perati
bandiera nera,
è il lutto degli Alpini
che fan la guerra.
 

Era seduto a leggere vicino al camino, gli occhiali sul naso e la testa ciondolante sulle spalle stanche di tanti anni.

Sobbalzò, come svegliato da un sogno lontano, guardandosi attorno spaesato al sentire:

 

– Nonno, devo farti vedere una cosa! Ho trovato questa nella scatola delle vecchie fotografie. Sei tu, vero? Ci sono delle parole dietro...

 

– Ma certo, vediamo – rispose con la sua calda voce che ogni volta infondeva tranquillità e sicurezza.

 

Un lungo silenzio accompagnò la tristezza e l’inquietudine che velarono lo sguardo mentre fissava il testo.

 

– Quel che è scritto qui riapre vecchie ferite e tanti ricordi che mi appartengono, che vorrei dimenticare, ma non posso... e in fondo è importante che anche tu li conosca,

 per il tuo domani. Cercherò di farti capire.

 Sì, è Bandiera nera, un canto che con piccole parole racconta il grande dramma che accompagna ogni guerra.

Perati è un paese dell’Albania al confine con la Grecia.

Su quel ponte abbiamo combattuto contro il nemico. Nemico!? Come puoi chiamare nemico qualcuno che nemmeno conosci? Lo chiami nemico perché ti hanno detto così.

E poi ti trovi davanti un ragazzo come te, con tanta voglia di vivere che si nasconde dietro la paura che gli leggi negli occhi.

Un ponte è qualcosa che mette in collegamento, che unisce. Ma a volte un ponte collega due mondi diversi, in conflitto, come il ponte di Perati negli ultimi mesi del 1940: ai suoi estremi vedeva schierati due eserciti nemici,

 l’italiano e il greco; per impedire che una delle due parti lo attraversasse, dopo lunghi combattimenti il 21 novembre il ponte fu fatto saltare, non si sa se dagli italiani o dai greci.

 

Non era una novità quella che il ragazzo stava ascoltando, già nel sentire parlare a scuola delle guerre gli sembravano tutte così assurde e queste parole aggiungevano un ulteriore senso di stupida inutilità.

 

È il lutto della Julia
che va alla guerra,
la meglio gioventù
che va sotto terra.
 
– Ma nonno, chi ha voluto la guerra, le guerre? – una domanda che sorge spontanea per un desiderio di sapere, di trovare 
questa volta una vera risposta. – E cos’è la Julia?

 

– Chi le ha volute? Mah, sai, la storia dell’umanità è costellata di guerre, dall’antichità ad oggi. Penso che chi si è trovato a combattere si sia pentito anche solo di aver magari pensato che potessero essere una cosa utile: la guerra in realtà è sempre per tutti distruzione, lutto, rovina e sofferenza, per chi parte e per chi rimane, per chi perde e, in fondo, anche per chi vince.

 Sai cosa ho appena letto su questo libro? “La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori la povera gente faceva ugualmente la fame”.

La Julia è una brigata alpina. Gli Alpini. Sì caro anch’io sono un Alpino, un vecio. E il nostro cappello, l’hai visto? È la nostra identità, è un modo di riconoscersi, di sentirsi uniti. Conta tanto sentirsi uniti soprattutto nei momenti di difficoltà: lo sperimentiamo anche in famiglia, no? magari quando una malattia rende tutti preoccupati e insicuri. Figurati il trovarsi in guerra, col pericolo costante di essere feriti, o peggio ancora uccisi.

Puoi immaginare quanto aiuti stare vicini ad altri che hanno gli stessi problemi, gli stessi timori e condividono con te ogni giornata. La solitudine, in guerra, uccide forse più delle armi.

E io sono orgoglioso di appartenere al Corpo degli Alpini.

 

Un lampo di fierezza balenò negli occhi del nonno mentre parlava, lui che della sua guerra ricordava la paura, il senso di precarietà, il combattere per qualcosa che non capiva, così come già suo padre riannodava i fili della memoria nel racconto della vita di trincea, della fame, dei morti, di quelle mani che si aggrappavano continuamente ai compagni in cerca di aiuto.

 Entrambi, nel ricordare quei momenti, accennavano i canti del loro tempo, principiando la prima strofa e pasticciando le altre... e così si perdevano su quelle montagne.

 

Il nonno sembra smarrirsi dietro visioni che non sono sue.

 

– Pensa anche alla Grande Guerra. Si chiama così perché vi furono coinvolte tantissime nazioni e quindi l’aggettivo grande significa “estesa a tanti popoli”. Però se ci pensi è un paradosso, più persone sono coinvolte e più sono i lutti, i disagi, i problemi che tutti devono affrontare. Grande Guerra ... ma in senso negativo perché di grande ci furono solo la sofferenza e il dolore.

Mio padre la chiamava “Maledetta” nel ricordo di quelle trincee dove gli uomini perdevano la loro umanità, “una cosa che non si può dimenticare e che non si deve ripetere”, diceva. E poi si chiudeva in un silenzio tragico. Pensava sicuramente a quella gioventù che sui vent’anni era stata chiamata a vestire la divisa. Quindi gli anni che dovevano essere per loro i più belli e spensierati li spesero in quel modo. Lasciarono a casa le famiglie, le ragazze a cui avevano fatto i primi timidi approcci e perdevano la vita così, inseguendo un sogno che non era nemmeno loro, che sarebbe presto diventato un incubo.

 

Sull’ultimo vagone
c’è l’amor mio,
col fazzoletto in mano
mi dà l’addio.
 
Col fazzoletto in mano
mi salutava
e con la bocca i baci
la mi mandava.

 

I saluti alle stazioni, lo strazio degli addii. Quei giovani si portavano appresso la foto del loro amore, la guardavano nei momenti di pausa, la custodivano sul cuore, la baciavano e la bagnavano di lacrime fino a che la carta si sgualciva in infinite piccole crepe. E chi non aveva la morosa portava magari la foto della mamma. Erano queste le donne coraggiose che accompagnavano i soldati alle stazioni e che a casa rimanevano sole a portare avanti una vita che aveva senso solo perché sorretta dalla speranza di un ritorno...

 

– ... Invece quando toccò a me partire - anch’io avevo addosso la foto di tua nonna - mi accompagnò mio padre. Un distacco fra uomini non è semplice: sembra quasi che la commozione o la sofferenza siano segni di debolezza, per cui spesso si parla poco, ma si intuiscono tante cose: il tuo bisnonno, che non si emozionava facilmente, quando ricevetti la cartolina di chiamata alle armi manifestò un evidente magone e si sbilanciò a dire sottovoce “Iè miga stàa asèe ‘i agn de guèra ch’ò facc mì, adess al ga da fa ‘l soldàa dàa ‘l mè tóos”. Per fortuna anch’io sono tornato e abbiamo vissuto ancora un po’ di anni insieme.

Il nonno è di nuovo perso nei ricordi, mentre le sue parole, ad un tempo così lontane eppure così attuali, continuamente echeggiano nell’aria dipingendo immagini di tante giovani vite spezzate.

 

Quelli che son partiti
non son tornati,
sui monti della Grecia
sono restati.
 
Sui monti della Grecia
c’è la Vojussa,
col sangue degli Alpini
s’è fatta rossa.
 
– Ma in quanti sono morti, nonno?

 

– Quanti? Tanti, troppi! Ma grazie a Dio, in molti sono tornati. Ma quando si era nel pieno della battaglia con tanti timori, si aveva davvero la sensazione che ben pochi ce l’avrebbero fatta e allora ci si aiutava gli uni gli altri; era un modo indiretto per aiutare se stessi, per darsi una ragione e una volontà per sopravvivere. Così come questo canto, la sofferenza lascia sempre una traccia di sé, perché, come mi disse un giorno una vecchia saggia “la sofferenza passa, ma l’aver sofferto resta”.

 

Ancora sospesi i pensieri... dolorosi per chi ha vissuto, quasi irreali per chi non riesce ad immaginare nel concreto quello che sta ascoltando. Il testo del canto scorre come un fiume, continuamente mutante nella sua apparente fissità...

 

– ... Eh sì, – riprende il nonno – anche i fiumi sono stati spesso teatro di guerra e si sono arrossati col sangue dei soldati; pensa anche al nostro Piave, durante la Grande Guerra: per molti mesi fece da confine tra due eserciti nemici e sulle sue rive vi furono aspri e ripetuti combattimenti.

 

– Ma allora in quei momenti cosa fai per non aver paura?

 

– Mah, ciascuno reagisce a proprio modo, chi mantenendo la calma, chi imprecando; penso che la maggior parte dei soldati abbia anche pregato, rivolgendosi ad una entità soprannaturale nel timore, fondato, che le proprie forze non bastassero. Forse avranno pregato la Madonna: come madre che ha visto morire il proprio figlio sulla croce, è la figura che più può comprendere il disagio del soldato ma anche di chi lo aspetta a casa e a cui il soldato pensa molto.

Sul soldato grava anche l’incertezza della sorte sua, dei suoi compagni, del reparto a cui appartiene e a cui si sente legato: e quando si è sconfitti o non si riesce a raggiungere l’obiettivo che i comandi avevano prefissato, allora ti assale ancora di più lo sconforto.

 Ti chiedi cosa ci fai lì... ti sorregge solo la consapevolezza di aver comunque compiuto il tuo dovere.

È anche per questo che il canto dice

 

Alpini della Julia
in alto i cuori
sul ponte di Perati
c’è il Tricolore.
 
Esulta, quasi, il nonno, ripensando a come esultarono anche tutti i suoi compagni...
 
– ... perché anche se la situazione al fronte greco-albanese fu sbloccata con l’arrivo dei soldati tedeschi, 
c’era in tutti noi la certezza di aver fatto tutto quello che si poteva in quelle condizioni.
 La strenua resistenza dei greci ci aveva costretti a combattere per giorni senza alcun sostentamento, una situazione
 che purtroppo si è presentata spesso nella storia militare italiana, 
basti pensare alla successiva spedizione in Russia e al triste ritorno da quelle terre, per chi è riuscito a tornare.
 E non pensare che dopo tanti sacrifici noi soldati fossimo sempre accolti non dico con gli onori che spettano
 a chi ha rischiato la vita, ma almeno con la comprensione e la riconoscenza meritati sul campo.

Mi risuonano ancora nella mente alcune parole udite al rientro dalla Russia. Il mio amico Giulio le ha anche scritte in uno dei suoi libri, che forse un giorno leggerai:

“Chiudere i vetri dei finestrini! Chiudere i finestrini! Nessuno esce più! Alle stazioni è vietato affacciarsi! La popolazione non vi deve vedere: è l’ordine!

Siamo gli alpini...! Non abbiamo la peste, noi!

Che alpini o non alpini!! Ma vi vedete? vi accorgete sì o no che fate schifo?”

Quanta sofferenza sprecata, quanto credere nella Patria lontana, quanto sognare... Quanti ragazzi che non tornarono, quanta distruzione e dolore, dolore, dolore... ma perché? Me lo chiedo ogni volta che penso alla guerra: PERCHÉ?

 

Il nonno spia la reazione di Giovanni a quelle parole. Vorrebbe una conferma dal suo “bravo ragazzo”, che però non sa cosa dire. Condivide forse i pensieri del nonno ma non sa esprimerlo.

Non riesce a realizzare nella sua testa come si possa arrivare all’assurdità di una guerra.

Non comprende come la gente non possa capire, anzi come si possa entusiasmare per una cosa del genere.

Vede in televisione continui flash di corpi straziati, di volti terrorizzati, di sgomento di fronte al dolore.

Le fughe disperate dai paesi in guerra.

Non capisce, non capisce.

Forse, grazie a questa chiacchierata, un giorno si chiederà che differenza corre tra una guerra “vera” e le piccole, malevoli e insinuanti guerre dell’animo umano. Si renderà conto della superficialità con cui gli capiterà di affrontare le cose: una parola detta senza pensare, un gesto di fastidio involontario di cui nemmeno si accorgerà...

 

Il nonno attende ancora, mentre gli sembra di scorgere quasi imbarazzo in quella confusione di sentimenti.

 

Forse cambiare discorso senza commentare è la cosa più facile:

 

– Ma nonno alla fine sul ponte di Perati c’era la bandiera nera del lutto degli alpini o la bandiera italiana, il tricolore, come dice il canto?

 

– Storicamente il tricolore della vittoria, idealmente la bandiera a lutto per tutti i morti, compagni o meno.

Il tricolore è il simbolo della nostra patria e ha una storia secolare che forse tu non conosci, ma aggiunta a questa c’è una leggenda che vuole che i tre colori abbiano un significato di ricordo ben preciso: il verde dei nostri prati, il bianco delle nevi perenni e il rosso sangue versato nelle guerre.

Io spero che quel rosso resti solo un tragico ricordo per chi lo ha vissuto.

Vedi, la fotografia che hai trovato ci ha permesso di ricordare un pezzetto della nostra storia partendo dall’Albania e dalla Grecia, passando per la Russia e forse è proprio a tutti coloro che hanno combattuto che dobbiamo pensare. Anzi, sai cosa devi fare? Vai a prendere la tua fisarmonichetta e suona queste note: sol la si do re do si do reeee sooool...

 

Sulle prime la voce è sicura, ma presto si incrina e avanza come sospesa nell’aria, in bilico tra monito e speranza.

E quando tutti i suoni escono dal piccolo strumento, pur con qualche incertezza, il nonno volge lo sguardo al nastrino tricolore che sorregge la medaglia sopra il camino, fiero di aver trovato oggi la forza di tramandare quell’unica storia vissuta lontano dai suoi monti.

– Bravo, figliolo, per ora non c’è proprio più nulla da dire, è tempo di lasciar correre la musica – e dall’emozione gli occhi di entrambi si riempiono di lacrime.

 

Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta,

che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.

La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta,

e anche un pochino a chi l’ha raccomodata.

Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi,

credete che non s’è fatto apposta.

(A. Manzoni, I promessi sposi, fine cap. XXXVIII)