Gruppo Alpini di Arcade - Sezione di Treviso

Premio letterario nazionale

Parole attorno al fuoco

XXVI^ edizione - Arcade,3 Gennaio 2021

per un racconto sul tema:

"La Montagna:le sue storie,le sue genti,

   i suoi soldati i suoi problemi di ieri e di oggi"

" Rosa d'Argento "

Io e il Pasubio

La mia camminata non è più svelta come lo era un tempo, faccio fatica anche solo ad alzare i piedi, perché sembrano due grosse radici piantate nel profondo della terra. E’ passato appena un anno dalla mia ultima gita in montagna (quante cose sono cambiate da allora!), eppure pare un secolo; i miei passi, lenti, incerti, stanchi, riflettono benissimo il mio attuale stato d’animo; sono abbattuta, sfinita, delusa dalla vita. Ho bisogno della pace, del silenzio delle vette, ho bisogno di respirare –finalmente- l’aria -quella vera- fresca di montagna, di vedere quei piccoli fiori che sanno ancora spuntare impavidi, in tutta la loro bellezza, tra le dure rocce intorno a me; ho bisogno di sentire sulla pelle il sole caldo arrossarmi le guance, il vento solleticarmi il volto, avvolgermi per un istante e stringermi in un invisibile abbraccio, infondendomi un po’ della sua misteriosa forza, e voglio scorgere qualche rapace librarsi -senza catene- nell’immensità di quello sconfinato cielo che mi sovrasta e che sa ancora colorare col suo azzurro i miei cupi pensieri tormentati.

Ho bisogno della montagna per ritrovare la parte perduta di me e per salvare la mia anima da questa notte senza fine.

 

Gli ultimi mesi sono stati difficili e moralmente devastanti. Non ho vissuto, ho cercato di sopravvivere, di tirare avanti, proprio come un soldato al fronte. Io e i miei colleghi non ci fermavamo un attimo, giorno e notte, le emergenze non finivano mai. Ci siamo impegnati, abbiamo fatto del nostro meglio, senza risparmiarci, eppure di miracoli io ne ho visti ben pochi.

Dedicare la propria vita ad aiutare il prossimo e vedere la morte “vincere la partita”, prendendosi gioco di noi, deboli umani, credetemi, è sinceramente frustrante.

E anche se ora la situazione sembra essere migliorata, in realtà noi, che la morte l’abbiamo avuta accanto ogni istante, sappiamo bene che la guerra non è ancora vinta. Ci saranno altre battaglie da combattere, altri morti da seppellire, lacrime amare da asciugare e denti da stringere, per cercare di andare avanti.

 

Ho bisogno di capire, come riuscire a non mollare e mantenere i nervi saldi. Vorrei che la montagna mi svelasse il suo segreto, perché così io saprei come non cedere. Questa è la ragione della mia presenza qui; ecco perché ho voluto, ancora una volta, aspettare a gettare la spugna. 

 

I miei occhi non sanno più vedere; guardano impassibili i giorni susseguirsi l’uno con l’altro, faticano a notare le sfumature che un tempo sapevano dare quel nonsoché di vivo e reale alla vita. Le emozioni sono state ingrigite dallo sconforto, la morte ha divorato il mio entusiasmo e io, ora come non mai, ho bisogno del “mio monte”, perché solo lui sa chi io sono.

 

Non mi è facile procedere, ma lo faccio con fiducia. E’ un santuario il mio monte, colmo delle anime di migliaia di martiri che non hanno mai più fatto ritorno a casa.

 

Mi piace pensare che ogni fiore che sboccia qui, ogni nuvola che compare in cielo siano in realtà tracce dei tanti soldati periti un tempo, che danno segno della loro costante presenza, angeli custodi che vegliano sul mondo.

Voglio credere che questo sentiero, bagnato di sudore, di sangue, di lacrime, sia il Calvario da ascendere per giungere alla Resurrezione eterna, alla pace suprema.

 

Stringo tra le mani l’ultima lettera scritta dal fronte dal mio bisnonno (che io chiamavo “nonno bis”) Alfonso: l’ho trovata a casa di mia madre, spirata anche lei a causa del maledetto virus, il Covid 19, che ha preso in ostaggio l’umanità intera.

Sapete, io non ho potuto neppure dirle addio… E anche se continuo a piangere e so che mia madre dal cielo può vedermi e che un giorno ci rincontreremo, non mi è facile affrontare i miei giorni…Ho visto molta gente passare nel baratro della mia stessa disperazione; in quanti non ha potuto restare accanto ai propri cari, eppure del dolore ce ne rendiamo davvero conto, solo quando lo subiamo sulla nostra pelle.

 

Io sono un’infermiera e gli ultimi mesi mi hanno fatto capire quanto sia importante il mio lavoro e quello dei miei colleghi. Mi sono resa conto che a volte l’impossibile è fattibile ma ho anche realizzato  quanto insufficienti siano tutti i nostri sforzi, quando la morte (o Dio o il destino) decide che una vita deve cessare in un preciso istante. Sono stata vicino, fino all’ultimo e come potevo, a molti pazienti stremati dal male ma accanto a mia madre, io non sono riuscita a esserci.

 

Forse è stato un caso (o Dio o il destino) a farmi imbattere in quella lettera tutta ingiallita dal tempo, scritta frettolosamente ma con tanto amore, dal mio bisnonno  Alfonso alla sua famiglia. L’aveva indirizzata a sua moglie, mentre si trovava nelle trincee del Pasubio. Dopo il conflitto era riuscito a tornare a casa, miracolosamente sano e salvo –dicevano-, ma mentalmente provato e per sempre segnato nell’anima, dalle atrocità viste e vissute (da quanto avevo appreso dai racconti dei miei). Le ferite gli avevano squarciato l’anima, del tutto. “Era un uomo ridotto a brandelli”, mi ripeteva spesso mia nonna. Da bambina non capivo davvero cosa volessero dire tali parole. Ora, invece e mio malgrado, lo so perfettamente.

Ci sono ferite che non si vedono ma che non si rimarginano mai. Si subisce una specie di emorragia dei sentimenti che nessuno può sanare, perché non riesce a capire da che parte iniziare. Noi esseri umani abbiamo dei limiti: non possiamo andare indietro nel tempo, impedire che scoppi una guerra, non abbiamo la capacità di cancellare con un tocco di mano le sofferenze che albergano nei cuori.

Quest’anno anche io ho passato diversi mesi al fronte. Il mio lavoro è cambiato vorticosamente e si è trasformato in un battito di ciglia in una missione impossibile e massacrante, nel corpo e soprattutto nello spirito.

 

Mentre ripenso a quanto accaduto, procedo per il sentiero Ora, avverto la pesantezza dello zaino sulle mie spalle, finalmente, non sono più concentrata su quella dei miei passi. Sento il cuore battermi forte nel petto. Una lacrima di gioia e commozione mi riga una guancia; da tanto non mi sentivo così: semplicemente viva.

Adesso lo vedo bene è lì dinnanzi a me, eccolo: il Pasubio, deturpato dalle mine, ma fiero e mi guarda immobile con i suoi occhi di roccia grigia. Cerco di immaginarmelo come era prima dello scempio, quando le mino non lo avevano ancora spezzato.

Siamo qua, una davanti all’altro, io e il Pasubio: siamo fatti della stessa sostanza, un misto di dolore e resistenza, entrambi distrutti ma ancora vivi.

I nostri silenzi sono solo apparenti, parliamo una lingua che riesce a comprendersi all’istante.

“Sono una tua vecchia amica che ti rincontra, ma che solo ora riesce a capire davvero chi sei”, gli sussurro.

La roccia non nasconde le sue ferite. “Hanno forato le mie mani e i miei piedi”, mi viene in mente mentre guardo le trincee scavate nella roccia. Mi fermo un attimo, in contemplazione. Medito, prego, ringrazio Dio (o il destino, di certo non il caso), per essere qui, di nuovo come un anno fa.

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E capisco. La vita è come camminare in montagna, non bisogna mai fermarsi, a volte il sentiero è in piano e circondato da meraviglie, altre è in un percorso irto in salita. All’improvviso ti puoi trovare di fronte a un bivio e non sai proprio dove andare. Altre ti rendi conto che tutto dipende da te; davanti a un ostacolo non sempre ti è concesso di tornare indietro sui tuoi passi, ma sicuramente devi armarti di coraggio e prendere una decisione e una volta presa (sperando che sia quella giusta) devi proseguire.

Quel che conta è saper reagire al momento, non farsi sopraffare dagli eventi. Combattere, sempre, senza paura. Bisogna saper guardare avanti, tenendo presente che anche chi c’è stato prima di noi ha dovuto affrontare situazioni particolarmente difficili e ha dovuto destreggiarsi, prendendo decisioni non sempre facili.

Io l’ho dovuto fare per mesi. Poi sono crollata. Una mina invisibile ha distrutto la mia vetta. Allora sono rimasta impassibile, distaccata dal mondo. Ero stanca della sofferenza. Sono restata a guardare il tempo scorrere, per un po’. Ho passato momenti di estrema stanchezza, ho percepito il peso del mondo sulle mie spalle e poi mi sono sentita più fragile del cristallo, pronta a frantumarmi in mille piccolissimi pezzi. Mi sentivo fuori luogo, io che dovevo aiutare a salvare delle vite, non capivo più cosa dovevo né quanto potevo fare.

Chi la guerra non la vive, non sa. Certo, può immaginare cosa si prova ma alla notte riesce a dormire. Chi invece la guerra la combatte anche se alla fine – a volte- vince, si sente sempre sconfitto dal ricordo indelebile che la morte gli ha messo dinnanzi agli occhi.

Toccare con mano la guerra significa essere gettati in un baratro buio e profondo, è come vivere temendo di cadere da un momento all’altro in una voragine che risucchia inesorabilmente in un inferno cruento. I mostri che ci terrorizzano, i timori che non ci lasciano, le paure che si riversano su di noi deboli e inetti davanti alla morte che serpeggia e ha la meglio…

Ed ecco che allora si scopre l’importanza di lottare: ogni giorno guadagnato e tolto dalle grinfie della morte, è tempo da usare.

 

Ma qui, adesso, mi sento in Paradiso. Il profumo dei prati fioriti, dell’erba appena falciata e quello della resina dei boschi lontani e della terra bagnata dalla debole pioggia passeggera di poco fa, sono preziosi quanto tesori inestimabili. Cammino e sono inondata dal silenzio totale. E’ un silenzio diverso da quello della morte, qui in montagna finalmente inizia la mia catarsi. Il sole è ritornato a splendere alto e scalda la roccia delle cime che vedo, eppure dentro ho ancora freddo. Non devo fermarmi, so che devo andare avanti.

 

Con ogni passo che percorro, cerco di scrollarmi di dosso la pesantezza dei giorni passati.

Sembrava di vivere in un interminabile déjà-vu, siamo stati trascinati tutti in un vortice impazzito di eventi che si ripetevano senza sosta. Cambiavano i volti delle vittime, ma non le modalità di morte. E di morte io ne ho vista tanta. E non ci si abitua mai a vedere persone esalare l’ultimo respiro, corpi che diventano rigidi e freddi e famiglie a casa, irrimediabilmente distrutte. “Elì, elì lemà sabactàni?” (Dio mio, perché mi hai abbandonato?)… quante volte l’ho pensato.

 

Ma ora che sono qui, davanti al mio monte, ho la certezza che un Dio esiste, che si mostra quotidianamente a noi, nei mille volti della vita. So che può ascoltarci, anche se noi non sentiamo le sue parole di conforto. So che ogni persona che ci ha abbandonato in questa vita, la ritroveremo nell’altra.

Grazie Dio, grazie Pasubio.

Ciao mamma, ciao nonno bis.