Gruppo Alpini di Arcade - Sezione di Treviso

Premio letterario nazionale

Parole attorno al fuoco

XXV^ edizione - Arcade,4 Gennaio 2020

per un racconto sul tema:

"La Montagna:le sue storie,le sue genti,

   i suoi soldati i suoi problemi di ieri e di oggi"

Premio speciale

"TROFEO CAV. UGO BETTIOL"

Il bosco degli abeti rossi

               Di FRANCA MONTICELLO

                 MONTECCHIO PRECALCINO (VI)

 

 

Era un pomeriggio di fine ottobre. Fino a pochi giorni prima, la temperatura era stata incredibilmente calda per la stagione, in montagna, tanto da sembrare fine estate anziché autunno inoltrato. Oggi, finalmente, si respirava. Giovanni spaccava legna fin dal mattino nel bosco che circondava la sua baita, in Val d’Assa, sull’altopiano di Asiago, e ancora non era stanco.

Abituato da sempre alla fatica, lavorare non gli pesava. Il bosco era casa sua: ci era sempre vissuto, dapprima con i suoi genitori, poi, morti loro, da solo.

«È dura la vita quassù, così isolati e senza prospettive» gli diceva la madre quand’era ragazzo «sarà meglio che tu fissi altrove le tue radici».

Per questo aveva insistito tanto, fino a litigare con il marito, per farlo studiare presso il pensionato San Marco di Vicenza. Sognava per lui una vita diversa da quella toccata a lei. Ma Giovanni era fatto della stessa pasta del padre e del nonno prima di lui, non si era mai adattato né alla vita di collegio né a quella di città, e non aveva cambiato prospettive. Sognava la libertà e aspirava a vivere nel bosco, in mezzo alla natura, fra i suoi amati alberi e gli animali selvatici con cui si sentiva in sintonia, forse perché un po’ selvatico anche lui.

Conseguito il diploma di perito agrario, era tornato a casa e aveva fatto il boscaiolo come suo padre.

Non si era mai sposato, era vissuto in solitudine senza alcun rimpianto, sentendosi appagato.

Giovanni conosceva ogni albero, ogni arbusto, ogni anfratto del suo bosco che curava come un genitore fa con i figli. Viveva tagliando e vendendo legna, gli bastava ben poco.

Qualche escursionista che, passando, l’aveva sentito parlare a voce alta da solo, forse riteneva di aver incontrato un pazzo. In realtà, Giovanni parlava con gli alberi con cui pensava di avere un canale comunicativo capace di influenzare la loro crescita e salute. Parlava anche con gli scoiattoli, con i tassi, con i piccoli ghiri, con gli uccelli, e nessuno lo temeva.

Trovare un uccellino ferito o un ramo spezzato era per lui fonte di tristezza, mentre lo schiudersi delle uova nei nidi, la nascita di un cucciolo o lo sbocciare dei ciclamini lo colmavano di gioia.

Giovanni si stava preparando a rientrare, quel pomeriggio di fine ottobre, quando si levò il vento e penetrò nel bosco facendo fremere ogni fronda, allora uscì allo scoperto per osservare il cielo: se l’aspettava scuro, plumbeo, invece era di un colore sinistro, stranamente tendente al giallo.

«Mai vista una cosa simile,» disse ad alta voce come faceva sempre «non mi piace proprio per niente. Ormai non si sa più cosa aspettarsi da questo tempo pazzo.»

Il vento, intanto, andava acquistando forza e s’insinuava anche fra la vegetazione più fitta. Non si udiva altra voce all’infuori della sua. Era come se tutti gli animali del bosco trattenessero il fiato, in ansiosa attesa.

Giovanni raccolse gli attrezzi e si avviò verso la sua baita, sferzato da raffiche  che gli toglievano il respiro. Gli mancavano ancora cinquanta metri quando le prime gocce cominciarono a piovergli addosso. Affrettò il passo, ma la pioggia non si trasformò, come temeva, in un acquazzone.

Entrato in casa, corse a sbarrare le imposte che sbattevano impazzite. Accese la luce e si tolse i vestiti umidi, ascoltando preoccupato i rumori per niente rassicuranti che provenivano da fuori.

Di lì a poco la luce si spense e fu allora che la furia cieca della natura esibì tutta la sua potenza.

Il vento ululava con la voce di un branco di lupi e scagliava con violenza contro i muri, le imposte e il tetto chissà quali oggetti raccattati passando. Quando a uno schianto seguì un botto violento che investì la casa e la fece tremare, Giovanni si spaventò. Guardò fuori attraverso l’unica finestrella senza scuri e ringraziò Dio che il vetro non si fosse rotto.

Il buio era totale, eppure, in quel nero assoluto, percepì qualcosa di strano e inspiegabile, quasi che di fronte a lui ci fosse uno spazio aperto.

Giovanni sentì le idee accavallarsi nella testa e la confusione gli diede le vertigini.

Impossibile! Gli ci volle del tempo per capire: i due abeti che, sorgendo a pochi passi dalla casa, gli delimitavano lo spazio, non svettavano più verso il cielo. Uno doveva essersi schiantato contro un lato della baita e una miriade di rami spezzati stava disegnando nell’aria strani arabeschi, proiettati in ogni direzione. Sembrava che la casa fosse bersaglio di un bombardamento. Giovanni temette che, benché fosse una solida costruzione di pietra, potesse non reggere alla furia degli eventi.

Lui era forte, coraggioso e abituato agli improvvisi cambiamenti atmosferici, eppure, turbato, sedette al tavolo di cucina, tappandosi le orecchie nel tentativo di estraniarsi dall’orrore di quanto stava accadendo là fuori.

Forse per la prima volta in vita sua, sentì il peso della solitudine e, per la prima volta dopo la scomparsa della madre, si ritrovò a pregare quel Dio che, gli aveva insegnato lei, aveva creato la natura meravigliosa che lui adorava. Pregò per gli alberi, perché non soccombessero alla furia del vento, per tutti gli uccelli che avrebbero perso il nido e forse la vita, per gli animali selvatici che popolavano il bosco, fossero essi prede o predatori. Proprio il giorno prima aveva visto passare due lupi seguiti da tre splendidi cuccioli e ne era rimasto estasiato.

Intanto la bufera di vento non accennava a diminuire.

Giovanni si addormentò così, con le braccia conserte sul tavolo, un plaid sulle spalle, stremato dalla stanchezza e dalla preoccupazione.

Si svegliò di soprassalto, in preda a un incubo: la sua casa era circondata da grossi troll che tentavano di sradicarla dal terreno. Gli ci volle qualche attimo per rendersi conto che quei personaggi appartenevano a un sogno, mentre il sibilo del vento che faceva tremare la casa era reale.

Nel buio più profondo si trascinò tastoni verso il letto, vi si lasciò cadere e nascose la testa sotto il cuscino.

Aspettò che albeggiasse calcolando a spanne i minuti e, quando ritenne fosse giorno, si alzò e tentò di aprire un’imposta, lottando contro le fitte ramaglie che vi premevano contro.

Un silenzio innaturale gravava sul bosco. Ma quale bosco? Giovanni aprì la porta e uscì: il suo mondo non c’era più. Gli abeti rossi che da sempre gli davano il buongiorno, stroncati, giacevano a terra, accatastati gli uni sugli altri. Alcuni premevano le loro fronde contro la baita; le radici che da cent’anni li tenevano ancorati al suolo erano esposte, nude, strappate: ogni punto di riferimento era scomparso.

All’odore intenso di umidità si sovrapponeva quello balsamico delle lacrime di resina che sgorgavano copiose dalle piante ferite.

Giovanni poté fare solo pochi passi tra l’intrico dei rami spezzati, poi sedette su un tronco a osservare la devastazione che aveva trasformato il suo mondo in un desolante deserto.

Rimase per ore seduto lì, immobile, la mente svuotata d’ogni pensiero, lo sguardo perso nel vuoto. E d’improvviso cominciò a vedere quello scempio con occhi che non erano più i suoi. Anche le mani, vecchie, rugose, rinsecchite che teneva appoggiate sulle ginocchia non gli appartenevano. Giovanni le riconobbe: erano quelle di suo nonno Tommaso.

Il suo ricordo lo investì all’improvviso, vivido come non mai.

 

Nonno Tommaso, altar Tomas, come lo chiamavano in paese nell’antica lingua cimbra, era stato un gran narratore e lui, da bambino, non era mai stanco di ascoltare, con gli occhi sgranati, il racconto della sua vita che gli sembrava tutta un’avvincente avventura.

Nel maggio del 1916, Tommaso, quindicenne, era stato costretto ad abbandonare il paese assieme a sua madre, al fratellino e a centinaia di profughi come loro. Scappavano dalle cannonate, dagli incendi, dalla grande guerra. Il padre era al fronte con il suo reggimento alpino; da un po’ non si sapeva niente di lui e la madre era disperata all’idea di partire, lasciandolo lassù a combattere. Si faceva il segno della croce ogni volta che il rumore di uno sparo o il boato di una cannonata portavano fino a lei la voce della guerra.

Mentre i profughi, donne, bambini, vecchi, scendevano a valle con tanta angoscia nel cuore, carichi delle poche masserizie che erano in grado di trasportare, sembrava che sull’altopiano si fosse scatenato l’inferno. Tommaso si era spesso voltato indietro e l’ultima immagine che portò con sé della sua terra fu un fumo denso che l’avvolgeva, sovrastato dal campanile della chiesa che ardeva come una torcia.

A nonno Tommaso si inumidivano gli occhi quando raccontava l’episodio al  nipotino cui era stato imposto il nome del bisnonno, che non aveva mai fatto ritorno dal fronte.

Tommaso, sua madre e il fratellino furono ospitati da una famiglia di buoni cristiani con cui condivisero la miseria. Soffrirono talvolta la fame, ma a scavare più profondamente nel loro animo fu la nostalgia.

Quando, due anni dopo, la guerra finì, Tommaso aveva quasi diciotto anni e nonostante vigesse il divieto di risalire sui monti, pericolosissimi a causa delle tante granate inesplose, nessuno riuscì a trattenerlo.

Gli avevano detto che era impossibile raggiungere l’altopiano, ma lui, buon conoscitore dell’ambiente e forse guidato da una forza misteriosa, riuscì a evitare pattuglie e posti di blocco e a raggiungere il suo paese. Ma quale paese? Non c’erano più le case, la chiesa, i prati, gli orti. Il suolo stesso aveva cambiato conformazione, pieno com’era di avvallamenti scavati dalle bombe. Non riuscì a individuare la posizione della sua casa nel bosco perché il bosco non c’era più. Raso al suolo, distrutto, scomparso. Quello fu per lui il dolore più grande.

Le parole con cui il nonno gli aveva descritto la desolazione del panorama rimbombavano adesso nella testa di Giovanni, cariche di una nuova consapevolezza.

«Di nuovo» disse «è successo di nuovo. Ieri, artefice della distruzione l’uomo, oggi la natura, creature meravigliose, ma entrambe capaci di trasformarsi in armi devastanti».

Rivolse un pensiero di gratitudine al nonno che, con caparbietà e coraggio, aveva ricostruito la baita, tanto solida da essere quasi inespugnabile, poi un pensiero lo sopraffece. Lo espresse, come sempre, ad alta voce:

«Nonno, tu avevi poco più di vent’anni quando è cominciata l’opera di rimboschimento della zona, hai realizzato il tuo sogno di avere di nuovo la casa immersa nel bosco. Io di anni ne ho ormai sessanta, dovrò forse rassegnarmi a passare il resto della mia vita con questo vuoto intorno?»

Ma Giovanni era caparbio e determinato come suo nonno: si alzò in piedi, arrotolò le maniche della camicia ed entrò in casa per prendere gli attrezzi: non intendeva perdere un attimo.