Gruppo Alpini di Arcade - Sezione di Treviso

Premio letterario nazionale

Parole attorno al fuoco

XXI^ edizione - Arcade, 5 Gennaio 2016

per un racconto sul tema:

"La Montagna:le sue storie,le sue genti,

   i suoi soldati i suoi problemi di ieri e di oggi"

Premio speciale

"TROFEO CAV. UGO BETTIOL"

Ponti sulla sabbia

di Giovanni Scanavacca

Lendinara (Ro)

 

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura

o a trattamento o a punizione crudeli.

Dalla "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" approvata e proclamata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948

L'aereo si staccò dalla pista con un rumore cupo come accadeva sempre quando era carico.

L'equipaggio era abituato ad agire al limite delle possibilità concesse dalle prestazioni del mezzo, dalle norme di sicurezza e dal buon senso, ma, spesso, anche un po' oltre.

Quello era l'ennesimo viaggio verso quell'avamposto sperduto in quel paese dimenticato da Dio e preda dei demoni.

Come al solito aveva portato rifornimenti e personale di ricambio e stava riportando a casa chi era giunto al termine della sua permanenza laggiù, ma quella volta c'era qualcosa di diverso.

Era passato del tempo da quando avevano scaricato Caterina e la sfida era cominciata, ma quello era un luogo di sfide.

A lei, giovane tenente alla prima missione con il compito di facilitare i rapporti con le donne del luogo, Marco, l'istruttore, non aveva taciuto le difficoltà, né aveva omesso di prospettare i rischi che avrebbe corso. Bisognava tenere sempre alta la guardia perché ogni giorno si rischiava la propria incolumità.

Una donna laggiù era una novità e, forse, avrebbe fallito.

Quel giorno sul C130 c'era la prova del contrario.

Guardandola dall'alto, dopo la virata che serviva a prendere la rotta definitiva, la base sembrava un puntino perso nel giallo del deserto e le montagne che circondavano la valle parevano meno insidiose di quanto non fossero.

Il fiume che divideva i due distretti si vedeva appena e sembrava incapace di separare davvero il territorio. Eppure là era stato costruito un ponte che, a giudicare da tutti i rapporti pervenuti, era molto utile alla popolazione. Per questo i talebani lo avevano bombardato. E per lo stesso motivo era stato deciso di ricostruirlo.

Ce n'era voluto perché il terreno non era buono, i materiali erano scadenti e la collaborazione con la popolazione lasciava molto a desiderare, ma, alla fine, lo avevano riparato.

Questa, più o meno, la storia di quell'avamposto circondato da montagne che aveva il fascino misterioso e selvaggio della natura incontaminata.

Quel che occorreva là era ricostruire i rapporti umani e per questo era stata inviata Caterina.

 

Era arrivata ormai da un po' quando quelle due donne avevano varcato il ponte.

Stremate erano state sistemate nel primo posto libero dopo l'urgenza venne il momento di Caterina.

"Su, su, Naima. Svegliati!"

La ragazza nel sonno era in preda alle convulsioni.

Succedeva tutte le notti. Così almeno assicurava Karima, la madre mescolando qualche parola di inglese all'arabo e ai gesti di chi tenta disperatamente di farsi capire.

Accoglierle al campo non era stato un problema, più difficile era aiutarle. Venivano probabilmente da qualche villaggio sperduto sulle montagne. Di certo avevano marciato per giorni in condizioni critiche e, a giudicare da come si guardavano attorno, avevano paura.

Per poterle aiutare bisognava tentare di comprendere.

Finalmente, rispondendo ai sussurri di Karima, Naima aveva aperto gli occhi.

Era balzata a sedere e aveva portato le mani al volto tastando le bende che ricoprivano le medicazioni e, subito dopo, le aveva usate per coprire gli occhi.

"Sei al sicuro qui." Sussurrò Caterina.

Karima le disse qualcosa in arabo, forse la stessa cosa. Da principio parve inutile poi, pian piano, Naima riprese a respirare regolarmente e cominciò a calmarsi.

Erano lì da un giorno, ormai, ma era chiaro che quella non poteva essere la loro sistemazione definitiva. Dopo le prime cure le avevamo collocate al centro del campo per sicurezza.

Il primo giorno era stato speso quasi tutto per far accettare a Naima di farsi medicare.

Quel che era certo era che avevano subito qualcosa di terribile e che temevano ritorsioni.

"La ragazza non è stata solo picchiata." Aveva detto il responsabile medico della base dopo essere riuscito a visitarla vincendo una resistenza tenace. Era stata necessaria tutta la pazienza del mondo per rimuovere gli stracci che la madre le aveva sistemato sul viso, ma alla fine ci era riuscito.

"Ha delle ustioni, ma non so come se le sia procurate."

"Qualche fornello artigianale?" Aveva azzardato Caterina.

"No. Direi di no. Sia per la localizzazione, sia per il tipo di lesioni. Per me sono ustioni chimiche."

"Cosa?"

"Hai capito benissimo. Qualcuno le ha tirato addosso qualche agente caustico. È tanto che non l'abbia accecata. Se riesci a entrare in confidenza forse riusciremo a sapere qualcosa di più. Bisognerà trasferirla. Qui non siamo attrezzati. Se vogliamo sperare di curarla dobbiamo fare in fretta. Indaga anche con la madre. Non mi meraviglierei se avesse anche lei lesioni nascoste." Bel compito!

Fu per questo che a Caterina non restò che affidarsi alla comunicazione non verbale. Cominciò con le mani offrendo le sue alle altre due affinché le potessero stringere.

Le mani, se vogliono, parlano, curano, carezzano, uccidono, salvano. Le mani comunicano.

Da principio non capirono. Il contatto fisico con una straniera non era per loro abituale.

Quel che Caterina non sapeva era che Karima aveva deciso settimane prima di dirigersi verso il ponte rispondendo a un istinto primario di sopravvivenza prima che a un ragionamento.

Le era giunta notizia di quello che stavano facendo là quei militari stranieri.

Quel plotone di occidentali, così pazzi da rischiare in prima persona per degli sconosciuti, rappresentava la novità. Quella gente che preferiva dedicarsi all'ingegneria piuttosto che maneggiare le armi era l'esempio lampante che la realtà poteva essere diversa da come per secoli era stata dipinta.

Non era possibile.

Non era mai successo.

Il destino è scritto e non cambia.

Però quella gente era là. Forse c'era una speranza.

Questa l'idea che piano piano si era fatta strada nella mente di quella donna e l'aveva spinta a mettersi in movimento il più in fretta possibile verso il ponte.

Là aveva trovato quella donna che le offriva le mani e sembrava voler parlare con lei.

 

A monosillabi, cercando di condividere le parole più comuni e tenendosi per mano le due provarono a conversare.

Le domande dirette cadevano nel vuoto.

"Chi ha fatto questo?" Karima e Naima scuotevano la testa come se non capissero, ma presto Caterina si convinse che fingevano. Non si fidavano ancora.

Provò a farle disegnare, ma né una né l'altra avevano mai preso in mano una penna e il risultato fu disastroso.

Solo al tramonto del secondo giorno Karima le prese la mano e la portò sotto il suo vestito e Caterina sentì le cicatrici. Grossolane, dure, prodotte forse da un bastone, forse da uno staffile.

"Chi?"

Karima sussurrò: "Abdallah."

"Tuo marito?" La donna annuì chiarendo finalmente il primo punto.

"Dov'è ora?"

"Arriverà." Disse rassegnata la donna.

"Qui non può entrare." La rassicurò Caterina.

"Il marito deve sempre poter andare dalla moglie. È cosa sua." Fece lei.

Caterina capì dì essere arrivata a un punto cruciale.

"Nessuno è proprietà di nessuno. È da lui che siete scappate?"

"Sì. E da suo fratello Abdel."

"Qui siete al sicuro."

"Non possono entrare?"

"No".

"Abdel è molto potente. Verrà con i suoi uomini. Vuole Naima. Gli è stata promessa."

"E lei lo vuole?"

"La sua volontà non conta. La volontà delle donne non conta."

Caterina capì che si stava scontrando con la loro cultura.

"Non è così. La sua volontà conta. Fidati."

La donna la guardò scuotendo la testa e Naima scoppiò a piangere.

Il terzo giorno Caterina decise di portarle fuori per far comprendere loro che non c'erano pericoli.

Uscite dalla tenda, d'istinto le due si coprirono il capo con il burqa e cominciarono a camminare gnardando il terreno. E d'istinto Caterina scostò il velo dal loro viso.

"Qui non serve." Il messaggio, senz'altro forte per donne abituate da sempre alle usanze di quei luoghi, ebbe un effetto·strano. Le due dapprima si mostrarono spaventate. Caterina fece cenno a tutti quelli che erano in vista di sparire. Voleva far capire che le catene potevano cadere. "Guardate in alto." Disse alle due che, stupite, ubbidirono.

Aprendo le braccia a imitare un aeroplano Caterina spiegò: "Presto arriverà un aereo e vi porterà via di qua in un luogo dove Naima sarà curata." E per la prima volta Naima parlò: "Cosa vuoi dire curata?" Caterina ancora una volta si affidò alle mani indicando le bende e poi sfiorando la pelle del dorso dell'una con l'altra: "Curare vuol dire cancellare le cicatrici. Curare vuol dire far sparire il dolore, ma curare non vuol dire cancellare la memoria."

Naima la guardò triste: "Naima è marchiata... Abdel arriverà."

Caterina la abbracciò: "Abdel non ha alcuna autorità su di te, credimi. Ti aiuteremo a dimenticarti di lui. "

Per quel gesto, per l'assenza del burqa o solo per la luce accecante del sole Naima si accorse della catenina che lei aveva al collo. Timida avvicinò la mano e la fece scorrere fino al piccolo crocifisso appeso. Caterina stava per non dare importanza a quel gesto quando la ragazza le chiese: "È il tuo Dio?" Caterina annuì.

"È morto?"

"Sì. Muore ogni giorno con chi muore, soffre con chi soffre, perché è uno di noi. Ci ha insegnato che nessuno è schiavo di nessuno. Per questo lo hanno ucciso, ma è risorto. Solo chi è forte non ha paura a mostrarsi debole. Risorge anche con te e per te, se lo vuoi e non impone nulla a nessuno."

"Niente preghiere? Niente digiuni? Niente guerre? Niente punizioni per gli infedeli?"

"No. Niente profeti. Solo mani per aiutare." E aprì le sue con le palme verso il cielo: "È molto meglio abbracciarsi. In libertà." E, così facendo, l'accompagnò per un po'.

"Cosa vuoi dire libertà?"

"Significa scegliere. Significa essere padroni del proprio destino, responsabili della propria vita. Significa poter decidere quando credere e quando no. Vuol dire amare se lo sentiamo e non per volontà di altri."

"Qui non è possibile."

"Lo so. Per questo ti dico che un altro mondo esiste."

La raffica di kalashnikov squarciò il silenzio. Passò un lungo istante prima della risposta. Le donne riguadagnarono in fretta la posizione protetta. Più tardi il comandante della base venne alla tenda.

"Forse stavano seguendo le ultime arrivate. Erano bene armati."

Un'ora più tardi Naima riconobbe Abdel, morto e comprese che il suo incubo stava finendo.

Non ci fu molto tempo per parlare.

Il C130 non si poteva fermare a lungo sulla pista, sarebbe stato un bersaglio troppo facile.

Le fecero salire in fretta per farle volare via presto.

 

Per la prima volta videro la loro terra da un altro punto di vista.

Non era chiaro se chi aveva deciso di riparare quel ponte fosse cosciente appieno dell'importanza del manufatto che stava sparendo dalla vista degli occupanti dell'aereo perdendosi in mezzo al deserto.

Il senso era difficile da capire per un occidentale e, per chi lo sapeva cogliere, stava in due aquiloni: uno di qua e uno di là dal fiume. Quasi invisibili dall'alto, ma presenti ogni giorno da quando il ponte era stato riaperto.

Un segno di normalità, un giocattolo, eppure una minaccia per chi vedeva in ogni traccia di colore, in ogni brandello di libertà, in ogni traccia di creatività un pericolo per l'ordine costituito. In quel luogo non si doveva far altro che sventolare bandiere nere e strisciare proni respirando la polvere senza alzare la testa.

Luogo di schiavi, quello.

Luogo di idoli usati per asservire, di religioni declamate da capi che ne facevano la giustificazione per il loro potere, di libri che, invece di diffondere conoscenza, perpetuavano l'ignoranza ed erano diventati idoli.

Gli aquiloni in quel luogo non dovevano volare per evitare che qualcuno guardasse in alto. Bambini a tirare i fili non erano ammessi perché la logica dei guerriglieri era di renderli capaci di usare un AK-47 non appena fossero stati in grado di tenerlo in mano o peggio di farli correre sui campi minati per saltare sulle mine poste dalla fazione opposta.

Aquiloni là volevano dire libertà, la peggiore delle eresie.

Guardare in alto significava pensare. Le due cose insieme significavano pericolo: svegliavano domande e pretendevano risposte perché gli esseri pensanti dubitano dell'autorità e rifiutano l'ubbidienza incondizionata.

Il senso dell'essere là lo si poteva cogliere vedendo le donne recarsi all'ambulatorio per farsi medicare le ustioni provocate da improvvisati fornelli costruiti con pericolosissimi serbatoi di combustibile.

Caterina lo aveva respirato sfruttando il suo essere donna capace di capire prima di soccorrere. C'era un senso nell'aiutare ragazze precocemente invecchiate perché schiave di mariti, fratelli, padri a loro volta succubi di un'ideologia antica che, invece di evolvere, si era attorcigliata su se stessa creando un nuovo medioevo all'inizio del terzo millennio. Voleva dire andare contro credenze antiche e usi radicati ed era arduo perché scontrarsi con l'ideologia è difficile, molto difficile. Liberare gli schiavi è, a volte, quasi impossibile. Di sicuro lo è fino a quando essi stessi non si rendono conto di essere schiavi. Per questo serve determinazione e, a volte, anche la forza. A questo servono i ponti e vanno abbattuti i muri, prima di tutto quelli interiori. Solo abbattendo i muri si può vedere l'orizzonte, solo costruendo ponti lo si può raggiungere. Questo il messaggio che Caterina portava fin dal primo momento.

 

"La libertà si respira." Le aveva detto Marco nel prepararla alla missione."Solo chi l'ha respirata a lungo si rende conto di quanto essa sia importante."

Per questo le uniche parole che le erano sembrate appropriate nei confronti delle due donne prima di farle salire erano state: "Andate. Siete libere, adesso! Le cicatrici verranno cancellate. Il futuro vi attende."

 

Naima ci aveva messo un po' di tempo, ma là a 10000 piedi d'altezza capi e scoppiò a piangere.

Per la prima volta nella sua vita erano lacrime di gioia.

 

A hope beyond the shadow of a dream (<<Una speranza oltre l'ombra di un sogno» da Endymion di John Keats)