Il segreto della legnaia - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini
Gruppo di Arcade

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Il segreto della legnaia

Tutte le edizioni > Edizione20
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XX EDIZIONE - Treviso, 4 Gennaio 2015
Segnalato

Il segreto della legnaia

di Giulia Bozzola - Cordenons (PN)



Mi ricordo delle mattine d’estate quando uscivo di buon’ora, sentendo il rumore della pietra cote sulla lama della falce. Era Tonìn, che falciava. Lo andavo a cercare, perchè stare insieme a lui, che abitava nella grande e vecchia casa di fronte alla mia, era un onore.
Ci trovavamo sul prato in due o tre bambini, a guardarlo. Strano, come si muovesse con eleganza, lui che aveva il passo di uno che stesse per arrivare in forcella anche quando era in piano. Eppure, la lama della falce passava leggera alla base dell’erba alta, e ad ogni semicerchio disegnato con le braccia nell’aria, una mezza luna di steli si sdraiava a terra, e si alzava dal prato un odore fragrante. Tonìn avanzava, senza parlare. Quando si fermava per affilare la falce, a volte chiedeva:
‘E allora?’ che non era una vera domanda, ma un modo per dire che ci aveva visti e che potevamo stare, e riprendeva a falciare, col sudore che gl’imperlava la fronte e gli colava poi fino alla barba bionda e giù a bagnare la camicia a scacchi. Quando il sole si alzava, il prato era già tutto sdraiato a terra. Tonìn se ne andava, l’erba cominciava a seccare, e noi tornavamo ai nostri giochi d’estate: volano, dardi, dighe sul ruscello. Quando lo vedevamo tornare sul prato la sera, gli correvamo dietro, ci metteva un rastrello di legno in mano, diceva:
‘Le fiole,’ e noi ci mettevamo a radunare lunghe file di fieno, scoprendo il ricamo rasato sotto l’erba secca. Se il tempo era bello, dopo un paio di giorni il fieno era pronto, raccolto in covoni. Allora Tonìn diceva:
‘Il carro,’ e noi correvamo giù alla stalla e trascinavamo fuori il carro di legno. Tonìn intanto andava a prendere la cavalla, le diceva piano:
‘Uuuh, pògia, Stella!’
E la Stella indietreggiava verso il carro, col ventre largo come una botte.
A Tonìn mancava un dito della mano destra. L’aveva infilato da bambino nello spazio tra l’anello di ferro e la stanga di legno, mentre il cavallo di allora si era mosso in avanti stringendo l’incastro e tranciandogli l’indice. Aveva paura che ci succedesse lo stesso, e ci allontanava dal carro mentre allacciava le fibbie di cuoio e incastrava le estremità di legno del carro negli anelli di ferro.
In ultimo, Tonìn diceva:
‘I varotti.’
E noi correvamo nel fienile a prendere i teli, li buttavamo sul carro e saltavamo sul pianale di assi, poi saliva anche Tonìn, prendeva le redini, faceva uno schiocco con la lingua contro il palato e la Stella partiva, lenta, rassegnata, indolente. Si tornava indietro camminando a fianco del carro carico fino allo scivolo del fienile, e da lì a spalla i varotti entravano ad uno ad uno, e il fieno si ammucchiava sul fondo. Col secondo taglio di agosto il fienile era pieno e profumato, e i prati erano centrini ricamati all’uncinetto.
Tonìn non aveva un lavoro vero e proprio. Non usciva al mattino per andare da qualche parte, non tornava la sera stanco da alcun mestiere. A primavera arrivavano un po’ di pecore, lui le tosava, loro andavano e venivano dalla fontana belando, ridicole e tutte nude. Poi le pecore sparivano, restavano la Stella, la Sila, il segugio con cui andare a caccia, e la panchina davanti a casa dove sedersi a fumare alla sera.
Tonìn incarnava un ideale di piena considerazione di se stesso, mai dover dire di sì a nessuno, mai un orario da rispettare, quel tanto che bastava per sopravvivere.
Ma un anno, a primavera, improvvisamente aveva costruito un recinto di tronchi, era andato alla fiera dei cavalli di Verona, aveva comprato sei bestie, e aveva messo in piedi il “Ranch da Tonìn”, con tanto di locandine pubblicitarie in paese, e un disegno naïf che lo raffigurava su un cavallo impennato, un po’ Tex Willer, un po’ Furia del West. I primi giorni, due dei cavalli erano rimasti legati ai susini accanto al recinto. Di questi, uno aveva la febbre e stava con la testa bassa, soffiando; l’altro, una cavallina baia, aveva un orecchio purulento e pieno di mosche, e alzava di continuo la gamba posteriore e si grattava come poteva, per poi far ripiombare la coscia nel prato, scuotendo la testa in cerca di sollievo. Era arrivato il veterinario, il cavallo con la febbre era sparito, e la cavalla baia aveva raggiunto gli altri nel prato che dal recinto scendeva fino al torrente.
Ma una mattina presto, la cavallina baia non si era era più vista, e l’avevano trovata solo più tardi, col muso affondato nell’acqua del torrente, lo zoccolo posteriore con il ferro incastrato nel cuoio della  cavezza.
Doveva essere rotolata giù per il prato, dopo aver perso l’equilibrio non riuscendo più a riabbassare la zampa posteriore, poi una volta nel torrente il muso era finito nell’acqua, e lì era annegata.
Era arrivato il veterinario, poi Bòrtolo col trattore. L’avevano tirata con un cavo fin nel prato. Quegli uomini avevano fatto qualcosa, là in fondo, ma non avevano lasciato avvicinare noi bambini. Tonìn era tornato su alla casa, e era sceso di nuovo con un’accetta in mano. Il veterinario infine era risalito, e aveva dato una sciacquata sommaria ai suoi ferri alla fontana. Sebbene le cose non fossero cominciate bene, per il “ranch”, e i cavalli si fossero ridotti a quattro più la Stella, poco dopo i primi clienti erano saliti lungo la strada per cavalcare, e noi bambini avevamo trovato un nuovo gioco per l’estate. Avevamo preso a indossare stivali neri di gomma fino al ginocchio, che ci facevano sembrare cow-boy, e fin dal mattino presto eravamo indaffarati con gli animali da strigliare, le selle, i finimenti e le stalle da pulire. Tonìn ci guardava, sornione, e ci lasciava fare.
Solo dopo pranzo scendeva sul “ranch” una quiete fastidiosa. Dalle finestre aperte della grande casa lo sentivamo salire lungo le scale, tossendo, fino al secondo piano. Tonìn, andava a dormire. Per un paio d’ore non c’era più niente da fare. Così noi bambini ci disperdevamo, ognuno alla propria casa per un po’.
Non io e Giorgio.
Tonìn non voleva che entrassimo nel grande retro disabitato di casa sua, che era un rudere abbandonato, ma in quelle ore di quiete forzata, senza farci sentire, io e lui c’infilavamo nella legnaia dove, arrampicandoci sopra una catasta, riuscivamo ad afferrare una delle travi di legno sopra le nostre teste, ciò che rimaneva del soffitto. Una volta saliti a cavalcioni sulla trave, ci tiravamo in piedi cautamente e poi, con un salto, entravamo nella stanza adiacente, che aveva il pavimento e nella quale avevamo nascosto qualche vecchio numero del Corriere dei Ragazzi. Passavamo il tempo leggendo, aspettando che Tonìn si svegliasse di nuovo, e quando sentivamo i suoi passi lungo le scale e qualche colpo di tosse, in un attimo scendevamo giù e giravamo l’angolo come se fossimo appena arrivati da casa, solo un po’ prima degli altri.
Ma un pomeriggio, dopo aver letto per un po’ le vecchie storie di Michel Vaillant e di Hugo Pratt che conoscevamo ormai a memoria, la solita stanza sopra la legnaia ci sembrò all’improvviso troppo piccola, e ci venne in mente di salire lungo la scala che da lì portava agli altri due piani.
Salimmo i gradini che portavano al piano superiore stando attaccati al muro, perchè la scala era sbrecciata, e in più punti era ridotta a un passaggio largo poco più di un nostro piede. Sopra di noi c’era ancora un altro piano, ma in quel punto la scala era crollata del tutto. Così prendemmo due vecchie sedie trovate in un angolo, e le mettemmo una sopra l’altra. Giorgio ci salì sopra, abbracciò la trave nuda sopra di lui, si dondolò, intrecciò le gambe e con un colpo di reni si issò a sedere. Quindi mi allungò una mano e mi aiutò a salire, e strisciando a cavalcioni sulla travatura di legno fummo al terzo piano che, tranne per la parte dalla quale eravamo saliti noi, aveva il pavimento integro. In fondo alla stanza c’era una porta che dava direttamente alla metà della casa dove viveva Tonìn, e attraverso la quale lui evidentemente passava, visto il mucchio di cianfrusaglie ammucchiate là accanto. Camminammo fino alla porta. C’era un odore forte, dolciastro e nauseante, lassù. Giorgio prese qualcosa da terra.
‘Guarda!’ mi disse, sollevando uno zoccolo di cavallo. C’era una grossa corda legata intorno alla caviglia, ancora pelosa, e alcuni vermi bianchi caddero per terra, con un rumore come di pioggia.
‘É della cavallina morta!’
Lì vicino c’era un grosso vaso di vetro, lo presi.
‘Questo aveva in pancia la cavalla!’
Dentro c’era un liquido neutro, nel quale galleggiava un feto. Gli occhi gonfi sul muso abbozzato, le quattro zampe strette contro il petto. Il cavallino andava su e giù nel liquido che, contro la luce del sole, assumeva un colore rosato.
Col caldo della giornata, l’odore dello zoccolo riempiva le narici e lo stomaco.
Sentimmo Tonìn dall’altra parte che scendeva le scale, perciò, riponendo il vaso, dissi: ‘Torniamo!’, e Giorgio fu d’accordo.
Attraversata la stanza, fummo di nuovo sulle travi. Da lì, i tre piani della casa apparivano uno in fila all’altro in un labirinto verticale di vuoti e di pieni.
Giorgio avanzò per primo, un piede dopo l’altro lungo la trave. Lo stavo guardando mentre procedeva verso il punto dove, sotto, avevamo lasciato le sedie, quando di colpo non lo vidi più, e pensai che fosse caduto di sotto.
Feci un passo in avanti, col cuore in gola, poi vidi le sue mani attorno alla trave: non era caduto, ma dimenava i piedi nel vuoto, e le dita afferravano il legno in cerca di un appiglio.
‘Prendi lo zoccolo!’
Tornai indietro, corsi a prendere lo zoccolo e fui di nuovo da lui in un attimo. Gli legai il capo della corda attorno al polso, poi passai lo zoccolo sopra la trave, e lo rigirai un paio di volte. Le mani mi tremavano. Giorgio ora poteva attaccarsi a qualcosa, e io riuscivo a tenerlo per la maglietta e tirarlo verso di me. Dapprima, sentii una sua mano intorno al collo. Poi il suo ginocchio strusciò contro il mio ginocchio, e un suo gomito mi entrò tra le costole, poi Giorgio si appoggiò tutto a me, e un attimo dopo sedeva sulla trave. Ansimava.
Ci fu un colpo di tosse di Tonìn, questa volta veniva dall’esterno della casa. In quel momento, gli stivali di Giorgio si sfilarono, e li guardammo cadere giù, fino alla legnaia.
‘Non ci veniamo più, qua,’ disse Giorgio, poi prese lo zoccolo, lo lanciò verso l’angolo della stanza, strisciò fin sopra le sedie, e si lasciò scivolare di sotto. Feci lo stesso.
Nella stanza al primo piano, dalle finestre senza serramenti, il sole di luglio entrava caldo e rassicurante, come se non fosse successo niente.
In quel momento, Tonìn aprì la porta della legnaia. Che avesse sentito qualcosa? Rimanemmo immobili finchè la porta non si richiuse, aspettammo cinque minuti, e poi scendemmo. Giorgio recuperò gli stivali, e vedendo dalla porta sbaciata Tonìn che armeggiava intorno alle selle, di spalle, uscimmo piano e fummo da lui, come se nulla fosse.
‘Mica…?’, ci disse, e noi ci appoggiammo al recinto, come se non avessimo sentito.
Sebbene avessi sempre voluto, un giorno, rivelare a Tonìn quell’avventura, gli anni passarono in fretta, troppe cose successero, e molte cose cambiarono. Non ultime, io diventai grande, Tonìn invecchiò e non vidi più Giorgio.
La strada bianca che portava alla casa di Tonìn fu asfaltata di lì a poco. Rimanevano, ai lati, i cespugli di nocciolo e i muri a secco dai quali spuntavano i ciuffi di asplenio, ma non si vedevano più gli alpini salire in lunghe file affaticate, con i muli carichi, per il campo estivo alle pendici del Pelmo.
Il “ranch” fu chiuso, i cavalli venduti. Rimase la Stella a pascolare nel prato, poi morì anche quella, e Tonìn non comprò altri cavalli. Sostituì il carro di legno con una Kadett, nella quale stipava i varotti di fieno, sempre di meno ogni anno. Infine, un’estate, la falce rimase dietro la porta del fienile. Arrivò gente da fuori con grosse macchine rumorose, e i prati si coprirono di cilindri di plastica azzurra. Tonìn vendette la Kadett, comprò una vecchia Cinquecento e, da allora, rimase seduto sulla panca davanti a casa sua, con la Sila che andava su e giù alla catena, e io capii che un tempo era finito, e non solo per il fieno.
Vennero strane estati di piogge fitte.
Un giorno, Tonìn venne a bussare alla porta indossando stivali di gomma e una mantella nera.
‘Vieni.’
Salimmo insieme fino in cima al prato, trascinando i piedi in un fiume d’acqua. Là in cima, sotto le mantelle di plastica, c’erano altri come me, alcuni dei bambini di un tempo, uomini, ormai.
Con la motosega abbattemmo un buon numero di alberi, e appoggiammo i tronchi uno sopra l’altro, a formare una diga. L’acqua cominciò a far sponda e, trovando quel muro di legno a sbarrarle il cammino, prese a piegare di lato verso la strada asfaltata. Sotto il diluvio non c’era stato tempo per parlare, e quando il lavoro fu finito rimanemmo in silenzio, a guardare l’acqua che correva in un fiume di sassi e di fango. In mezzo al grigio della pioggia che cadeva, ardeva solo la sigaretta di Tonìn, che mandava sfrigolii ogni volta che veniva colpita da una goccia che riusciva ad infilarsi sotto l’ampio cappuccio della mantella. Avevamo fatto un buon lavoro, le case erano salve.
‘E allora, Tonìn, come andiamo?’, gli chiesi. Quasi mi pareva il momento giusto, dopo tanti anni, per parlargli del segreto della legnaia. Ma mi rispose:
‘Ho il cancro,’ e così rimanemmo a guardare la pioggia e la strada. Lui e il mondo sembravano avere la stessa malattia.
L’inverno seguente Tonìn morì, e fu sepolto in una di quelle giornate bigie con poca neve e un freddo pungente che potei solo immaginare. Infatti, non andai al funerale. Seppi anche che sei mesi dopo, sul muro sopra la panchina sulla quale era solito sedersi e fumare, era comparso un cartello bianco: ‘Realizzazione otto appartamenti, finiture di pregio’.
Quelle parole furono come il raschio di un’unghia sulla lavagna per il mio cuore.
Non sono mai più salito fin lassù per vedere che ne è stato della legnaia nella quale io e Giorgio abbiamo rischiato di cadere un giorno, per paura di vedermi rubare anche i ricordi, e per me Tonìn è ancora là che fuma, con le ciabatte marrone, le braghe di velluto, il maglione rosso di lana, dopo aver falciato qualche prato, mentre la sera si fa rosa sulle montagne, e la Stella nitrisce, stanca, nella stalla.
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