Il conto - Gruppo Alpini Arcade


Associazione Nazionale Alpini


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Il conto

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

IX EDIZIONE - Arcade, 4 gennaio 2004
Segnalato

Il conto

di Giorgio Visentin - Godega di Sant'Urbano (TV)



Anche settembre se ne stava andando. Quella mattina il mare, schiacciato dal cielo plumbeo, trasudava sabbia e mucillagine mentre la linea dell’orizzonte si nascondeva nella bassa foschia lattiginosa. Solo le montagne, a nord, sembravano sfuggire a quella morsa autunnale ed il loro profilo si stagliava nitido sull’infinito, azzurro e terso.
Il lungomare di Jesolo, verso il faro, era deserto.
Solo un uomo, un vecchio, con un maglioncino annodato sulle spalle camminava sulla battigia sfiorando con i piedi scalzi la lingua spumosa delle onde.
Miro avanzava lentamente, la testa china, come contando i passi o cercasse le conchiglie più belle.
Dall’hotel Royal venne un gruppo di anziani vacanzieri tedeschi. Gli ultimi.
Incuranti del tempo, si diressero verso i posti in spiaggia, con gli ombrelloni ancora chiusi e le sdraio ben ripiegate,  per respirare e fare scorta di iodio per il loro crudo inverno.
L’uomo si fermò ad osservarli, non certo per curiosità ma spinto da un vago senso di malinconia e di vuoto, pensando a sua moglie che non c’era più.
E sedette. Sedette sulla chiglia d’una barca tirata a riva, capovolta.
Alcuni gabbiani, sotto la scogliera frangiflutti, si facevano cullare dalle onde, altri veleggiavano in alto, con striduli richiami, ad ali spiegate. Liberi e regali.
Una coppia ritardataria uscì dal Royal. Una donna, bianca nei capelli ma ancora bella, avvolta in un accappatoio rosso, e un uomo, alto, e biondo ancora nonostante l’età. Erano preceduti da un cagnolino di razza, ricciuto, che zampettava inebriato dagli afrori che il mare mosso portava con sé.
L’uomo seduto sulla barca ebbe un brivido che gli trapassò come una stilettata la spina dorsale, facendolo inarcare.
“No." - si disse, troppi anni erano passati.
Quando la distanza diminuì, Miro poté guardare meglio - "No, impossibile, - pensò - non può essere lui” anche se quella mascella quadrata con la fossetta era la sua… e poi l’incedere, il portamento superbo, gli occhi freddi… anche. Corrugò la fronte tirando bene la vista, ma presto dovette arrendersi perché le pupille, velate dalla cataratta, gli bruciavano a fissare così a lungo.
“Il solito scherzo della vita. Guarda un po’ alla tua età, Miro, cosa vai a pensare” concluse con una virgola d’ironia.
La coppia scese gli scalini che portavano alla spiaggia con prudenza e l’uomo allungò il braccio per dare appoggio alla compagna la quale, in cambio, gli regalò un sorriso. Un sorriso da donna ancora innamorata.
Nel farlo, l’uomo si girò di spalle scoprendo alla base della nuca, appena sotto l’attaccatura dei capelli, una voglia brunastra a forma di mezzaluna, poco più grande d’una moneta.
Una botta a tradimento al suo cuore stanco che cominciò a martellargli nel petto con spasmi lancinanti. Un senso di vertigine gli attanagliò tutto il corpo.
- Il capitano - sussurrò, ma forse era un gemito.
E di colpo la mente di Miro si riempì dello stridore di freni e di chiavistelli che si aprivano, di ordini urlati e di scudisciate sulle schiene.
E i suoi occhi ebbero davanti ancora quei volti scavati dal pianto e dalla paura.
Rividero quei corpi ossuti, rinsecchiti dalla fame e asciugati dalla sete, che si perdevano nelle uniformi grigioverde, o quel che ne restava. Resti di un esercito abbandonato dal re e dalla patria matrigna alla mercé di un nemico, il tedesco, divenuto padrone assoluto della loro vita.
Ed erano uomini, quel giorno, che venivano spinti giù dal treno piombato in aperta campagna per respirare una boccata d’aria, per liberare il corpo, per muovere le membra anchilosate, per togliere di dosso il fetore dei carri bestiame diretti in Germania.
Uomini disperati che sognavano la fuga, ma subito disillusi dai mitra spianati delle SS di guardia.
Ordini secchi, gridati da un uomo alto, biondo, con gli occhi duri e la mascella quadrata con la fossetta. Un capitano delle SS che batteva ritmicamente il frustino sugli ampi calzoni dalla piega perfetta che s’infilavano in lucidi stivali di cuoio nero.
Accucciato ai suoi piedi, la lingua bavosa a penzoloni tra una corona di forti denti, le orecchie ritte e gli occhi vigili, un cane lupo dal pelo maculato, corto e ben curato.
Un prigioniero, con uno scatto repentino, cercò di tuffarsi oltre la siepe che costeggiava la ferrovia.
E il lupo, silenzioso come un rapace, gli si slanciò alla caccia con ampie falcate, lo atterrò azzannandogli un polpaccio e poi mirò alla gola.
Non bastarono le sue alte grida di terrore e nemmeno il suo convulso scalciare a fermarne la ferocia.
E poi giunse il richiamo, uno solo: - Thor - e il cane si rialzò, con il muso sporco di sangue, mettendosi di nuovo a cuccia.
Il capitano delle SS, con passo lento e misurato, si avvicinò all’italiano che se ne stava rannicchiato a terra con le carni lacerate. Giunto a due passi si fermò.
In un silenzio irreale l’ufficiale si sfilò lentamente i guanti di pelle. Estrasse dal taschino della giubba una tabacchiera d’argento. Prese una sigaretta e ve la batté un paio di volte sul coperchio cesellato per compattare il tabacco. L’accese e vi fece due tirate, assaporandone l’aroma. Poi, come se fosse una cosa normale, aprì la fondina. Impugnò la Luger. Con uno scatto metallico spinse il proiettile in canna. Tolse la sicura…aspirò un’altra boccata di fumo… Sparò.
La testa del prigioniero esplose come un’anguria matura.
Alcuni sprizzi di materia cerebrale andarono a stamparsi sui suoi stivali immacolati. Ancora un solo richiamo: - Thor -  e il cane, scodinzolando, cominciò a leccare.
Dieci minuti durò la sosta, non di più, e poi altri ordini, altre percosse con il calcio del fucile e di nuovo tutti dentro i vagoni, schiacciati l’uno all’altro in piedi,  per ore, per giorni ancora.
E Miro quel mattino era là, appiattito in un campo di pannocchie assieme ad altri due compagni e al Turco, il capo del loro nucleo partigiano.
Aveva da poco compiuto 24 anni, ma era già un veterano di quella sporca guerra: artigliere della Julia era stato in Francia, in Grecia e in Montenegro, schivando infine per miracolo la Russia.
Dopo lo sfascio dell’esercito regio, era riuscito a sfuggire alle retate naziste e a tornarsene a casa. Ma non era finita e sui muri del paese venne affisso il  bando d’arruolamento di tutti gli uomini validi nella milizia repubblichina.
- Tu sei un bravo italiano e un soldato esperto, - gli aveva detto il podestà all’osteria domattina ti aspetto. Uno come te, minimo minimo, lo fanno sergente - allettandolo.
Invece, la sera stessa, messe due cose nello zaino, Miro se l’era filata in montagna, in Cansiglio, con i garibaldini. Corvo l’avevano chiamato i compagni per via della penna, nera come l’inferno, sul suo cappello d’alpino che s’era portato dietro per ripararsi la testa dal freddo e dalle intemperie.
Stavano minando i binari quando avevano sentito l’ansimare del treno che s’avvicinava. Ma non era quello che aspettavano, carico di munizioni, proveniente da Udine. Questo veniva dalla parte opposta, probabilmente un convoglio passeggeri o un treno ospedale.
- Presto, via boce.- aveva detto il Turco. – Nascondiamoci in mezzo alla biava, l’esplosivo lo mettiamo quando questo è passato -.
Ma quel maledetto treno s’era fermato proprio lì. E vide.
Quando l’ufficiale nazista sparò a bruciapelo al soldato italiano, le sue mani cercarono il fucile. Quasi avesse capito le sue intenzioni, o forse perché erano le stesse, il Turco gli posò una mano sulla spalla e gli parlò con lo sguardo: “So cosa provi Corvo, ma siamo in quattro e non possiamo fare nulla per quei poveretti. Aspetta, verrà il momento per saldare il conto.”
Il capitano delle SS, dopo essersi accertato che i vagoni fossero chiusi, si diresse verso un cespuglio distante una decina di metri dalla ferrata.
Rassicurato dalla calma di Thor, ubriacato dal lezzo con cui quell’umanità aveva impregnato l’aria, si sfilò lo spallaccio della pistola, si calò i pantaloni e vi si accovacciò dietro. Dal bordo superiore del fogliame spuntava solo la testa. Miro vide il tedesco togliersi il kepì e con un fazzoletto passarsi con cura la fronte e la nuca su cui spiccava una voglia brunastra a forma di mezzaluna.
Dai vagoni piombati cominciò a salire un lamento lugubre. Il capitano zufolava.
Miro puntò il fucile contro la testa bionda. “Te la faccio saltare come una boccia, boia nazista…” pensò digrignando i denti.
Fece un respiro profondo, trattenne il fiato per non alterare la stabilità del braccio e collimò il mirino proprio su quella voglia scura.
Un tiro facile facile.
E “…capitano kaputt.”  Una bestia in meno.
L’indice stava già solleticando il grilletto quando una spinta gli abbassò l’arma.
Il Turco lo stava incenerendo. “Pazzo. - gli trasmetteva il suo sguardo di fuoco - Credi forse che non lo farei io per primo? E poi? Non hai pensato alle rappresaglie contro i civili dei paesi qui attorno? Metti giù quel fucile!”
L’ufficiale, intanto, s’era rialzato. Con un colpetto della mano si lisciò i pantaloni e risalì nella carrozza-comando. Un solo gesto e il treno, con il suo carico di dolore, riprese il suo  ansimare verso il filo spinato dei lager.
A terra rimaneva un soldato, un calabrese come si saprà poi quando il prete gli darà sepoltura, contorto in una vischiosa pozza di sangue.
Miro si passò la mano che tremava come una foglia sugli occhi, come per scacciare un incubo. Ed ora l’incubo era tornato, si era materializzato, era là.
Un abbaiare insistito lo scosse del tutto. Il cagnolino peloso, quasi avesse intuito ciò che quello sconosciuto provava per il suo padrone, stava ad una spanna dai suoi piedi e lo puntava con fare aggressivo.
Un solo richiamo:- Thor .- e l’animale si ritirò dietro l’uomo che stava avanzando verso Miro con passo misurato e sicuro.
- Scusi signore,- disse in un buon italiano, anche se con timbro gutturale - è prima volta che mio cane comporta così. Ma come dite qui Italia, se memoria ricorda bene, “cane che abbaia non morde”, ja? -  e si lasciò andare ad un sorriso compiaciuto.
- Parla bene la nostra lingua… -  gli fece Miro, mascherando i suoi sentimenti.
- Io amo Italia. Sole, mare, buono mangiare e vino… mmmh! - continuò l’altro, facendo schioccare le labbra deliziato - Firenze, Venezia… - una pausa per marcare la battuta successiva – e terme di Abano, sa noi vecchi con dolori ossa, ah ah! - e rise.
Miro, contrariamente a quanto si aspettava il tedesco, rimase impenetrabile.
Quegli dalla tasca sfilò una tabacchiera d’argento e gliel’allungò con fare amichevole.
Spingendo in avanti il palmo della mano Miro rifiutò l’offerta.
L’altro prese una sigaretta, la batté due tre volte sul coperchio cesellato e l’accese. Ne aspirò  un paio di boccate, poi volse lo sguardo verso le montagne e continuò: - Io fatto guerra qui. Anche lei stato soldato? -
Annuì.
- Ach,- sbottò il tedesco, come se non aspettasse altro – voi italiani prima camerati di Germania, poi cambiare, tradire Mussolini e nostro fuhrer. -
- Era una guerra non nostra, - replicò con fermezza Miro – eppure l’abbiamo combattuta con valore su tutti i fronti. Io sono stato fortunato, se fossi finito in Russia forse non sarei tornato come tanti miei amici. Quando ho capito, sono andato su quelle montagne… - e le indicò alzando il mento, quasi a sfidarlo - a fare il partigiano. -
- Partizan!  - esplose il tedesco con rabbia scagliando il mozzicone per terra. – Partigiani non soldati, banditen, banditi, colpire alla schiena soldato tedesco e poi scappare come conigli.
- Quella era diventata la nostra guerra - lo affrontò Miro – Era l’unico modo per salvare l’onore dell’Italia. Non c’erano altri mezzi. Eravamo in pochi lassù, senza  armi e cibo. Ma avevamo un ideale, un sogno da realizzare. E quante volte siamo stati fermati dalle vostre feroci rappresaglie sui civili…
Eventi nascosti nelle pieghe del tempo ma che ora, quasi si fosse aperto un cancello nella sua mente, ne uscivano scalpitando.
- Io una volta volevo uccidere un ufficiale delle SS perché l’ho visto giustiziare un nostro soldato che cercava di fuggire da un treno piombato, proprio sotto quelle montagne. Ma non l’ho fatto per evitare altri lutti e sofferenze… lei si ricorda quali, vero?
Mentre parlava lo fissava dritto negli occhi e gli scendeva dentro, giù a scavargli l’anima.
E il tedesco, sorpreso, taceva cercando di proteggersi abbassando lo sguardo.
Ma Miro non gli dava scampo: - Se ne stava accucciato dietro un cespuglio. Che nobile fine sarebbe stata:“morto mentre stava cacando” e questa volta si permise un sorriso di scherno. - Che bell’epitaffio, eh? Niente fanfare e medaglie, niente cavalcate di valchirie, niente paradiso dei Nibelunghi per uno beccato con le braghe alle caviglie, ah ah! Lo zimbello del Reich sarebbe diventato. E si divertiva Miro, perché ad ogni sua parola l’altro si faceva sempre più piccolo - La sua testa ce l’avevo sulla punta del fucile e poi avrei steso anche il suo lupo… Thor, si chiamava. Thor, come questo suo delizioso cagnolino, solo che quell’altro non abbaiava, no, ma come mordeva e martoriava e straziava.
Il tedesco, come un pugile colpito allo stomaco, sembrò piegarsi in due e cercò di fuggire arretrando d’un paio di passi, cereo e rugoso in viso.
Ma Miro gli tagliò la ritirata: - In tutti questi anni ho sperato che ciò che non ho potuto fare io l’avesse fatto un russo o un americano o un altro partigiano o che ci avesse magari pensato il Dio della giustizia, invece… Ma forse è meglio così perché adesso… lui sa, ja?
Aveva ragione il Turco, prima o poi il passato torna e presenta il conto. E va pagato, sempre. Oh, sì. Gliel’avrebbe sparata quella pallottola che per cinquant’anni s’era portato dietro, pesante come un macigno, e che gli aveva rotto il sonno e la coscienza.
Non ci sarebbe stata nessuna rappresaglia a fermarlo, stavolta.
Ma gliel’avrebbe tirata non alla nuca bensì in fronte, guardandolo negli occhi, perché doveva sapere che quella era la pallottola del disprezzo, la peggiore di tutte. E quella gli avrebbe spappolato il cervello non una, ma mille e altre mille volte ancora.
Miro emise un sospiro profondo, s’alzò dalla barca e s’avviò verso il faro.
Fatti cinque passi si girò.
Lentamente alzò la mano destra. Con l’indice teso e il pollice ritto sagomò la forma di una pistola. Allungò il braccio nella direzione del tedesco che lo fissava rattrappito e stravolto.
Un battito di ciglia, uno solo, lungo tutta una vita.
Un tiro facile facile.
- Bang… capitano kaputt.
Leggeri erano i passi di Miro e come cantava il suo cuore, ora.
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