Apriti cielo - Gruppo Alpini Arcade


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Apriti cielo

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
Sezione di Treviso e Gruppo di Arcade

PREMIO LETTERARIO
Parole Attorno al Fuoco
PREMIO NAZIONALE PER UN RACCONTO SUL TEMA

“La Montagna: le sue storie, le sue genti, i suoi soldati, i suoi problemi di ieri e di oggi”

XX EDIZIONE - Treviso, 4 Gennaio 2015
Segnalato

Apriti cielo

di Bruno Pasetto - Treviso



Piero si era imposto di avere rispetto per gli animali e la natura, dopo averlo perduto per il genere umano. Aveva deciso di continuare a esistere cercando di dimenticare il dramma della guerra vissuta. Se non ci fosse riuscito sarebbe diventato come un tronco d’albero abbattuto, legno utile a uno scultore capace di affrancarne l’anima nascosta dentro. Il nostro uomo, che non avrebbe mai potuto essere trasformato in una forma statuaria, a quel punto sarebbe stato costretto a liberarsi della sua croce soltanto urlando tutto il proprio dolore.
Tornato a Plodn dal lager di San Sabba nel maggio del 1945, dopo anni di assenza, si era ritrovato a essere padre di una figlia che al momento della partenza non aveva. Fatti due conti per quanto approssimativi, la giovanissima età della bimba non poteva nascondere una verità inconfutabile quanto sgradita. Del resto lo sguardo abbassato e contrito della sua compagna fu già una risposta chiara. I parenti stretti non parlarono e a lui parve tempo perso chiedere delle spiegazioni. Pensava che fosse l’ultima tragedia da dover sopportare, non peggiore ma nemmeno tanto migliore delle persone uccise, della tremenda prigionia, della fame sofferta, della serenità perduta.
Per una sorta di rappresaglia dopo la cocente novità di casa, inattesa e indigesta, sua moglie non aveva più avuto un nome. Così la chiamava usando in senso spregiativo la parola dialettale femena.
Nei primi giorni, stordito e confuso, aveva sorriso amaramente tra sé dell’impensabile sorpresa che festeggiava il suo ritorno, ironizzando per la ciliegina sulla torta, per il chi non muore paga pegno, oppure per il chi va dall’osto perde il posto. Poi ai facili aforismi erano subentrati sentimenti tristi e avvilenti, già difficili da dominare per chiunque ma ancora peggio per lui, che si portava appresso l’aggravio delle allucinanti esperienze patite prima da soldato e poi da recluso.
Riprese il lavoro di mandriano, con le mucche che stimò più generose e pazienti di qualsiasi donna e con i cani che amò per conservare nell’animo l’idea della fedeltà.
Scansò il prete per i santi principi che proclamava tacendo, obbligato dal vincolo confessionale, la verità che lo riguardava. Entrava in chiesa quand’era vuota a specchiarsi nel crocifisso, cercando nel confronto di riconoscere, rispetto al Cristo, la pochezza della sua personale umiliazione. Quando passava dalla Borgata Mulhbach si consolava al pensiero che non gli sarebbe servito salire da penitente l’erta che conduceva in progressione alle quattordici stazioni sacre. Al Golgota era già salito da tempo e la sua via Crucis era tutta l’esistenza vissuta, strada ancora presente nella quotidianità con il peso insopportabile di quanto aveva dovuto vedere e subire specialmente da relegato a Trieste.
Per strada e nelle osterie ringhiava e fiutava tra la gente che apposta faceva di tutto per evitarlo. I paesani convenivano che avesse contratto, come fosse stata una malattia, la scontrosità delle bestie bovare e il selvatico dei predatori del bosco. Piero era convinto che tutti sapessero cosa e chi cercasse, perciò lo tollerassero semplicemente tacendo, che per i valligiani è sempre rimasta una forma dovuta di riguardo per le disgrazie del prossimo.
Per molto tempo Giuseppina, la figlia non sua, fu una spina nel fianco. Il montanaro sappadino faticava a considerarla innocente, parimenti sventurata, destinata a tenere aperta la peggiore delle ferite non sanguinanti per un uomo tornato vivo dalla guerra e dalla prigionia.
L’ostinazione di lei a cercarlo pareggiava la sua nell’evitarla. Li accomunava il silenzio, figlio della colpa che paradossalmente non avevano, ma erano costretti a penare al posto d’altri.
Egle, la figlia legittima, non era ancora nata mentre lui cercava di lenire la rabbia per la piccola bastarda e viveva ossessionato dalla volontà del proprio riscatto virile.
La sua frequentazione in famiglia era ridotta allo stretto indispensabile.
Verso la fine del mese di ogni maggio era obbligato alla salita in alta quota. L’alpeggio, di proprietà regoliera, si trovava nella Val d’Olbe con la possibilità di utilizzare una vecchia baita di sassi per il deposito e il ricovero personale. Il periodo di assenza da casa si prolungava fino a settembre inoltrato e terminava con la demonticazione, cioè con la ridiscesa nella più ospitale vallata di Plodn. Per il resto delle stagioni la cura delle bestie continuava nella capiente stalla vicina al corso del Piave, poco distante dal maso di cui era proprietario.
Il lavoro faticoso, pressoché a tempo pieno per tutto l’anno, gli consentiva di sorvolare sui travagli vissuti. Ma certi brutti pensieri stavano incollati al suo cervello come i peli alla pelle e le spine al rovo, pronti a suscitargli reazioni dolorose se sollecitati volutamente o magari per caso.
Durante il giorno, occupato e in continuo movimento, aveva modo di tenere a bada soprattutto i brutti ricordi dell’internamento. Non poteva invece evitare gli spiriti malevoli che a volte, nel sonno profondo, lo attendevano come dei rapaci incalliti, pronti a richiamare quanto la sua mente non avrebbe mai potuto rimuovere in maniera definitiva.
Gli successe anche in una notte d’inverno, la prima volta che s’era ritrovato a dormire da solo nella camera matrimoniale. In quel periodo sua moglie, per poter essere assistita a causa della gravidanza complicata, si era trasferita dai propri genitori.
La cena con Giuseppina, che aveva da poco compiuto sei anni, era iniziata e finita nell’usuale clima laconico e distaccato.
C’era stato però un momento in cui lo sguardo interrogativo della bimba, puntando diritto al volto del padre, l’aveva messo in soggezione. Turbato, lui aveva cominciato a sentirsi addosso altri occhi, decine di occhi inquisitori che lo guardavano. Poi aveva rivisto gli stessi suoi atterriti al tempo della cattura, supplichevoli verso un kapò che doveva operare in fretta una scelta. I disertori italiani erano stati raggruppati nel poligono di tiro di Villa Opicina, dopo giorni di continui rastrellamenti nei territori del Friuli e dell’Istria. Quella specie di comandante aguzzino doveva indicare uno soltanto tra i prigionieri presenti. Piero non capiva il motivo, ma la discreta conoscenza della lingua tedesca gli aveva permesso di tradurre quanto reclamavano i tre soldati del Terzo Reich appena giunti con una camionetta. Fu additato dal kapò e si rivestì presto avendo avuto la consapevolezza d’essere stato graziato. Ma il giorno seguente, quando rivide i commilitoni che erano rimasti spogli e attoniti mentre lui saliva sull’auto militare e spariva, provò un profondo disprezzo per se stesso. Con pochi altri avrebbe dovuto scaricare i corpi gelidi e crivellati, carcasse umane spaventosamente scomposte, dal pianale del camion che li conteneva ammassati come volgare carne da macello. All’interno della risiera di San Sabba, fatalmente, il destino aveva provveduto a riunire l’unico rimasto vivo ai morti brutalmente uccisi a colpi di mitra.
Così, agitato e indifeso, Piero non rispose allo sguardo della bambina rimasta a guardarlo. Al momento vedeva soltanto occhi sbarrati e atterriti, incollati sulle sue spalle mentre si allontanava dal campo di sterminio. Si portava dentro la colpa atroce per l’imperdonabile vigliaccata. Sentiva ancora insanabile un dolore lancinante per averli abbandonati, con l’unico pensiero di salvarsi la vita.
Di notte, soffrendo l’orribile ricordo, stentò il sonno, ma infine dovette cedere alla stanchezza. Perciò non fu più in grado di guidare le sue emozioni che, incontrollate, si trasformarono nell’ennesimo incubo, nella rivisitazione dell’indelebile accadimento avvenuto il giorno successivo alla strage perpetrata.
La scala stretta e buia, impregnata di un odore nauseabondo, scende metallica fino al piano interrato. Laggiù la porta del forno crematorio è aperta per ricevere un indicibile carico di efferatezza e follia. Come quello degli altri trasportati a mano, il viso di un cadavere lo sfiora, costretto com’è a sostenerne il corpo tenendolo dalla parte della schiena. Il prigioniero che lo aiuta ne regge le gambe. Piero sente di avere il cervello svuotato e sconvolto alla pari dello stomaco. Non è in grado di pensare a niente né di vomitare qualcosa. Nemmeno può confidare in una soluzione alla continuità del suo stordimento e di conati ugualmente lancinanti. Però è in grado di percepire un impossibile tepore al contatto del suo braccio con la bocca del morto. Forse proprio per questo motivo, dopo l’ultimo gradino, le ginocchia gli cedono raccogliendo il volto emaciato dell’uomo e un rantolo appena percettibile che proviene da quelle labbra scure e tumefatte. S’accorge che è ancora vivo e lo grida a forza senza ritegno, non realizzando di sprecare soltanto del fiato. Urla più volte convinto di poterlo salvare. Volge i suoi occhi, ancora supplicanti, verso le guardie tedesche che invece, puntandogli le pistole contro, lo inducono terrorizzato a tapparsi la bocca con tutte le dita.
In un attimo dalle mani di uno dei militari spunta una mazza di ferro che va ad appoggiarsi al corpo di Piero e un’arma, che invece si accosta con la canna alla sua nuca. Il tutto succede nel silenzio più assoluto e con un unico comando essenziale, che suona gelido e rimbomba come il rintocco di una campana a morto: schnell!
Sa bene di non avere scelta e ancora una volta decide di sopravvivere. Lo fa da meschino, tremante, macchiandosi nuovamente di codardia e ferendosi con la propria ira. Chiude gli occhi allo scempio che sta per perpetrare e, sollevata di peso la possente clava di metallo con entrambe le mani, la lascia cadere pesantemente dall’alto. Uccide un uomo moribondo e lo fa esercitando il più primitivo e barbaro degli atti distruttivi verso un proprio simile. Il fendente squarcia il corpo e il fragore si tramuta in frammenti di sangue e viscere che rimbalzano impazziti contro il muro maestro.

Che adesso da sveglio non è più la parete del lager. Ma lui, stravolto dal massacro appena reiterato in sogno, non riesce a distinguerla.
Al tempo della permanenza nella risiera di San Sabba i suoi occhi avrebbero registrato in continuazione scene altrettanto raccapriccianti. Perciò era stato costretto a erigere dentro di sé argini di contenimento sempre più alti contro gli orrori che venivano commessi in quel posto. Per poter resistere aveva confidato nel dono dell’oblio, in una provvidenziale e totale dimenticanza attraverso l’annientamento progressivo del proprio spirito e del proprio intelletto. Così non era stato e, ancora dopo la liberazione, tutto lo strazio accumulato era rimasto chiuso dentro un perverso tormento interiore. Che infine quella notte era straripato di lacrime e urla irreprimibili.
Giuseppina, spaventatissima, era corsa dalla camera vicina a gridare papà! papà ci sono io, voglio aiutarti, ripetendo le parole fino allo spasimo, senza che la mente sconvolta di Piero potesse udirla. Poi si era rintanata in un angolo della stanza, rimanendo accovacciata in compagnia di un flebile pianto di paura, che aveva preso la cadenza monotona di una triste nenia cantilenante. Sembrava volesse cullare con la sua voce il dolore inconsolabile dell’uomo.
Lì rimase immobile, paralizzata, impedita, fino a quando l’impeto dello sfogo di suo padre sembrò affievolirsi. Le palpebre abbassate di Piero ritornarono con fatica a essere aperte e la sua testa riprese coscienza.
Soltanto allora la bambina decise di avvicinarsi anche se lui era ancora ansimante, con il viso alterato e gli occhi spiritati. Eppure vedendola ai piedi del letto rimase come incantato da un’epifania. Sbalordito dalla presenza di Giuseppina, che aveva recuperato calma e compostezza, si mise a fissarla come avesse visto un angelo sceso dal cielo. Si risollevò pur sapendo che non avrebbe mai raggiunto la completa amnesia del trascorso patito. Comprese che era il momento di iniziare a uscire dal suo pesantissimo lutto e dal conseguente isolamento deleterio. Gli sarebbe occorsa molta volontà, il tempo necessario e magari l’aiuto di qualcuno. Ci avrebbe provato. Sentiva rinascere nell’animo un sentimento di trasporto amorevole, che comprendeva non soltanto l’indifesa creatura che aveva di fronte, ma tutta l’umanità respinta e soprattutto se stesso. Aveva la sensazione di poter recuperare la fiducia e la speranza nel prossimo, di riprendersi tutto ciò che il destino avverso gli aveva tolto in maniera tanto ingiusta e violenta.
Mentre rifletteva, insperato e provvido come un bellissimo dono immeritato, si sentì accarezzare la mano, irraggiungibile e schiva né mai toccata prima dalla piccola. Lei continuò premurosa finché l’uomo, a rassicurarla del suo stato, volle stringere delicatamente in pugno con le proprie quelle piccole dita, ricambiando la cura e l’affetto che stava ricevendo. Il loro silenzio continuò comprensivo e solidale, nel modo che fino al giorno prima sarebbe stato impensabile a entrambi. Per ultimo avvenne il miracolo. I due, senza dirselo com’erano usi, decisero per la prima volta di farsi compagnia per davvero. Accostarono le loro solitudini riconoscendosi e proteggendosi a vicenda con le mani congiunte. Rimasero vicini, padre e figlia, per conquistarsi finalmente insieme il meritato sonno dei giusti.
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